di Pier Giorgio Maggiora
Luigi Illario, la cui figura si staglia luminosa nella storia di
Valenza, è un esempio emblematico e palese di come la
visione, la tenacia e l’ingegno di un singolo individuo
possano plasmare profondamente il destino economico di
una città intera.
Nato a Valenza il 20 novembre 1898, dal solido ceppo
familiare di Edoardo e Maria Gusmano, quinto di ben sette
figli, Luigi Illario ha intrapreso un percorso di vita lungo e
straordinariamente operoso, sempre guidato da un focus
incrollabile su obiettivi ambiziosi e di ampio respiro. La sua
esistenza si è spenta serenamente il 18 giugno 1981, all’età
di 83 anni, lasciando un’eredità indelebile.
Nel parco della villa ex Scalcabarozzi (vecchia sede
AOV) c’è in effigie il suo busto commemorativo in
bronzo e a fianco della villa, su di un palo, si trova la
targa che dedica a lui il largo.

La sua formazione, precoce e mirata, lo vide diplomarsi
ragioniere presso l’I.T. Vinci di Alessandria, un attestato
che gli avrebbe fornito le solide basi per la sua futura
carriera imprenditoriale. Tuttavia, il destino aveva in serbo
per lui una prima, importante prova: a soli 18 anni, nel
pieno della giovinezza, fu chiamato a servire la Patria nelle
file dell’esercito, come alpino a Venezia, un’esperienza che,
seppur breve, lo segnò profondamente, forgiando il suo
carattere e la sua disciplina.
Reduci dalle fatiche e dalle incertezze del primo conflitto
mondiale, nel 1920, i tre fratelli Illario – Carlo, Vincenzo e
Luigi – con una combinazione di intraprendenza e visione,
decisero di unire le proprie forze e fondarono la ditta orafa
«Carlo Illario e Fratelli». Quella che all’inizio era una
promettente realtà artigianale, grazie alla dedizione e alla
lungimiranza dei suoi fondatori, si trasformò rapidamente
in una leadership indiscussa nel settore della produzione di
alta gioielleria. Già nei primi anni di attività, la ditta vantava
un organico di oltre 30 dipendenti, un segnale
inequivocabile della sua rapida e solida crescita.
All’interno di questa struttura in espansione, Luigi Illario si
distinse per il suo ruolo cruciale. Affidatogli il delicato
compito dell’amministrazione, dimostrò fin da subito un
fiuto sopraffino per le pubbliche relazioni. La sua innata
capacità di tessere e mantenere rapporti solidi e proficui
con clienti e fornitori fu un pilastro fondamentale per il
successo della ditta, contribuendo in modo determinante a
consolidare la reputazione e l’espansione del marchio
Illario sul mercato.
Il 1930 segnò un’altra tappa importante nella vita di Luigi,
con il matrimonio con Maria Vescovi, una compagna di vita
che lo avrebbe accompagnato per decenni e che, a sua
volta, visse fino all’età di 93 anni, scomparendo nel 2003.
Dal loro amore nacquero quattro figli: tre maschi, Vittorio,
Giovanni e Alberto, che in futuro avrebbero continuato
l’opera paterna, e una femmina, Paola, a completare la gioia
familiare.
La ditta, sotto la sua costante supervisione, continuò a
prosperare, distinguendosi per la produzione di alta
gioielleria, frutto dell’eccellenza della migliore manodopera
locale, simbolo della tradizione orafa valenzana. La qualità
e la raffinatezza dei gioielli Illario erano un punto di
riferimento nel settore. Nel 1939, a dimostrazione della sua
inarrestabile ascesa, il numero dei dipendenti raggiunse la
rilevante cifra di 80 unità. Questa espansione, tuttavia, non
si arrestò qui: la ditta avrebbe toccato il suo apice nel 1960,
arrivando a impiegare ben cento persone, testimonianza
tangibile dell’impatto economico e sociale che la visione di
Luigi Illario ebbe sulla sua comunità.
Purtroppo, la storia personale di Luigi e quella del Paese
furono nuovamente intrecciate dalle vicende belliche. Nel
1940, la chiamata alle armi risuonò ancora una volta. Con il
grado di capitano, Luigi Illario fu inviato in Albania,
indossando nuovamente l’uniforme militare, lasciando
temporaneamente le redini della sua fiorente attività per
servire la nazione in un momento di grande incertezza e
difficoltà. Questa nuova esperienza di guerra, seppur
dolorosa, non scalfì la sua determinazione, bensì rafforzò
ulteriormente la sua tempra, preparandolo alle sfide future
che lo avrebbero atteso al suo ritorno e nella ricostruzione
del dopoguerra.
