È la Danimarca dell’immediato dopoguerra ma potrebbe essere una nazione qualunque. Il film “Woman Unknown” (Donna ignota), della regista May el-Toukhy, ci racconta come una guerra non finisce con la firma della pace, una guerra lascia sempre uno strascico di vendette, sospetti, sofferenze. La pacificazione è un processo lento e doloroso che porta con sé l’inevitabile e spesso spietata resa dei conti.
La regista May el-Toukhy, di madre danese, porta sullo schermo la storia di Marie e la racconta attraverso uno sguardo tutto femminile. Marie è una giovane che ha davanti a sé la prospettiva di una nuova agiata vita, passando dal ruolo di cameriera e bambinaia a promessa sposa del suo padrone, un imprenditore rimasto vedovo. Il loro rapporto è al tempo stesso una via di fuga verso un futuro migliore e accettazione di un ruolo ancillare.

Come spesso accade in queste situazioni, qualcosa o qualcuno a un certo punto spezza il fragile equilibrio che nasconde un passato lasciato nell’ombra. In “Woman Unkonwn” è l’incontro casuale con un ex compagno di scuola, incattivito per un vecchio rifiuto e invidioso per la nuova vita di Marie.
La paura di veder compromesso l’ormai prossimo matrimonio spinge la donna a qualsiasi azione pur di rimanere aggrappata, con la forza della disperazione, a quell’unica ancora di salvezza. L’alternativa non è la perdita del benessere o anche solo del lavorò, ma la gogna alla quale sono destinate le donne che hanno avuto rapporti con l’occupante tedesco, com’era successo a lei. Non importa se veramente colpevole di qualcosa, se consenziente o no, è la donna in quanto tale che viene punita dal momento che il suo corpo è stato violato dal nemico, come se quel corpo non appartenesse solo a lei ma fosse di proprietà di altri, della nazione rappresentata dagli uomini.
Per strada Marie assiste alla rasatura delle teste, alle vesti stracciate, alla svastica dipinta sul corpo nudo delle donne umiliate davanti a tutti. Donne che non rappresentano più sé stesse in quanto persone ma una donna come un’altra, ignota, “a woman unknown”.
La guerra da sempre è campo maschile, situazione che scatena i peggiori istinti e nella quale le donne diventano vittime predestinate di violenze e prevaricazioni. È attraverso il possesso del loro corpo, attraverso la loro umiliazione, che si vuol mostrare al nemico il massimo disprezzo, il corpo femminile come campo di battaglia per dimostrare qualcosa a sé stesso e agli altri uomini. Nella Danimarca del 1945 le donne coinvolte erano state circa cinquantamila e migliaia i bambini nati da quelle relazioni.
La regista riesce a calibrare magistralmente i due registri usati per raccontare questa storia al tempo stesso sociale e personale. Con esterni grigi e vuoti e flashback appena accennati, ci trasmette il clima di oppressione e sospetto nel quale ė immerso il paese da poco liberato. Il rosso della bandiera è ripreso negli abiti e nella vernice usata per marchiare con svastiche le case e le donne sospettate di collaborazionismo. È il colore del sangue e della vergogna. Nella locandina un volto femminile, cancellato da una pennellata rossa, è il volto che non si vuole guardare. Con i primi piani e le inquadrature insistenti dello sguardo di Marie e delle donne punite per strada, May el-Toukhy è in grado di far percepire il dolore più intimo e non altrimenti descrivibile.
Un film importante, intenso, tecnicamente di alto livello, presentato alla Mostra di Venezia e reputato dalla critica fra i migliori in concorso.



