di Pier Giorgio Maggiora
La belligeranza aerea, con la sua inesorabile e
devastante scia di bombardamenti indiscriminati, si
erge come uno dei simboli più tragici e indelebili della
guerra totale e dell’esperienza sconvolgente del
secondo conflitto mondiale.
Per l’Italia, l’orrore dal cielo si manifestò precocemente,
con i primi raid che squarciarono la quiete delle città già
nell’11 giugno 1940. Un dato significativo, questo,
poiché si trattava di appena 24 ore dopo la formale
dichiarazione di guerra da parte dell’Italia a Francia e
Gran Bretagna, un presagio sinistro di ciò che sarebbe
seguito.
Alla base di questa strategia britannica, e in un certo
senso comune a molte potenze belligeranti, vi era la
ferma convinzione che il terrore aereo potesse
frantumare il morale di una popolazione. Questo
sottolinea la volontà anglosassone di mantenere una
pressione costante, sia psicologica che materiale, sul
fronte italiano, anche se in quel periodo le risorse aeree
erano ancora relativamente limitate e concentrate
altrove. Le missioni notturne dei bombardieri britannici
erano un’impresa logistica e di resistenza umana
notevole.
Gli aeroplani decollavano dalle basi posizionate nel sud
dell’Inghilterra, solitamente verso l’ora di cena, avvolti
nella penombra della sera. Attraversavano poi, nella
parte più profonda della notte, i cieli di una Francia
ormai occupata dall’esercito di Hitler, un passaggio

silenzioso e pericoloso attraverso un territorio ostile.
Poi, varcavano le maestose e imponenti Alpi italo-
svizzere, superando ostacoli naturali che rendevano
ogni volo ancora più arduo. Attorno alla mezzanotte, o
poco dopo, piombavano sulle città italiane, scatenando
il loro carico di morte e distruzione.
La loro permanenza sui bersagli era relativamente
breve, circa un’ora, prima di intraprendere il lungo e
altrettanto pericoloso viaggio di ritorno alle loro basi. In
questa fase iniziale del conflitto, gli attacchi erano
prevalentemente notturni e condotti da un numero
limitato di aeroplani.
Infatti, il 21 ottobre 1940, incursioni aeree con
provenienza dalla Francia-Svizzera, furono compiute su
località dell’Italia Settentrionale: a Genova, Verona,
Porto Marghera, Alessandria, Pavia, Savona e a
Valenza.
Nella gelida e ovattata oscurità della notte tra il 20 e il
21 ottobre 1940, un velo di silenzio irreale avvolgeva
Valenza, l’aria era intrisa di una fitta e impenetrabile
foschia, una coltre umida che ammorbidiva ogni
contorno e attutiva ogni suono. Era intorno alle 0,25
precise, un momento in cui la maggior parte degli
abitanti dormiva profondamente o si preparava al
meritato riposo, che questa quiete venne
drammaticamente infranta. Sopra questa piccola città
addormentata, uno spettacolo tanto improvviso quanto
inquietante si manifestò. Sei razzi illuminanti, sparati
con precisione nel cielo notturno, squarciarono la coltre
di foschia, trasformando per un istante l’oscurità in
un’allucinante luce diafana.
Ogni razzo si librava per qualche secondo, diffondendo
una luce eterea che rivelava, seppur per brevissimi
istanti, i contorni sfocati delle case, dei campi e delle
strade sottostanti. Era un avvertimento, un presagio,
ma soprattutto una rivelazione delle imminenti attività
che promettevano niente di buono.
Contemporaneamente a questa illuminazione surreale,
piuttosto suggestiva, un suono profondo e minaccioso
iniziò a farsi strada attraverso l’aria densa. Era il rombo
inconfondibile di motori d’aereo, un suono che
cresceva in intensità, proveniente chiaramente da sud-
ovest. Non erano aerei qualsiasi, ma i possenti bimotori
inglesi Armstrong Whitworth “Whitley”, la spina dorsale
della flotta di bombardieri notturni della Royal Air Force
(RAF) in quel periodo.
