La nascita della Cantina Sociale di Valenza

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di Pier Giorgio Maggiora

Agli inizi del Novecento, un’epoca di profonde
trasformazioni sociali ed economiche, ci troviamo agli
albori di un’agricoltura che si dibatte tra tradizione e
modernità: è ancora priva di vitelli agli antibiotici, polli
agli ormoni e frutti colmi di fitofarmaci. A Valenza, la
quiete delle colline vitate è minacciata da un presagio
funesto: una grave crisi vinicola incombe, turbando
l’animo già provato dei numerosi viticoltori locali.
Questi, custodi di un sapere antico tramandato di
generazione in generazione, sono ancora scossi dalle
devastazioni della fillossera, un flagello che ha
decimato i loro vigneti e ridotto drasticamente i loro
ricavi, lasciandoli in una condizione di precarietà
economica.
A peggiorare la loro già difficile situazione, essi
percepiscono i commercianti di vini non come partner,
ma come veri e propri sfruttatori, la cui unica bussola

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sembra essere il profitto, a discapito di qualsiasi etica o
moralità commerciale.
Questa percezione di ingiustizia sociale alimenta un
profondo risentimento e una crescente frustrazione,
condizione tipica di quest’epoca. In questo contesto di
fermento e incertezza, i circoli politici di Valenza, in
particolare quello socialista e quello repubblicano,
diventano crogioli di idee e dibattiti accesi. Figure di
spicco come Calvi (di cui se ne percepiva
costantemente la grandezza e la cultura), Marchese,
Melgara, Oliva, Pozzi, Repossi, Ferraris, Visconti,
Compiano e molti altri, rivoluzionari a parole, pur uniti
dall’ideale di progresso e giustizia sociale, sono
tormentati al loro interno da profonde divergenze di
vedute. Le loro tendenze divergenti nella gestione delle
attività produttive, inizialmente sfumate, si
approfondiranno inesorabilmente nel corso degli anni,
portando a idee sempre più contrastanti e a fratture
ideologiche significative.
Il circolo socialista, in particolare, si configura come un
luogo vibrante di infinite chiacchierate, scambi di
vedute e, soprattutto, di progettazione di cooperative
sociali locali. Qui, le due anime del movimento operaio
si confrontano apertamente: da un lato, i sindacalisti
insurrezionali, animati da un desiderio di rottura
radicale con l’ordine costituito e propensi all’azione
diretta; dall’altro, i riformisti gradualisti istituzionali, che
credono nella possibilità di un cambiamento
progressivo attraverso gli strumenti democratici e
l’impegno nelle istituzioni.
È proprio un gruppo di questi ultimi, i riformisti
gradualisti, a farsi carico della questione cruciale della

produzione locale vitivinicola. Essi propongono una
soluzione innovativa e lungimirante: l’organizzazione
della produzione in forma associata. Questa non è solo
una risposta pragmatica alla crisi, ma un vero e proprio
ideale politico ed economico, un mezzo per superare la
piccola proprietà capitalistica individuale e, in
particolare, la mezzadria, sistema considerato
anacronistico e iniquo. L’obiettivo è liberare i contadini
dal giogo dei padroni e dei mercanti, garantendo loro
maggiore autonomia, dignità e una giusta
remunerazione per il loro lavoro. O, almeno, oggi è bello
immaginare che sia stato così.
In questo clima di entusiasmo e speranza, prende
sempre più corpo e forza l’idea della realizzazione di
una cantina sociale locale. Questa non è vista solo
come un’infrastruttura necessaria, ma come il simbolo
concreto di un nuovo modello di sviluppo, basato sulla
cooperazione, sulla solidarietà e sulla mutualità.
In tale frangente, si naviga nel campo delle ipotesi, tra
visioni audaci, più strumentali che oggettive, e
incertezze del futuro. Vi è quasi una sintesi affascinante
tra l’attrazione per un’organizzazione aziendale
moderna ed efficiente, capace di competere sul
mercato, e lo spirito giacobino che anima la causa, un
desiderio profondo di giustizia sociale e di
emancipazione delle classi subalterne. La cantina
sociale diventa, così, il fulcro di un progetto ambizioso
che mira a ridefinire non solo l’economia agricola di
Valenza, ma anche le relazioni sociali e il futuro stesso
della comunità. Certamente, a sfavore di certi
compratori e intermediari del settore vinicolo, che
hanno potuto acquistare l’uva a prezzi irrisori, spesso

