di Maria Antonella Pratali
“Il caffè della pazza gioia”, diretto dalla regista svedese Johanna Runevad e disponibile su Netflix dallo scorso aprile, racconta la storia di Agneta, una donna di mezz’età che si sente ormai invisibile dentro un matrimonio spento e una vita fatta di routine e abitudini soffocanti. Spinta dal desiderio di cambiare aria, lascia la Svezia per trasferirsi in Provenza come ragazza alla pari, dove l’incontro con l’eccentrico Einar finirà per trasformarsi in un percorso di rinascita e riscoperta personale.

Il film è tratto dal romanzo di Emma Hamberg e Runevald lo dirige con uno stile semplice, delicato e molto umano. Non è un film particolarmente profondo o rivoluzionario, ma riesce comunque a suggerire con leggerezza temi importanti su cui riflettere: la quotidianità che smette di offrirci stimoli, la routine di coppia che porta molte donne ad accettare situazioni emotivamente soffocanti, la paura di cambiare e, allo stesso tempo, la capacità di cogliere al volo occasioni inattese per potersi reinventare.
Il messaggio più bello sta forse nell’invito a togliersi il paraocchi dei benpensanti e smettere di vivere secondo ciò che gli altri si aspettano da noi.
Gran parte del film passa attraverso l’interpretazione di Eva Melander, attrice già apprezzata in film molto diversi tra loro. La sua Agneta è credibile proprio perché all’inizio è trattenuta, abituata com’è a mettere se stessa in secondo piano. Melander riesce a rendere con naturalezza e ironia il percorso di trasformazione di una donna fragile, impacciata, insicura che gradualmente riesce a liberarsi delle convenzioni e a lasciare spazio alla vita vera.
Anche Einar (Claes Månson) è fondamentale nell’economia della narrazione: eccentrico, imprevedibile, apparentemente disorientato, rappresenta tutto ciò che rompe gli schemi rigidi in cui Agneta si è rifugiata e adattata. Lui è il simbolo della libertà di vivere senza filtri e senza il bisogno di apparire adeguati. Dietro alla sua stranezza si nasconde anche la malinconia delle occasioni perdute, a cui ha rinunciato in gioventù in nome delle convenzioni sociali.
Il risultato finale è un film delicato e ironico, forse non memorabile dal punto di vista cinematografico, ma capace di lasciare addosso una piacevole voglia di libertà, cambiamento e autenticità.