Questi giganti dei cieli, progettati per operare nelle
condizioni più avverse e per penetrare le difese
nemiche sotto il velo dell’oscurità, erano macchine
impressionanti per l’epoca. Ogni Whitley ospitava un
equipaggio di cinque uomini, professionisti addestrati
che lavoravano in perfetta sincronia: un pilota, un
navigatore, un bombardiere e due mitraglieri. La loro
missione era volare a quote elevate, raggiungendo una
quota massima operativa di circa 6.000 metri, un’altezza
che li rendeva difficili da intercettare da terra,
soprattutto in condizioni di scarsa visibilità. Armati con
un arsenale difensivo composto da cinque
mitragliatrici, strategicamente posizionate per coprire
vari angoli di attacco, i Whitley non erano indifesi.
Tuttavia, il loro scopo principale non era il
combattimento aereo, bensì il trasporto di un carico
distruttivo. Ogni bombardiere era in grado di
trasportare un impressionante carico di caduta di
bombe, stimato intorno ai 3.000 chilogrammi. Questo
carico, costituito da una combinazione di bombe
esplosive e incendiarie, era sufficiente a infliggere
danni rilevanti agli obiettivi designati, siano essi
infrastrutture industriali, ferroviarie o militari.
L’apparizione di questi aerei, preceduta dal lancio di
razzi illuminanti, non lasciava dubbi sulla loro
intenzione.
Il terrore si propagava come un’onda d’urto invisibile tra
donne che fino a un attimo prima cullavano i loro sogni,
anziani che cercavano riposo nella tranquillità
domestica, e bambini, colti di sorpresa nel profondo del
sonno, le cui risate e giochi erano stati il ritmo
quotidiano di questa minuscola città. Un luogo, in
fondo, considerato irrilevante dalle grandi mappe
strategiche della guerra, eppure così vitale per chi lo
abitava.
Qui, lontano dai fronti sanguinanti e dagli eroi artefatti e
celebrati dalla propaganda fascista che rimbombava
altrove, la gente lavorava alacremente, con la dedizione
e la laboriosità che contraddistinguono la vita locale.
Erano persone distanti anni luce dalla retorica bellica,
un frastuono di parole e promesse che non arrivava a
scaldare i loro focolari. Molti di loro non si erano quasi
mai mossi dal proprio cantone, dal proprio angolo di
mondo, ignari delle vastità e delle crudeltà che si
celavano oltre i confini familiari. Ora, in un singolo,
brutale istante, avevano perso di colpo la serenità che
davano per scontata, e la loro mente, abituata a ritmi
lenti e prevedibili, faticava disperatamente a
comprendere cosa stesse realmente succedendo. Era
un’ingiustizia incomprensibile, un attacco immotivato a
un’esistenza che non aveva mai chiesto nulla alla
guerra, se non di essere lasciata in pace.
Dopo pochi, interminabili minuti di spasmodica attesa,
un’attesa dilatata dal terrore e dall’incertezza, per i tanti
destati bruscamente dal sonno, l’ineluttabile si
manifestò in tutta la sua brutalità. Alle ore 0,35, con una
precisione quasi macabra, una pioggia di fuoco
cominciò a cadere dal cielo, accompagnata da alcune
paurose esplosioni che squarciavano la quiete della
notte. Il boato fu assordante, una percussione violenta
che scuoteva non solo l’aria, ma l’anima stessa di
Valenza. La terra sussultò con una violenza tale da farla
sembrare un terremoto, un’illusione terrificante che
accresceva il caos. Tutto, incredibilmente, durò pochi,
interminabili momenti, attimi che si dilatarono
nell’eternità della paura.
