AL CINEMA PER VOI. “DUE SPICCI” di Zerocalcare

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di Maria Antonella Pratali

Con la serie “Due spicci” (su Netflix dal 27 maggio 2026), Zerocalcare, al secolo Michele Rech, compie un ulteriore passo avanti nel suo percorso di narratore. Definirlo semplicemente un fumettista sarebbe riduttivo: la sua vera forza è la capacità di costruire storie che partono da esperienze personali per poi allargarsi a temi e questioni collettivi. 

La serie potrebbe sembrare destinata soprattutto ai trenta-quarantenni che, come il suo autore, attraversano gli anni della precarietà lavorativa, delle aspettative ridimensionate, di un faticoso ingresso nell’età adulta senza certezze e con un rapporto protettivo nei confronti dei genitori. 

Il pubblico potenziale di Zerocalcare è, in realtà, molto ampio. Le domande che pone riguardano chiunque abbia dovuto fare i conti con il passare del tempo, con il peso delle responsabilità, con i capelli che cadono e le rughe che segnano, con il divario tra i sogni giovanili e la realtà quotidiana.

Per questo “Due spicci” parla anche a spettatori più maturi: dai cinquanta in su, senza limiti di età, perché ci si può riconoscere nelle vicende di Zero e dei suoi amici con problemi, sentimenti e disagi che attraversano le generazioni. E, non da ultimo, per capire meglio quelle generazioni di trenta-quarantenni menzionate poc’anzi.

La serie ruota intorno alla gestione di un piccolo locale di Zero, gestito dall’amico Cinghiale. Una situazione apparentemente semplice diventa il punto di partenza per raccontare difficoltà economiche e sociali, amicizie messe alla prova, debiti morali e materiali, responsabilità inattese, bulli e ghenghe mafiose. 

Uno degli aspetti più interessanti è il modo in cui Zero continua a mescolare autobiografia e fantasia. I personaggi storici (Secco, Sara, Cinghiale e soprattutto l’Armadillo, quest’ultimo con la voce e l’interpretazione magistrale di Valerio Mastrandrea) non sono mai solo persone, ma maschere narrative attraverso cui osservare se stessi e la società contemporanea.

La Roma di Zerocalcare assume sempre più il valore di un luogo simbolico in cui si riflettono problemi universali.

Rispetto alle precedenti serie “Strappare lungo i bordi” e “Questo mondo non mi renderà cattivo”, Due spicci” appare più cruda e “splatter”, forse anche per compiacere la produzione Netflix. Ma l’umorismo resta, anche se al centro della serie c’è la stanchezza esistenziale, espressa dall’autore anche in qualche intervista. La stanchezza di chi continua a lottare e a credere nei propri valori senza essere sicuro di migliorare il mondo, o almeno il proprio microcosmo.

È qui che emerge il lato più forte della critica sociale di Zerocalcare.

Eppure non è una serie pessimista; la risposta alla disillusione resta il legame umano: l’amicizia, la solidarietà, la capacità di condividere il peso delle difficoltà.

Il risultato è una serie che riesce a essere dolorosa e divertente, fantastica e realistica, personale e collettiva, senza mai assumere toni moralistici. 

Da vedere tutta d’un fiato, godendosi anche una colonna sonora d’eccezione.

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