Serio, rigoroso e con una tempra forgiata dagli eventi
tumultuosi dell’epoca, appena due mesi dopo la liberazione
di Valenza dall’occupazione tedesca nel 1945, il ragionier
Luigi Illario si distinse come uno dei 250 fondatori
dell’Associazione Orafa Valenzana (AOV). La sua
partecipazione non fu un atto casuale, ma la chiara
espressione di un impegno civico e professionale volto a
ricostruire e rilanciare un settore cruciale per l’economia
locale. Il primo storico Consiglio dell’AOV, riunitosi il 20
giugno 1945, testimonianza tangibile di una rapida
riorganizzazione post-bellica, elesse come presidente
Dante Fontani, figura di spicco nel Comitato di Liberazione
Nazionale (CLN) e, non a caso, ex dipendente della ditta
Illario, suggerendo un legame di fiducia e stima
preesistente.
Con un’estrema rapidità decisionale e una determinazione
che sarebbe divenuta il suo tratto distintivo, già nel 1947 il
ragionier Luigi Illario iniziò ufficialmente la sua lunga e
ininterrotta ascesa all’interno dell’AOV. Gli fu conferito
l’incarico di vicepresidente, un ruolo di grande
responsabilità in un’epoca che, a posteriori, è difficile
immaginare nella sua intransigenza.
Erano anni di profonda ricostruzione non solo materiale,
ma anche morale e sociale. La burocrazia era ancora rigida,
le risorse scarse e le tensioni politiche e sociali palpabili. In
questo quadro complesso, la sua figura si affermò come
pilastro portante, contribuendo in modo significativo a
plasmare le politiche associative e a sostenere gli orafi
valenzani in un periodo di grandi sfide e opportunità.
La sua visione lungimirante e la sua capacità organizzativa
furono fondamentali per gettare le basi di quello che
sarebbe diventato un distretto orafo di eccellenza. La sua
straordinaria dedizione all’AOV si protrasse per ben
trent’anni, un arco temporale che coprì fasi cruciali dello
sviluppo economico italiano e della sua industria orafa. Il
suo impegno terminò solo nel 1977, un anno segnato dalla
sopraggiunta malattia. Una condizione implacabile che lo
condusse, quattro anni più tardi, nel 1981, a confrontarsi
con il limite ultimo dell’esistenza: la morte e, per chi crede,
l’aldilà. La sua scomparsa lasciò un vuoto significativo
nell’associazione e nella comunità orafa valenzana, ma il
suo lascito di rigore, professionalità e dedizione rimase un
faro guida per le generazioni successive.
È stato, senza ombra di dubbio, un protagonista
innumerevole di cambiamenti e innovazioni, e vale la pena
sottolineare, come spesso accade nella storia delle grandi
personalità, che la vera sfida non risiede tanto nel
raggiungere la vetta, quanto nel riuscire a conservarla con
maestria e lungimiranza.
Nel lontano 1957, la sua indiscussa competenza e il suo
carisma naturale gli valsero l’elezione a presidente
dell’Associazione Orafa Valenzana (AOV), una carica che
egli onorò e mantenne con un’insigne perfezione
organizzativa e strategica per quasi un ventennio,
precisamente fino al 1975. Durante questi anni cruciali, si
rivelò un leader infallibile, capace di districarsi con agilità
tra le complessità burocratiche e le sfide del mercato,
conseguendo una serie impressionante e duratura di
obiettivi che hanno ridefinito il settore.
La sua visione non si limitò alla gestione ordinaria; fu un
vero e proprio architetto di nuove opportunità. Già nel
1958, con un intuito imprenditoriale eccezionale, diede vita
alla Export Orafi srl, un’iniziativa fondamentale per
proiettare l’eccellenza orafa valenzana sui mercati
internazionali. Ma la sua più grande intuizione, forse, fu la
lungimirante acquisizione di Villa Scalcabarozzi,
un’elegante palazzina di fine Ottocento. Questo edificio
storico non divenne semplicemente una nuova sede, ma si
trasformò nella «Casa dell’Orafo», il cuore pulsante
dell’AOV, un simbolo tangibile di prestigio e stabilità che
sostituì le precedenti sedi precarie e frammentate,
conferendo all’associazione una dignità e una
riconoscenza mai raggiunte prima. L’attenzione ai dettagli
era maniacale: il locale seminterrato della villa fu adibito a
bar, denominato con orgoglio «Il Gioiello», e arricchito da
un lussuoso parco che si apriva maestoso di fronte ai
giardini pubblici della città, offrendo un ambiente raffinato
e accogliente per soci e visitatori. Sotto la guida sagace e
illuminata del «cumendatur» Illario, un uomo informato e
competente come pochi, il dinamismo dell’AOV raggiunse
livelli straordinari.
