Anche quest’anno alla Mostra del Cinema di Venezia, una selezione di sette opere prime trovano la loro vetrina nell’ambito della S.I.C. (Settimana Internazionale della Critica), sezione autonoma organizzata dal Sindacato dei Critici Cinematografici Italiani che offre uno spazio di visibilità ai registi esordienti.
Per aprire questa 41^ edizione della S.I.C è stato scelto “Il Grande Giaffa”, del trentaseienne Marco Santi, un regista bresciano che lavora nell’ambito di cinema, pubblicità e video musicali. Questo suo primo lungometraggio è stato girato in Piemonte fra Cuneo, Fossano e Savigliano, anche grazie alla Film Commission Torino Piemonte.

È stato presentato come “un film onirico dalla grande potenza visiva e dai profondi interrogativi esistenziali”. La sua trama ruota intorno a un tema quanto mai d’attualità e cioè quanto della nostra identità appartiene davvero a noi e quanto invece allo sguardo degli altri, in un mondo come il nostro costruito sull’immagine e veicolato attraverso la lente travisante dei social.
Per rispondere a questa domanda il regista sceglie come protagonista della sua storia Giacomo Fatta, un uomo senza qualità e determinazione, che nessuno tiene in considerazione, che fa fatica a trovare il suo posto nel mondo come padre, come marito, come giornalista. Estraneo ai meccanismi che condizionano la società che lo circonda è l’unico a rendersi conto di quanto vuoto ci sia dietro il successo di un performer da tutti ammirato “Il grande Giason”.
Attirato dal carisma di quest’ultimo, cerca dapprima di entrare di nascosto nella vita privata dell’attore e poi trascinato da una serie di eventi che si concatenano, talvolta a prescindere dalla sua volontà, finisce di immedesimarsi con lui, di sostituirsi costruendo un personaggio inesistente “Il grande Giaffa”. Per sostenere il gioco iniziato quasi per caso che gli permette vivere il “momento di gloria” e che lo riscatta da tante umiliazioni, arriva però a vivere di finzione e a commettere anche reati. “L’occasione fa l’uomo Giaffa” dice il regista, l’occasione per coronare la propria ambizione, per raggiungere a ogni costo una fama.
Se il soggetto offre spunti interessanti su come sia possibile costruire sul nulla la popolarità di un personaggio di successo, il film “Il grande Giaffa” risente dei limiti di certe opere prime. Vuole giocare con il distopico e il grottesco ma senza riuscire del tutto a calibrarne le misure e finisce così per rendere surreali personaggi e situazioni che potevano risultare più efficaci se gestite con maggiore verosimiglianza. Il superamento del limite del reale è materia da maneggiare con cura e con perizia e in questo l’esperienza aiuta. La regia per certi aspetti ha tentato un salto in avanti che si rivela un po’ affrettato.
Fra gli aspetti positivi segnaliamo l’ottima interpretazione di Edoardo Pesce che regge il peso della pellicola dalla prima all’ultima scena e l’intenzione del regista di andare oltre ai temi scontati di un certo filone cinematografico nazionale per portare sullo schermo la sua percezione della società che lo circonda, anche se il risultato resta nell’ambito del non perfettamente compiuto.