Poi, quando il fragore iniziò a placarsi, una nube
anomala e densa, un sudario grigio e acre, salì
lentamente verso il cielo, nascondendo le stelle e le
atrocità appena commesse. Ai margini delle case
colpite, scampate per un soffio o ridotte a macerie, si
osservavano scene raccapriccianti. Famiglie che
frugavano tra i detriti, vicini che si aiutavano a vicenda
con gesti disperati e mani tremanti, il pianto dei bambini
e i gemiti dei feriti che si mescolavano al crepitio degli
incendi.
Su Valenza, in quella notte tragica, erano state
sganciate sette bombe, ognuna portatrice di morte e
distruzione. Tre di queste, con una precisione
devastante che sfiorava la sfortuna più nera, erano
esplose sul fabbricato di Ernesto Vescovi, in via Mazzini
- L’impatto fu tale da demolire completamente un’ala
dell’edificio e, come se non bastasse, provocò
l’esplosione della fabbrica di vermouth che vi era
annessa. L’odore dolciastro e al contempo
nauseabondo di vermouth e marsala, una miscela
surreale di festa e morte, si sarebbe diffuso nell’aria,
persistendo e ammorbando la zona per molti giorni, un
costante e sgradevole promemoria dell’orrore vissuto.
Una delle bombe, la quinta colpì in pieno la dimora di
Luigi Lombardi al civico 30 di via Solferino,
squarciandone le mura e danneggiandola in modo
considerevole, rendendola in gran parte inagibile e
minacciando la sua stabilità strutturale. Poco dopo, un
sesto ordigno si schiantò con fragore sulla proprietà di
Mensi e Gaggi, situata strategicamente ai civici 14-16 di
via Garessio. La deflagrazione fu di tale violenza da
causare il crollo totale della parte rustica dell’edificio,
adibita a magazzino e ricovero attrezzi, e di una
porzione significativa di quella civile, adibita ad
abitazione. Le conseguenze non si limitarono a questo
edificio, ma si propagarono agli immobili circostanti,
che subirono anch’essi danni più o meno gravi a
finestre, tetti e facciate a causa dell’onda d’urto e dei
detriti volanti. A ulteriore testimonianza della furia di
quel giorno, nel verdeggiante giardino della casa di
Andrea Baldi, al civico 429 di via Stazione, un
ritrovamento fortuito rivelò l’ultima bomba: inesplosa,
giaceva inerte nel terreno, un monito silenzioso del
potenziale di distruzione che avrebbe potuto scatenare.
Di fronte a un simile scenario di emergenza, l’intera
comunità si mobilitò con esemplare coraggio e
determinazione. Le operazioni di soccorso furono
immediate e incessanti, orchestrate con dedizione da
figure di spicco e da volontari. Il podestà Enrico Aldo
Zacchetti, con la sua autorità e presenza, coordinò gli
sforzi, cercando di portare con ferrea determinazione
ordine nel caos. Al suo fianco, il comandante della
Stazione Carabinieri, Alberto Biglino, dirigeva le
operazioni di sicurezza e di messa in salvo delle
persone, garantendo l’ordine pubblico in un momento
di grande vulnerabilità.
Un ruolo cruciale fu svolto dal capo dell’Ufficio Tecnico,
Gerolamo Buscaglia, che, rivestendo anche la
responsabilità del Nucleo Pompieri, guidò gli uomini nel
difficile compito di spegnere incendi, mettere in
sicurezza le strutture pericolanti e rimuovere le macerie.
Accanto a questi, numerosi valenzani si prodigarono
con generosità e spirito di sacrificio. Tra di loro,
spiccarono per l’esemplarità e la solerzia nel soccorso
Piero Alba, instancabile nel prestare aiuto, Riccardo
Lunati, che con coraggio affrontava ogni pericolo, e
Felice Zeme, la cui presenza infondeva speranza e
conforto. La loro azione congiunta fu fondamentale per
minimizzare le perdite e offrire un primo, essenziale
supporto ai concittadini colpiti.
