Il delitto Alferano

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di Pier Giorgio Maggiora
Dopo il Biennio Rosso, un periodo di intensa agitazione
sociale tra il 1919 e il 1920, e l’emergere del Partito
comunista d’Italia nel gennaio 1921, si assiste allo

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scatenarsi della violenta reazione fascista attraverso lo
squadrismo. L’atmosfera in Italia è complessivamente
tesa e pesante: il paese, che non è mai stato tutto d’un
pezzo, è afflitto dalla disoccupazione e dall’inflazione,
mentre le opposte fazioni estremiste si affrontano senza
tregua, seminando violenza e combinandone di tutti i
colori.
La società è divisa in una profonda spaccatura tra
coloro che sognano un futuro di rivoluzione e chi brama
per l’instaurazione di un ordine stabile, e anche la
politica locale soffre di estrema polarizzazione e
radicalismo ideologico, sfociando spesso nella violenza
fisica. Dissenzienti o non allineati vengono etichettati
come traditori, irresponsabili e nemici della nazione.
Nella popolazione valenzana, molti anelano all’ideologia
socialcomunista, tuttavia non mancano coloro che si
rifugiano nel fascismo di facciata, aggrappandosi a
speranze e illusioni talvolta disgustosi nella loro
ipocrisia. Le fazioni politiche principali, tra cattolici,
socialisti e comunisti, trovano impossibile collaborare,
e dietro le frequenti contese si percepisce un rigido
immobilismo ideologico e un inquietante vuoto
democratico che minaccia di essere colmato dalle
nuove forze. . La triste realtà in quei giorni era questa.
I protagonisti della sinistra valenzana all’interno del
governo locale includono figure emblematiche come De
Michelis, Oliva, Tassinari, Marchese, Spalla, Vecchio,
Morosetti, Soro, Berge, Raiteri e altri, che dal 1910
hanno mantenuto il controllo del municipio attraverso i
sindaci Oliva e poi, per poco tempo dal 1920, con
Marchese. Ad opporsi a loro vi è un conglomerato di
forze d’ordine altrettanto variegato: dagli agrari a una
parte del tessuto industriale, passando per frange
significative della classe media urbana e dei piccoli

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proprietari terrieri: Vaccari, Ceriana, Soave (4),
Angeleri, Ferraris, Biglieri e altri. Queste fazioni
conservatrici si mobilitano in massa per contrastare
l’incubo di una rivoluzione sociale imminente: per
alcuni ha quasi assunto una dimensione morbosa, con
molti segnali di dichiarata malevolenza con la sinistra.
Durante gli scioperi agrari del marzo 1921,
un’incursione antisciopero viene lanciata, il 20 marzo, a
Sartirana da violente squadre d’azione provenienti dal
casalese, insieme ad alcuni valenzani. Casale si
distingue allora come la città più favorevole al fascismo
dell’intera provincia. Tale incursione si trasforma
rapidamente in sanguinosi scontri orchestrati da chi
desiderava fomentare ulteriormente la violenza. Tra i
tanti feriti nello scontro, lo squadrista valenzano
Carletto Spagna riporta gravi lesioni ed è trasportato
d’urgenza, con un autocarro, all’ospedale di Valenza.
Purtroppo il suo decesso, avvenuto il 23 marzo 1921 a
causa di un’emorragia, accentua il clima già teso e non
fa presagire alcun miglioramento all’orizzonte. È un
episodio decisivo e cruciale, con gravosi contraccolpi
negativi.
Mentre il dolore e la rabbia serpeggiano tra i membri
delle squadre d’azione locali, i socialcomunisti
organizzano una veglia danzante nel loro locale di
fronte all’ospedale di Valenza, in via Pellizzari, quasi
come a celebrare la morte di quel fascista. Questo
gesto, avventato e privo di tatto (dote chiaramente poco
diffusa in quei giorni), infiamma ulteriormente gli animi
già tesi.
Al giorno d’oggi, una tale provocazione ci sembra
impensabile, ma l’indignazione politica spesso
trascende i fatti per dipendere dalle persone coinvolte:
due pesi e due misure. In quel tempo molti non

