AL CINEMA PER VOI. “GIOIA MIA”, il racconto di un’estate che diventa trasformazione

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È la storia dell’incontro fra due generazioni, nipote adolescente e anziana zia con quella di mezzo, la generazione dei genitori, non a caso, assente. È l’incontro fra due culture, il laico, moderno nord e il tradizionale e superstizioso sud, senza la facile deriva della farsa o della commedia strappalacrime. “Gioia mia”, primo lungometraggio della regista Margherita Spampinato, è un’opera delicata e dolce che vuole ricordarci come il valore delle piccole cose e degli affetti profondi sia il vero balsamo per superare i dolori della vita, per aiutarci a crescere.

Nico è un bambino solo, come tanti figli unici, e non riesce a superare il distacco dalla babysitter che ha lasciato il lavoro per sposarsi. Il cellulare è il suo unico mondo, il rifugio per combattere la noia, lo strumento che racchiude la speranza di sentirsi dire da un momento all’altro che il matrimonio è saltato e tutto tornerà come prima.

Gela, la vecchia zia siciliana dalla quale viene mandato a trascorrere le vacanze, è una donna ancorata a vecchie abitudini, che lo accoglie benevola obbligandolo però ad accettare le sue regole, trattandolo da pari, spingendolo ad aprirsi al mondo, agli altri bambini che giocano in cortile. La vita della donna e quella del palazzo in cui vive è ferma nel tempo, nostalgicamente ricostruita dalla regista come quella della nostra infanzia e quindi in contrapposizione netta con quella di un ragazzino di oggi, ma è proprio dallo scontro fra i loro due vissuti che la regista fa emergere a poco a poco ciò che li accomuna e che in qualche modo li avvicina, il sentimento di solitudine e la sofferenza per un amore perduto. L’estate diventa allora un momento sospeso che porta a una trasformazione. 

È una storia semplice, senza fronzoli, che ruota intorno al quotidiano per catturare i tempi lenti della vita dei più giovani e dei più vecchi, con i giorni tutti uguali, privi di urgenze e impegni. I sentimenti dei due protagonisti si rivelano piano piano l’uno all’altro messi in risalto dagli sguardi, dall’espressività del giovane Marco Fiore che interpreta Nico e dalla magistrale interpretazione di Aurora Quattrocchi che per questo ruolo, a pieno merito, ha vinto il David di Donatello 2026 come Miglior Attrice.

Saper cogliere il mondo guardandolo dal punto di vista dei bambini è una tradizione del cinema italiano che ritroviamo nelle opere di De Sica e di Comencini. Margherita Spampinato ha fatto sua questa lezione curando sceneggiatura, regia e montaggio di un’opera prima che ha ottenuto ottimi riscontri a livello di critica, una calorosa accoglienza a Locarno e che le ha fatto vincere il David di Donatello 2026 come “Miglior Regista Esordiente”. 

L’idea del film è nata dai suoi ricordi d’infanzia, cresciuta a Roma in una famiglia laica, razionale e senza troppe regole, trascorreva le vacanze estive in Sicilia a casa di anziane zie “signorine”.  «Mi portavano in chiesa, mi facevano fare il pisolino, mi insegnavano le buone maniere. – ha dichiarato la regista –  Io amavo moltissimo entrambe le dimensioni: quella romana e quella siciliana, quel contrasto tra il pensiero logico e l’intuizione, tra la scienza e il mistero, mi è rimasto dentro ed è diventato il cuore del film».

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