Purtroppo, la tragedia si portò via due vite. Tra le
vittime innocenti vi fu Giuseppe Ceriana, un anziano
muratore di 78 anni ma ancora energico e altruista. Egli
era il capo fabbricato dell’U.N.P.A. (Unione Nazionale
per la Protezione Antiaerea), un ruolo che lo aveva
spinto, in un atto di puro altruismo, a cercare di
allontanare e mettere in sicurezza alcuni curiosi che si
erano imprudentemente avvicinati al luogo dell’impatto.
Morì sul colpo, straziato dalle schegge della bomba
caduta in via Mazzini, mentre compiva il suo ultimo
gesto di coraggio. L’altra vittima fu Giovanni Mirgone,
un calzolaio di 43 anni, anch’egli colpito a morte dai
frammenti impazziti di un ordigno, mentre la sua vita,
dedicata al lavoro e alla famiglia, si spegneva
tragicamente.
Oltre a queste perdite irreparabili, si contarono anche
diversi feriti, alcuni dei quali riportarono lesioni gravi.
Tuttavia, in mezzo a tanto dolore, vi fu anche un
barlume di speranza e un racconto di incredibile buona
sorte, perché come tutto nella vita è questione di
fortuna: il ventottenne Gino Giusti, rimasto intrappolato
sotto le macerie della sua abitazione, venne estratto
illeso, tra la commozione e la gioia di soccorritori e
familiari, un piccolo miracolo in un giorno così funesto.
I dettagli delle devastazioni e delle risposte immediate
furono meticolosamente riportati nei documenti che il
podestà, con la dovuta urgenza e un senso di profonda
responsabilità, si apprestò a inviare al Comitato
provinciale Protezione Antiaerea di Alessandria. Queste
carte, redatte con un inchiostro intriso di dolore e
burocrazia, diventeranno testimonianza storica di un
evento che ha scosso la tranquillità della comunità
valenzana.
La Prefettura, in un gesto di solidarietà e tentativo di
alleviare il peso immediato della tragedia, stabilì un
risarcimento di 3.000 lire per ciascuna delle famiglie che
avevano subito la perdita irreparabile di un proprio
caro, un piccolo contributo monetario di fronte
all’immensità del lutto. A coloro che erano stati privati
della propria casa, agli «sfollati» o alle famiglie
costrette allo sgombero, verrà erogata una somma
complessiva di 24.000 lire, destinata a coprire, seppur
in minima parte, le spese di prima necessità e l’ardua
ricerca di un nuovo rifugio.
L’assistenza non si limitò a questi aiuti contingenti: la
sensibilità verso le vittime più vulnerabili portò alla
decisione di accordare una pensione speciale alla
madre del giovane Mirgone e alla vedova del signor
Ceriana, i due sfortunati concittadini che avevano perso
la vita sotto le bombe nemiche, un riconoscimento
postumo della loro sofferenza e un modesto tentativo di
garantire un minimo di sussistenza a chi era rimasto.
Resta profondamente difficile, quasi impossibile,
comprendere la logica contorta e la presunta «utilità»
militare di un tale atto barbaro contro un così contenuto
insediamento residenziale. Questo centro, pur essendo
un nodo ferroviario con un importante ponte sul Po,
non rivestiva certo un’importanza strategica tale da
giustificare un bombardamento mirato. L’ipotesi di una
«malvagia bizzarria» di un pilota solitario, magari con
un carico di bombe da sganciare prima del rientro alla
base e la scelta di un bersaglio «facile», si affaccia con
la sua disarmante crudeltà. Oppure, più sinistramente,
potrebbe essere stata una precisa intenzione di colpire
la «città civile», inerme e impotente, mirando
deliberatamente su abitazioni, scuole, piazze e la
popolazione stessa, con l’obiettivo calcolato di
seminare il terrore, di fiaccare il morale, di dimostrare
una superiorità brutale che non ammetteva resistenza.