dovevano star benissimo con la testa, soprattutto tra i
rappresentanti dei partiti.
Se la festa era intesa come provocazione, ha raggiunto
appieno lo scopo, ma la reazione appare ben oltre le
aspettative degli organizzatori. Gli squadristi,
infervorati, irrompono nel locale distruggendo tutto e
aggredendo brutalmente i partecipanti; la tensione a
Valenza cresce così esponenzialmente. La possibilità di
pace o riconciliazione si allontana sempre più,
svuotando di senso il tragico significato delle azioni
compiute.
L’idea che si tratti solo di incidenti casuali, voluti da
alcuni individui malintenzionati, e non di un sistema
profondamente destabilizzante, si dimostra ogni giorno
più infondata. Tra gli assalitori ci sono anche fascisti di
Boscomarengo e Frugarolo; tra loro spicca Vincenzo
Alferano (1). Non è difficile immaginare che questo
episodio costituirà un grave precedente, alimentando
l’odio verso lo squadrista di Frugarolo. Alferano verrà
coinvolto nella creazione del Fascio di Combattimento
locale, inaugurato successivamente con gran pompa il
24 luglio 1921 e dedicato in sua memoria dopo la sua
scomparsa.
Vincenzo, detto «Cenzo», nasce a Frugarolo il 16 aprile
1899 e si arruola volontario a soli 17 anni per andare al
fronte. Durante il Biennio Rosso è tra i primi ad aderire
ai Fasci Italiani di Combattimento nella zona di
Alessandria, entrando poi nelle squadre d’azione,
temute e rispettate.
A Valenza, città prevalentemente «rossa», i fascisti
sono numericamente inferiori (poche persone si
dichiarano apertamente tali indossando pubblicamente
la camicia nera, inizialmente quasi tutti agrari); per
rinforzare le loro fila e facilitare l’apertura del Fascio di

Combattimento, arrivano da Alessandria camerati di
provata fede, pronti a scontrarsi con gli avversari
politici locali. Tra questi attivisti c’è anche Alferano,
giovane e impetuoso (aprile 1921). Distinto per il suo
protagonismo e spirito combattivo, Alferano provoca i
«rossi» sfilando con sicurezza plateale lungo corso
Garibaldi (la Cuntrà Granda) indossando un vistoso
cappello nero a larghe falde, in abbinamento alla
camicia nera. Non è ben visto da nessuno; viene
considerato un nemico da odiare, colpevole delle
malefatte del regime in base al pensiero dominante
dell’epoca.
In una chiave moralistica l’insolenza non conosce limiti,
il nemico diventa assoluto, un avversario «efferato» con
cui non si tollerano compromessi. Il giovane «Cenzo»
sarà una delle tante vittime in questi anni turbolenti, nei
quali l’odio reciproco causa morti e dolore, differenziati
solo dal riflesso condizionato dell’ideologia secondo
cui non tutte le morti sono uguali.
Dopo una serie di scontri e un aumento della tensione
dovuto all’adozione di nuovi metodi, si arrivò
rapidamente alla drammatica notte dell’imboscata.
Questo accade durante la campagna elettorale delle
elezioni politiche del 15 maggio 1921, consultazioni che
videro il trionfo dei socialisti con 1.494 voti, a fronte dei
692 del Blocco, dei 256 per i comunisti e dei 251 per i
popolari.
Quella sera, Alferano si trovava in compagnia di altri
fascisti: i valenzani Ferraris e Facelli, gli alessandrini
tenente Mantelli e sottotenente Gorgolini, e altri quattro
camerati. Erano impegnati in uno dei loro consueti giri
di perlustrazione notturna della città; era la sera dell’8
giugno 1921, precisamente alle ore 22. Era una notte
mite d’inizio estate, silenziosa e oscura, appositamente

scelta senza luna. Mentre attraversavano viale Vicenza,
all’epoca conosciuto come Circonvallazione Est, nei
pressi dell’ex Centrale del latte vicino alla sede del
Circolo comunista di via Magenta, il destino di Alferano
si compì in maniera tragica. Una raffica di colpi si
abbatté sul gruppo, i fascisti risposero al fuoco e una
breve sparatoria esplose nell’oscurità.
L’avventuroso e sfortunato giovane Alferano,
ventiduenne squadrista già ferito in azioni precedenti,
forse troppo intossicato dalla vanità e dal fanatismo
politico, cadde colpito al ventre, probabilmente da due
colpi di fucile da caccia. Morì successivamente in
ospedale. Nell’attacco il probo e irriducibile segretario
politico del Fascio locale, Paolo Mantelli, subì una ferita
alla gamba.
L’omicidio avvenne nel pieno della lotta tra fascisti e
nazionalisti contro socialisti, anarchici e comunisti ed è
stato considerato quasi come l’inizio dell’ascesa del
partito mussoliniano. Questo evento segnò un duro
colpo per l’immagine della politica locale, sottolineando
l’ipocrisia morale che sembra interessare solo ciò che
riguarda gli altri.
La reazione fu prevedibilmente brutale: le squadracce
fasciste di Alessandria, guidate dal capo tribù Sala e
spalleggiate da alcuni esaltati discepoli valenzani, si
scatenarono in città. Attaccarono la Camera del Lavoro
picchiando diversi «bolscevichi». Il giorno seguente,
un’imponente spedizione punitiva composta da
camerati venuti da zone limitrofe — squadre casalesi,
alessandrine, astigiane e rinforzi provenienti da
Frugarolo e Boscomarengo — si lanciarono con
violenza distruttiva contro la Casa del Popolo e la
nuova sede del Partito Comunista. Incendiarono la
Camera del Lavoro perpetrando pestaggi, violenze e