ben al di sotto dei costi di produzione sostenuti dai
viticoltori. Questa situazione, protrattasi per diversi
anni, ha permesso loro di massimizzare i profitti,
risparmiando notevolmente sul prodotto finito e
alterando l’equilibrio del mercato a danno della parte
più vulnerabile della filiera.
I piccoli produttori, in particolare, si trovavano
intrappolati in un circolo vizioso di debito e precarietà.
Per ovviare a questa grave crisi che minacciava l’intera
economia agricola locale e l’esistenza stessa di
numerosi piccoli possidenti terrieri, anche in consiglio
comunale di Valenza, all’epoca saldamente in mano ai
liberali costituzionalisti (un’unione, poi dileggiata, di
amor di patria e di sentimentalismo monarchico), un
gruppo di influenti personalità come Abbiati, Angeleri,
Keller, Vaccari e altri, araldi di un apparato produttivo
nuovo, aderisce con entusiasmo all’iniziativa di creare
una cantina sociale. La proposta non era nuova, ma la
crescente disperazione dei viticoltori e la
consapevolezza della necessità di un’azione collettiva
spinsero l’amministrazione a prendere una posizione
decisa, se non altro per motivi di gestione del potere.
Tuttavia, come spesso accade in queste circostanze, il
problema, come sempre, è passare dalle parole ai fatti
concreti e tangibili.
Le discussioni iniziali, seppur animate da buone
intenzioni, si rivelano presto complesse e farraginose,
rallentate da cavilli burocratici e con ondivaga
convinzione, divergenze di vedute sulle modalità di
gestione e la ricerca di finanziamenti adeguati. Poi c’è
anche qualcuno, solitamente tra i più conservatori o
coloro che temono di perdere i propri privilegi, che ne

denuncia l’inutilità e la supposta inefficacia, sollevando
dubbi sulla fattibilità del progetto e sulla sua capacità di
portare un reale beneficio. Questa opposizione, seppur
minoritaria, alimenta il dibattito e la faccenda diventa
rapidamente motivo di scontro e di accesa avversione
all’interno della comunità agricola valenzana,
polarizzando le opinioni e rendendo ancora più ardua la
costruzione di un consenso.
Nonostante le difficoltà e le resistenze, la genesi di
questa nuova associazione di produttori va di pari
passo con un profondo e significativo risveglio, una
vera e propria presa di coscienza da parte dei piccoli
coltivatori della propria forza produttiva e del proprio
valore.
Durante questi primi anni del secolo XX, caratterizzati
da grandi trasformazioni sociali ed economiche, i
viticoltori valenzani iniziano a comprendere, oltre ogni
ragionevole dubbio, che solo unendosi e gestendo
collettivamente la produzione e la commercializzazione
dell’uva e del vino, avrebbero potuto spezzare le catene
dello sfruttamento e difendere i propri interessi,
garantendo un futuro più equo e sostenibile per sé
stessi e per le generazioni future. Questa
consapevolezza collettiva rappresentò il vero motore
propulsore dietro la nascita della cantina sociale, un
simbolo di speranza e riscatto, con meccanismi più
funzionali al mercato.
Così, il 4 giugno 1905, viene costituita in modo ufficiale
la «Cantina Sociale Cooperativa di Valenza», definita
come «una società anonima cooperativa avente lo
scopo di confezionare colle uve dei soci e con metodi
razionali una o più qualità di vino…». I soci costituenti e
padri fondatori sono i fratelli Francesco, Giovanni e

