IN LIBRERIA PER VOI. “BABYSITTER” di Joyce Carol Oates

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Tempo di lettura:2 Minuti, 14 Secondi

di Maria Antonella Pratali

Ambientato a Detroit negli anni Settanta e ispirato a fatti di cronaca nera realmente accaduti, questo  thriller psicologico di Joyce Carol Oates, come tutti i romanzi dell’autrice statunitense, avvolge il lettore tra le proprie pagine e non lo lascia andare fino all’ultima riga.

Chi ha letto “Fox”, uscito il giugno scorso in Italia (https://alessandriasara.it/langolo-del-libro-fox-di-joyce-carol-oates/), sa che Oates porta in scena non tanto i delitti, quanto ciò che essi mettono in luce: le crepe della società borghese con le sue paure, ipocrisie e menzogne.

Intorno alla figura inquietante chiamata “Babysitter”, un assassino seriale di bambini, si muove Hannah Jarret, moglie in vista di un uomo influente, madre di due figli, apparentemente al riparo da ogni minaccia, imbozzolata nei suoi vestiti firmati e accessori preziosi.

Il suo unico scopo è essere (o apparire) una madre perfetta e una moglie all’altezza del marito ricco e potente. 

Eppure quella vita impeccabile le appare, a poco a poco, come una stanza senza finestre e senza via d’uscita.

L’incontro con uno sconosciuto che mostra di desiderarla le apre uno spiraglio verso il quale si sente irragionevolmente e inesorabilmente attratta. Il suo bisogno di essere “vista” la conduce in un territorio che lei stessa non sa identificare, fatto di desiderio, sottomissione, vergogna, dipendenza, voglia di cambiare vita.

La scrittrice non ci parla di una banale vicenda di infedeltà; fa convivere più storie, le separa e le fa convergere sotto una pressione crescente. 

Si percepisce che qualcosa di terribile sta per accadere, ma non si riesce a capire da quale parte arriverà. La minaccia non abita soltanto in luoghi lontani e nascosti: può presentarsi con educazione e abiti costosi; può addirittura annidarsi nelle case più lussuose dei quartieri ricchi, proprio quelli che si pensano immuni.

Grazie ai pregiudizi razziali, al potere economico e al dominio maschile, la violenza viene attribuita semplicemente a chi vive da altre parti della città, ai neri, al personale di servizio, ai poveri. 

“Babysitter” è un romanzo scomodo, perché non permette di considerare il male come qualcosa di estraneo. Mostra quanto facilmente una comunità eviti di guardare dentro se stessa per proteggere la propria immagine a tutti i costi. E quanto il desiderio di essere amati per quello che si è possa trasformarsi in una rinuncia a vedere.

Il finale è aperto, sta al lettore decidere quali sono gli esiti delle varie storie che si concludono convergendo tra loro. 

Più inquietante dell’identità dell’assassino è la domanda: quante cose riusciamo a ignorare pur di continuare a credere che la realtà che ci circonda non ci riguarda?

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