In libreria per voi 2, ‘La ricreazione è finita: il mondo visto da un trentenne di oggi”

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Tempo di lettura:2 Minuti, 8 Secondi

di Patrizia Monzeglio

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Dario Ferrari, autore di ‘La ricreazione è finita’, alla domanda dell’intervistatore sul significato del
suo libro ha risposto «Non so se c’è un significato preciso. È la storia di rivoluzioni tentate e di
rivoluzioni fallite, se non impossibili. È una storia che parla di giovinezza e della difficoltà nel capire
chi si è».
Il protagonista del romanzo, il trentenne Marcello Gori, fin dalla prima pagina si dipinge come
l’eterno giovane che cerca di procastinare ogni decisione per rimanere a crogiolarsi nel suo
“bozzolo di inconcludenza”. Il suo ciondolare improduttivo si interrompe nel momento in cui, per
una serie di circostanze fortuite, si ritrova a vincere senza alcun merito un dottorato di ricerca
presso il dipartimento di Italianistica dell’Università di Pisa.
Seguendo le sue avventure, descritte dall’autore con ironia e sarcasmo tipicamente toscani, il
lettore si ritrova a scoprire una storia che si snoda lungo tre filoni narrativi:
le dinamiche di un mondo universitario autoreferenziale, borioso, piegato ai giochi di potere
le imprese di una banda scalcagnata di pseudo-rivoluzionari nel periodo degli anni di piombo
la presa di coscienza del protagonista, vissuto giustificando la sua inettitudine con la frase “Alle
volte uno si crede incompleto, ed è soltanto giovane”, tratta dal ‘Visconte dimezzato’ di Calvino.
Le feroci descrizioni dei personaggi che popolano i vari ambienti con cui Marcello Gori viene a
contatto e quelle del mondo provinciale in cui vive con amici e famiglia strappano sorrisi divertiti,
così come i dialoghi che lo scrittore sa rendere vivi, inserendo vezzi linguistici ed espressioni
dialettali. Il lettore può riconoscersi nei trentenni che ancora attendono di diventare adulti, nella
generazione dei “boomers” che giudica il mondo di oggi con i parametri di ieri, nei personaggi che
popolano un mondo accademico che vive di intrighi e logiche tutte sue e anche in un certo
provincialismo italiano che, con il suo disincanto, spinge a trasformare le occasioni della vita in
aneddoti da raccontare al bar. “L’essere vincenti, per noi, non varrà mai quanto aver fallito in
grande stile”.
Attenzione però, non è un libro scritto solo per divertire e chi lo approcciasse pensando di trovarsi
di fronte ad una nuova versione dei racconti del Barlume rimarebbe presto deluso.
Nel raccontare vicende paradossali e comiche l’autore sceglie un approccio intellettuale ricco di
citazioni e rimandi, di critiche e di riflessioni su un certo disagio esistenziale, dando ampio spazio
alla ricostruzione di quel periodo buio della nostra storia noto sotto il nome di “anni di piombo”.
Un romanzo scritto bene per chi non teme una lettura impegnata, un’opera interessante la cui
originalità è stata riconosciuta recentemente dal Premio Flaiano per la narrativa.

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