Pietro Pozzi, Giovanni Marchese, Ferdinando Keller,
Carl’Alberto Ventura, Pasquale Annaratone, Paolo
Pozzi, Luigi Ferraris, Massimo Pozzi, Felice Stanchi,
Giovanni Cassola, Vincenzo Cassola, Paolo Francesco
Ferraris e Mario Soave.
Lo statuto prevede una durata di nove anni prorogabile.
Il costo delle azioni è fissato a 25 lire e tutti gli utili
derivati dalla vendita dei vini prodotti dalla Cantina
Sociale verranno suddivisi in modo equo fra i soci,
dedotte le spese di esercizio e gli accantonamenti.
Il primo consiglio di amministrazione provvisorio è
composto dai valenzani Ventura, Keller, Pavese, Pozzi,
Stanchi, Annaratone e Ferraris; nelle susseguenti
elezioni sono eletti Pozzi, Ferraris, Annaratone, Ventura,
Keller, Marchese e Accatino. Giovanni Marchese è
nominato presidente, Francesco Pozzi vice e Mario
Soave – un ragioniere commercialista che più avanti
diventerà podestà della città – segretario. Il direttore
tecnico è Carlo Angeleri – importante politico liberale,
principale promotore e finanziatore dell’impresa
collettiva – che concede in affitto gli impianti e le
attrezzature della sua cantina (capacità di circa 7.500
ettolitri) per un canone di 0,50 lire/ettolitro, rinnovato a
3.000 lire annue nel 1906.
Nel primo anno sono conferite uve per 40.000
miriagrammi (400 tonnellate) con grado medio sui 17, il
prezzo all’ingrosso oscilla tra le 26 e le 27 lire a ettolitro
e il problema principale, che si protrarrà nei decenni a
venire, è costituito dai soci che non conferiscono tutte
le loro uve alla cantina a norma degli impegni statutari.
Il successo sociale deriva dal fatto che la cantina può
recepire uve da quei piccoli vigneti in cui difficilmente
ci sono rallentamenti o prolungamenti delle fasi di
potatura o di raccolta.

La Cantina Sociale di Valenza ha a disposizione
ragguardevoli risorse, può contare su professionisti in
campo agronomico ed enologico e il piccolo vignaiolo,
socio conferitore della cantina sociale, in molti casi può
disporre della consulenza dei tecnici della cantina. Ma
queste facilitazioni e utilità non vengono comprese da
incerti e dubbiosi contadini dell’epoca, incapaci di
abitare nella nuova realtà, che accettano più per
necessità che per convinzione.
Il 2 settembre 1906 fu approvato il bilancio consistente
in 98.063 lire di entrate e 53.424 lire di netto ricavo dalla
vinificazione. Nella stessa seduta, cruciale per la vita
della cooperativa, si procedette al rinnovo delle cariche
sociali. Furono eletti membri del consiglio figure di
spicco della comunità e del mondo imprenditoriale
locale: i signori Keller, Tavella, Marchese, Accatino,
Annaratone, Ventura e Ferraris M. A garantire il corretto
funzionamento e la trasparenza amministrativa, i
sindaci scelti furono Compiano, Repossi e Robbia,
mentre per la risoluzione delle eventuali controversie
interne, i probiviri nominati furono il signor Bonicelli,
l’avvocato Compiano e l’avvocato Visconti, figure di
indubbia autorevolezza.
Il nuovo consiglio, immediatamente riunitosi,
procedette all’elezione delle figure apicali. Il ruolo di
presidente venne affidato a Giovanni Marchese, uomo
di grande visione e con un profondo legame con il
territorio. Al suo fianco, in qualità di vice presidente, fu
nominato Ferdinando Keller, figura altrettanto stimata e
con una consolidata esperienza. La direzione operativa
della Cantina fu inizialmente assunta da Carlo Angeleri,
un dirigente capace, la cui permanenza fu tuttavia

breve, poiché sarebbe stato sostituito l’anno
successivo dal figlio Giovanni, in un dinamico
avvicendamento che portò con sé altri vari
rimescolamenti e riorganizzazioni interne, segno di una
costante ricerca di ottimizzazione e adattamento.
Durante queste riunioni, il consiglio espresse anche
una chiara visione per il futuro. Con uno sguardo
proiettato in avanti, il consiglio si augurava vivamente
di trovare una nuova ubicazione per la Cantina.
L’obiettivo era individuare un sito il più possibile vicino
alla tramvia che, secondo i piani dell’epoca, avrebbe
dovuto essere costruita nel nuovo anno, il 1907. Questa
mossa strategica avrebbe garantito un collegamento
logistico fondamentale, facilitando il trasporto delle uve
dai campi alla cantina e, soprattutto, quello dei vini finiti
verso i mercati, riducendo i costi e i tempi di
distribuzione. La vicinanza a un nodo infrastrutturale di
tale importanza era considerata un fattore chiave per
l’espansione e il successo commerciale.
Purtroppo, nonostante le ambizioni e i progetti futuri, la
realtà operativa presentava già delle criticità immediate.
La cantina-deposito del pragmatico e concreto Angeleri,
utilizzata provvisoriamente, si rivelò ben presto
impossibilitata a ricevere l’intero volume del prodotto
conferito dai soci. La produzione di uva superava la
capacità ricettiva e di lavorazione della struttura. Di
fronte a questa contingenza, per evitare sprechi e
perdite economiche per i soci e per la cooperativa
stessa, si rese necessaria una misura straordinaria: si
autorizzarono i soci a vendere l’uva residua per conto
della Cooperativa.

