Quando vedi un film straniero alla Mostra di Venezia e ti auguri che esca presto in Italia, vuol dire che quel film merita di esser visto e condiviso. “La maison du vent” del regista Auguste Kouemo Yanghu è uno di quei film.
La prima cosa che colpisce sono le bellissime inquadrature che come scatti fotografici immortalano il colorato mondo africano: case, scorci, abiti, volti, dettagli. In questa città di strade di terra rossa e traffico urbano, il vento che abita la casa e che dà il titolo al film evoca un vuoto, la solitudine di chi resta quando qualcuno non c’è più.

Chi resta è un’anziana madre, chi non c’è più sono i sei figli partiti dal Camerun per cercare una vita migliore in Francia o in Belgio.
È questo ribaltamento di prospettiva la chiave che rende il film originale. Non è una storia di emigrazione, né di emarginazione. I figli ce l’hanno fatta, colloquiano via whatsapp con la madre, vorrebbero addirittura che lei li raggiungesse ma Josette, la protagonista, vive con l’unico desiderio di rivederli tornare al suo paese, nella casa che sta costruendo per loro, per almeno uno di loro, per non essere più sola e guardare i loro ritratti alle pareti o i loro volti attraverso uno schermo di un computer.
Non importa se in casa ha tutto ciò che le serve, se le regalano un grande televisore e l’abbonamento alle piattaforme, ciò desidera una madre quando è vecchia e stanca è condividere in famiglia gli ultimi anni della sua vita, non morire da sola. Ed è qui che scatta l’immedesimazione fra un qualunque spettatore del mondo e il vissuto di una madre africana che ha visto partire i figli, perché la sua dignitosa e sofferta solitudine è una solitudine universale.
La storia si snoda narrando l’amicizia che nasce fra Josette e Sarah, una giovane venditrice di medicine tradizionali. Il difficile rapporto iniziale basato sulla diffidenza e sulla necessità di un aiuto reciproco si trasforma col tempo in un affetto che colma un vuoto.
Ciò che l’ambientazione in Camerun aggiunge è farci veder l’Africa come un continente che, nella percezione delle sue nuove generazioni, è luogo dal quale andarsene e non necessariamente per un’emergenza economica. Nel film i talk show trasmessi dalla tv non parlano che di questo, di un’Africa come paese destinato all’abbandono.
Sorprende la qualità della regia e della fotografia che ne fanno un film di grande intensità, meritatamente inserito in concorso nella sezione “Orizzonti”. La sceneggiatura ha il pregio di non cedere ai sentimentalismi, né ai facili cliché e ci mostra il vissuto quotidiano senza nascondere i lati meno positivi. Qui come altrove onestà e furbizie, solidarietà ed egoismo, speranze e disillusioni, si alternano e si sovrappongono, perché così è la vita.
La protagonista Josette è interpretata dalla madre del regista, morta qualche mese dopo la fine delle riprese e che ha lavorato al progetto per anni. “La maison du vent” ha l’intensità di un’esperienza autobiografica e quella capacità di trasmettere emozioni che hanno le storie particolari che appartengono all’universale, a ognuno di noi.
L’immagine della tenda bianca che svolazza nella finestra di una casa nuova mai abitata dal figlio che doveva tornare è la nostra solitudine.
Il muro che crolla per aprire un varco e lasciare che una nuova casa sia abitata da chi ci è rimasto vicino, è metafora delle nuove opportunità che la vita ci riserva quando ci apriamo a raccoglierle.