L’eco assordante e improvviso delle esplosioni quella
notte si diffuse come un’onda d’urto, colpendo
duramente e in modo inequivocabile la tranquilla
comunità valenzana. Non fu solo un rumore, ma un vero
e proprio strappo nel tessuto sereno della vita
quotidiana, un presagio di terrore che si sarebbe
radicato a lungo negli animi. Per molte notti, l’angoscia
e il timore paralizzante di nuovi raid, di altre incursioni
aeree che potessero replicare quell’orrore, spinsero
numerosi cittadini a prendere decisioni drastiche e
dolorose. Essi preferirono abbandonare il calore e la
rassicurante familiarità delle proprie abitazioni,
lasciandosi alle spalle ogni parvenza di normalità, per
cercare rifugio in luoghi considerati, a torto o a ragione,
più sicuri come le loro dimore esterne alla città o nelle
cascine sparse nelle campagne circostanti. Era una
fuga dettata dall’istinto primario di sopravvivenza, un
atto disperato per sottrarsi a un nemico invisibile e
implacabile.
L’eco lacerante di quella notte funesta, intrisa di urla,
polvere e fumo, restò a lungo impressa a fuoco nella
memoria popolare, un monito silenzioso che si
tramandava di bocca in bocca, sussurrato con timore
reverenziale. Le cicatrici emotive e fisiche di quel
bombardamento si manifestarono in mille sfumature,
dalle case sventrate ai volti segnati dall’insonnia e dalla
paura. Tuttavia, come spesso accade nella grande e
inesorabile marcia della storia, con il passare del
tempo, il ricordo più acuto e vivido di quell’evento
cominciò inevitabilmente ad affievolirsi, a sbiadire nei
contorni. Fu lentamente, ma inesorabilmente, oscurato
e talvolta quasi soppiantato dalla mole imponente e
dalle proporzioni catastrofiche di eventi bellici ancora
più vasti e devastanti che flagellarono l’Europa e il
mondo intero.
La guerra, con la sua inarrestabile progressione, offriva
sempre nuove tragedie, relegando le precedenti in una
sorta di archivio della memoria collettiva. Eppure, oggi,
a oltre ottant’anni di distanza da quei tragici
avvenimenti, quel bombardamento su Valenza assume
un significato profondo e una rilevanza che trascende il
singolo evento. Esso ci rammenta, con una lucidità
quasi brutale, quanto la violenza indiscriminata e la
furia distruttiva della guerra possa estendersi ben oltre
le linee del fronte, colpendo con la stessa efferatezza
anche i centri apparentemente lontani e al riparo dagli
scontri diretti.
Non vi furono obiettivi strategici di rilevanza militare o
industriale che giustificassero un tale attacco; non ci
furono conquiste territoriali né vantaggi tattici
conseguiti. Vi furono, invece, e questo è il punto
cruciale, solo ed esclusivamente vittime civili innocenti.
Un’intera comunità fu segnata indelebilmente dalla
paura, un’ombra persistente che avrebbe continuato ad
allungarsi sui giorni a venire.
Questo frammento, apparentemente piccolo, di storia
locale non è un mero aneddoto, ma un tassello
fondamentale nel mosaico più ampio della memoria
collettiva e della comprensione delle conseguenze delle
guerre oggi in corso. Merita, anzi, esige di essere
ricordato, studiato e tramandato, non solo per onorare il
passato, ma per comprendere il presente e, forse, per
costruire un futuro migliore.
È un atto dovuto per restituire voce a chi la perse in
quella tragica notte, per fare in modo che la loro storia
non cada nell’oblio e serva da monito eterno contro la
follia e la crudeltà di ogni conflitto. Solo così,
ricordando i piccoli e grandi drammi, possiamo sperare
di imparare dalle tragedie passate e cercare
indefessamente di preservare la pace nella confusione
odierna.