Questa soluzione, sebbene pragmatica, evidenziava la
necessità impellente di un ampliamento strutturale e di
una pianificazione più adeguata per sostenere la
crescente produzione e le ambizioni della Cantina
Sociale di Valenza.
La prospettiva di una propria cantina-deposito per la
comunità locale era un’idea che, all’epoca, sembrava
semplice da esprimere, un sussurro di speranza che
non comportava alcun costo iniziale. Tuttavia, il vero
fardello economico e organizzativo si sarebbe
manifestato nel tradurre quelle parole in azioni
concrete. Fu il solerte geom. Baccigaluppi a prendere
l’iniziativa, delineando un progetto dettagliato che
stimava una spesa di 55.000 lire. Neppure l’avvocato
Azzeccagarbugli di manzoniana memoria avrebbe
saputo fare meglio.
Eppure, con una disarmante semplicità che celava
profonde ragioni radicate nella cautela e nella
resistenza al cambiamento, le voci ostili agli «azzardi»
ebbero la meglio. Queste opposizioni, sebbene forse
motivate da una prudente avversione al rischio o da una
scarsa fiducia nelle innovazioni, finirono per stroncare
sul nascere l’iniziativa, e così, di quella potenziale
cantina, non se ne fece nulla.
Nel 1908 la Cantina Sociale Cooperativa di Valenza, che
aveva 70 soci e produceva 3.000 hl di vino, si trasferiva
in affitto, per 2.000 lire annue, nei nuovi locali di
proprietà di Angelo Salvi del Pero in via Alfieri, con
l’ingresso principale di fronte all’attuale vicolo Del Pero.
Nel 1909 la presidenza era assunta da Paolo Stanchi, a
cui seguivano Giuseppe Marchese nel 1910 e più avanti
Angelo Vaccari, Giuseppe Accatino, ecc. Le vendite

andavano bene, il prezzo medio era di 15 lire a ettolitro.
Alfredo Mallarini era l’enologo direttore devoto della
cantina che resterà per circa mezzo secolo.
La Cantina Sociale di Valenza non solo ha trasformato il
panorama economico locale, ma ha anche ridefinito la
vita di innumerevoli individui che vi hanno partecipato
attivamente, plasmando profondamente il tessuto
sociale e produttivo del luogo in cui è sorta. È stata, in
effetti, una vera e propria scuola di innovazione
lavorativa, mostrando un approccio collettivo e
collaborativo che prima era inusuale. Ha dimostrato
l’immenso valore dell’unirsi per ottenere maggiori
garanzie, per conferire una solidità e una concretezza
inedite alle proprie attività individuali, e, soprattutto, per
accrescere esponenzialmente il frutto di tante fatiche e
sacrifici solitari. In questo contesto, ha svolto un ruolo
storico e insostituibile.
La sua funzione primaria non è stata solo quella di
assorbire la produzione vinicola dell’intera zona, ma di
farlo in maniera strategica, specialmente durante gli
anni più bui e difficili di crisi economica. Agendo da
baluardo contro la precarietà, ha impedito un
inesorabile processo di impoverimento che altrimenti
avrebbe travolto i numerosi vignaioli locali in difficoltà.
Per un lungo periodo, questa istituzione è riuscita a
mantenere saldamente ancorati i piccoli produttori di
vino valenzani al loro prezioso territorio, rafforzando il
loro senso di appartenenza e la loro identità rurale, tutti
quasi condotti per mano, anche se i rapporti tra loro
non erano sempre idilliaci. Ha efficacemente arginato
quel degrado progressivo e inarrestabile che,
purtroppo, si sarebbe manifestato più avanti, quando,

per una complessa combinazione di svariati motivi –
economici, sociali o generazionali – e con modalità
diverse a seconda del caso, molti di loro avrebbero
abbandonato le vigne, lasciando un vuoto che la
cantina aveva strenuamente cercato di prevenire.

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