di Maria Antonella Pratali
L’attesa per entrare nella Sala Grande del Lido è faticosa e snervante. Due grandi ali di pubblico sono lì per ammirare le mise delle attrici che sfilano sul tappeto rosso e per acclamare il regista Gianni Amelio e il cast del suo ultimo film, “Nessun dolore”.

Quando finalmente si aprono gli ingressi, la folla degli spettatori si avvia frettolosamente verso la frescura degli ampi spazi della sala. Pochi minuti dopo, uno scroscio di applausi saluta il regista e gli attori che entrano in galleria.
Finalmente i riflettori si spengono, la sala è buia e i cellulari mano a mano vengono spenti, mentre lo spot coloratissimo (e non proprio bellissimo) della Mostra introduce alla visione del film.
L’attenzione viene catturata già dal primo fotogramma: “Questa è una storia che deve ancora accadere”. Una frase semplice, che proietta nel futuro tutto ciò che verrà narrato e lo carica di aspettative; ma suggerisce anche che quella storia potrebbe riguardare chiunque.
Il protagonista è Davide, un trentenne romano interpretato da Alessandro Borghi, che vende libri usati in una piazza di Roma. La sua cliente più affezionata è Elsa (Valeria Golino), una docente universitaria di Letteratura italiana, con cui instaura un rapporto di complicità e tenerezza.
Un giorno accade l’imprevedibile: un uomo nordafricano consegna a Davide un bambino, perché non è più in grado di mantenerlo. Il bambino ha l’ordine di seguirlo ostinatamente, nonostante il diniego di Davide, che cerca in ogni modo di allontanarlo.
Quando Davide, come ultima ratio, lo spinge via, il bambino viene investito da una moto.
Da quel momento, Davide viene travolto dal senso di colpa.
In ospedale incontra Aminah, una giovanissima donna incinta e completamente sola, che cerca un rifugio per la notte, ma viene cacciata in malo modo da un infermiere.
Davide decide di ospitarla a casa sua. Ma quella che sembra una scelta di solidarietà ed empatia diventa rapidamente qualcosa di diverso, che sfugge al controllo di entrambi.
Aminah estende l’ospitalità a un’altra persona in difficoltà e rapidamente la casa si trasforma in un rifugio per chi non ha più tetto né patria.
Davide dapprima cerca di opporsi, poi cede e addirittura lascia l’abitazione, forse per generosità, o per senso di colpa, o perché non riesce più a sottrarsi alla responsabilità verso altri esseri umani in seria difficoltà.
La situazione precipita quando i vicini lo denunciano e viene arrestato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
La vicenda diventa così un’odissea personale, che scorre in parallelo all’odissea di chi vaga senza più un luogo in cui sentirsi al sicuro.
Davide mette in discussione se stesso e la nostra abitudine a guardare altrove.
Amelio sembra chiedersi che cosa succederebbe se uno di noi fosse costretto improvvisamente a confrontarsi con una realtà che normalmente possiamo permetterci di non vedere.
È una storia che deve ancora accadere, dove quella parola, “ancòra”, sembra volerci suggerire che, in un modo o nell’altro, accadrà. E non ci sarà più possibile fingere di non averlo visto.