Nel 1959, nacque la rivista ufficiale dell’AOV, «L’Orafo
Valenzano», una pubblicazione che divenne rapidamente
un punto di riferimento autorevole per il settore, un veicolo
di informazione, aggiornamento e promozione culturale. La
sua presidenza vide anche la nascita di diverse strutture
economiche e promozionali innovative, tra cui le prime
mostre organizzate dall’associazione, eventi che attiravano
l’attenzione di un pubblico sempre più vasto e
specializzato. Il prestigio raggiunto era tale che le più
rilevanti personalità del Paese, dal mondo politico a quello
economico e culturale, si susseguivano in visite ricorrenti a
Valenza, un’era d’oro che, a posteriori, sembra ormai
incredibilmente lontana, quasi un ricordo di un’epoca
gloriosa.
La sua profonda e articolata conoscenza del settore orafo,
unita a una rete di contatti consolidata con influenti
personaggi politici, permisero una crescita esponenziale e
straordinaria dell’associazione, che deve a lui, senza
esagerazione, buona parte dei suoi successi più importanti
e duraturi (un patrimonio di risultati e visibilità, purtroppo,
andato in parte perduto nel corso degli anni successivi).
Ma il suo impegno non si limitava al presente, bensì
guardava con fermezza al futuro. Già nel 1948, il comitato
promotore per la creazione di una scuola di oreficeria
all’interno dell’AOV, riconoscendo le sue doti organizzative
e la sua inesauribile energia, lo designò come responsabile
unico di questo ambizioso progetto. La sua determinazione
e la sua capacità di coordinamento furono tali che, dopo
soli due anni di intenso lavoro e pianificazione, l’obiettivo
fu centrato con successo: l’Istituto Professionale di
Oreficeria Benvenuto Cellini vide la luce, diventando un
faro di formazione ed eccellenza per le generazioni future
di orafi e un simbolo tangibile del suo impegno
instancabile per lo sviluppo del distretto orafo valenzano.
Presidente del Consiglio di Amministrazione: una figura di
riferimento cruciale, il cui ruolo si configurava quasi come
una forma di amministrazione controllata, garanzia di
stabilità e lungimiranza in un’epoca di profonda
ricostruzione e trasformazione. È in questo contesto che,
con determinazione e visione, il 1° dicembre 1950, prende il
via l’attività scolastica dell’Istituto, un’istituzione destinata
a lasciare un segno indelebile nel tessuto educativo e
culturale della formazione professionale orafa
internazionale.
Parallelamente alla sua dedizione al mondo dell’istruzione,
l’uomo che animava queste iniziative era spinto da un
anelito incontenibile di libertà e di fierezza, tratti distintivi
che ne plasmavano ogni azione e decisione. In un
dopoguerra italiano ancora intriso di ferite, tra aspre
polemiche politiche, bisticci ideologici e fumisterie di ogni
genere che caratterizzavano il panorama sociale e politico,
era praticamente impossibile rimanere indifferenti o non
essere partecipe alla vita pubblica. Ed è in questo scenario
complesso e dinamico che il nostro protagonista si afferma
come esponente di spicco della Democrazia Cristiana, un
partito che all’epoca dominava la scena politica italiana. La
sua popolarità e la sua stima tra i concittadini erano tali da
vederlo costantemente eletto consigliere comunale,
sempre con il maggior numero di preferenze della lista, un
attestato inequivocabile della fiducia riposta in lui dalla
comunità.
La sua carriera politica locale fu lunga e costellata di
successi: eletto per la prima volta nel cruciale anno del
1946, contribuendo alla rifondazione democratica del
paese, fu poi rieletto con plebiscitario consenso nel 1951,
nel 1956, nel 1960, nel 1964 e, infine, nel 1965. Ogni
rielezione era un rinnovo del mandato di fiducia, un
riconoscimento della sua integrità, della sua capacità
amministrativa e della sua profonda dedizione al bene
comune. Nel 1958 fu eletto consigliere provinciale.
Nominato presidente della CCIA di Alessandria nel 1953,
resta in carica per 22 anni fino al 1975, quando si
accomiata per età e per sopraggiunta infermità.
Appassionato di caccia e montagna, come invitato d’onore
parla di Valenza alla popolarissima trasmissione «Lascia o
Raddoppia», contribuisce con consistenti donazioni e
costante partecipazione alla realizzazione dell’Ospedale,
del collegio Enaoli (oggi scuole), della chiesa Sacro Cuore,
dell’albergo «Smeraldo», del cinema «Nuova Italia», ed
altro. Come entusiasta imprenditore e grande innovatore,
nel 1972 gli è assegnata l’onorificenza di Cavaliere del
Lavoro.
Se avessimo dovuto intraprendere l’impresa di commentare
e approfondire ogni singola realizzazione e ogni traguardo
raggiunto da quest’esemplare cittadino valenzano, la cui
opera ha contribuito in maniera determinante a rendere
grande e prosperosa Valenza, si sarebbe reso necessario
ben più di queste poche righe. La sua storia è un intreccio
di impegno, passione e risultati concreti, un testamento
vivente di come la dedizione di un singolo individuo possa
elevare un’intera comunità, lasciando un’eredità duratura di
progresso e di sviluppo.



