IN LIBRERIA PER VOI. “L’ANALFABETA” di Ágota Kristóf

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Tempo di lettura:2 Minuti, 19 Secondi

di Maria Antonella Pratali

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Chi ha letto la celebre “Trilogia della città di K” sa che la scrittura di Ágota Kristóf è scarna e sincera, capace di imprimere nella memoria storie difficili da dimenticare.

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Nel 2002, il regista Silvio Soldini si ispirò al romanzo “Ieri” per il film “Brucio nel vento”, mentre le tappe del doloroso autoesilio di Ágota Kristóf sono scandite nelle pagine del racconto autobiografico “L’analfabeta”, pubblicato inizialmente su una rivista svizzera. 

Nata nel 1935 in un piccolo paese dell’Ungheria, ad appena ventun anni la scrittrice decide di fuggire dall’invasione sovietica insieme al marito e alla figlia di pochi mesi.

Partono di nascosto, senza poter dire addio ai loro cari, lasciandosi dietro i ricordi belli dell’infanzia. 

Un passatore li accompagna al confine con l’Austria insieme a un gruppo di profughi; nel buio dei boschi avanzano con il pericolo di morire di stenti o di ritrovarsi nuovamente in Ungheria. Rocambolescamente riescono a trovare la rotta giusta, vengono accolti e rifocillati in un centro di accoglienza, in attesa di una destinazione definitiva.

Quella destinazione sarà la Svizzera. Al loro arrivo in un nuovo campo profughi vengono separati per le docce, spogliati per la disinfezione. Chi ricorda i campi di concentramento teme il peggio. Invece la domenica cittadini svizzeri si avvicinano alle recinzioni per guardare, offrono cioccolato e arance, perfino sigarette. Come allo zoo si offrono noccioline alle scimmiette. 

Ben presto arrivano gli industriali in cerca di manodopera e i profughi si disperdono per tutto il Paese.

Ágota finisce in una fabbrica di orologi a Neuchâtel. L’impatto è durissimo: non riesce a tollerare il cibo, troppo distante dalle sue abitudini; non capisce la lingua, e dunque sperimenta l’isolamento. Si rivolge in ungherese alla figlia, ma la bimba piange, al nido ha imparato il francese, non si capiscono più. 

Qui cominciano il deserto sociale e culturale, il silenzio, il vuoto. Si fa strada la nostalgia delle cose perdute.

Come spiegare agli svizzeri, senza offenderli, che il loro Paese non è altro che un deserto da attraversare per giungere a ciò che chiamano “integrazione”, “assimilazione”?

Alcuni tornano in Ungheria, nonostante il carcere che li aspetta. Altri si suicidano. Lei è tra coloro che ce la fanno.

A poco a poco impara a parlare e poi a scrivere addirittura in francese, per non sentirsi più analfabeta, lei che a quattro anni leggeva già qualunque cosa scritta. 

La sua identità ungherese è andata perduta, è apolide, sradicata. 

La scrittura sarà la sua vera casa fino alla morte, avvenuta nel 2011.

Il suo racconto è un faro puntato su un tema che oggi riguarda tutti noi e che troppo spesso riduciamo a mere statistiche, dimenticando colpevolmente le esistenze spezzate di chi è costretto a fuggire.

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