somministrazioni forzate di olio di ricino, mantenendo
l’impunità mentre presidiavano la città, sparando contro
le finestre delle case e aggredendo i rivali politici con
bastonate.
Tra l’11 e il 12 giugno un ulteriore attacco colpì il
Circolo comunista, con danneggiamenti a negozi e case
appartenenti ai socialisti e comunisti valenzani più noti,
alcune delle quali vennero pure incendiate. La tensione
accrebbe a causa delle accuse — mai provate —
lanciate dai fascisti nei confronti del comunista Bensi,
indicato con accanimento come uno degli autori — ad
un passo dal rogo — tanto da costringerlo a fuggire al
Sud. Ma era solo l’inizio della «damnatio» e della
diffusione delle menzogne, per usare un eufemismo.
In aggiunta a tali atti violenti, i fascisti occuparono il
municipio per costringere la giunta socialista alle
dimissioni immediate. I consiglieri comunali socialisti
subirono insistenti intimidazioni finché il sindaco,
ostacolato e delegittimato, fu costretto ad abbandonare
l’incarico, l’11 giugno 1921.
A quel punto, il prefetto incaricò Pietro Farina,
funzionario dell’Amministrazione Provinciale, di guidare
il comune. Nel frattempo il giornale socialista «La
Scure» chiuse le pubblicazioni; il primo numero del
settimanale fascista «La Mazza» apparve il 10 luglio,
con Aldo Marchese alla guida editoriale iniziale insieme
al segretario politico locale Mario Alberto Tuninetti,
figura dominante che incarnava l’idealtipo italiano
dell’epoca fascista e che in seguito divenne vice-
federale ad Alessandria e direttore de «Il Piccolo»
durante la repubblica di Salò.
Il fratello Dante Maria Tuninetti (3), anch’egli di Valenza,
ricoprì molti ruoli di rilievo durante il regime, tra cui

Federale delle città di Torino, Trento, Bengasi e Tripoli,
prefetto di Novara e Pavia, e direttore di diversi giornali.
Alferano divenne uno dei martiri più celebrati dal
fascismo alessandrino, come raccontato da
un’agiografia che spesso mescolava misticismo
religioso al sacrificio eroico, con un uso demagogico
volto a trarre vantaggio retroattivo. Per il regime la data
del delitto fu cerchiata in rosso sul calendario.
Dopo un anno di commissariamento in un clima di
crescente malessere, durante il quale il Fascio
Valenzano di Combattimento (guidato dal segretario
politico cap. Marengo) si trasformò nel Partito
Nazionale Fascista. Il 18 giugno 1922 si tennero le
elezioni amministrative comunali, l’affluenza fu scarsa,
poco sopra il 50%, socialisti, comunisti e popolari non
poterono presentare liste a causa delle minacce e della
tensione politica.
Il blocco di fascisti e liberali vinse senza rivali. Luigi
Vaccari (2) fu eletto sindaco; un ex sindaco destinato a
diventare deputato provinciale e podestà di Valenza. Gli
assessori della nuova giunta furono Massimo Barbero,
Edoardo Mazza, Livio Ratti e Mario Soave (che in
seguito sarebbe diventato podestà), con Giovanni
Rolandi e Luigi Garavelli come assessori supplenti. Non
tutti erano fascisti; alcuni, riempiti di vento, vivevano
tra speranza e obbedienza, raccogliendo propositi che
non mantennero fede. Qualcuno, che sembrava un
tantino fuori luogo, dovette ingoiare certi bocconi molto
amari.
In sostanza, il regime era ormai consolidato, un
passaggio che non suscitava entusiasmi. I fascisti
potevano imporre la loro logica autoritaria e il loro
ordine, spesso in violazione della legge, poiché le forze
dell’ordine non erano sollecite a proteggere coloro che

li avevano insultati o minacciati in precedenza. Molti
politici locali coraggiosi si ritirarono disgustati in un
momento di grande agitazione. Diversi valenzani
salirono entusiasti sul nuovo carro politico per
convenienza più che per convinzione; alcuni
cambiarono bandiera adattandosi alle nuove
circostanze, certuni politici negarono pure la loro storia
personale pregressa digerendo anche l’indigeribile.
Molti chiusero gli occhi di fronte alla realtà, formando
una corte di adulatori tiepidi rassegnati, mentre altri si
rifiutarono di considerare i propri amici o familiari in
camicia nera alla stregua di criminali di regime. Tutto
ciò la dice lunga sulla confusione presente tra i cittadini
di Valenza.
Tuttavia, giudicare situazioni storicamente diverse con i
parametri moderni è difficile e spesso fazioso, col
rischio di calpestare le proprie stesse radici. Insomma,
si dovrebbe discernere le cause, i fatti e aver senso
storico e provato nel dare saggezze.
Il parroco monsignor Pagella (5), figura lungimirante e
pragmatica, fu uno dei pochi, fino alla sua scomparsa
nel 1925, a lottare per far ammettere la legittimità
ideologica degli avversari e a cercare invano un modus
vivendi: basato sul principio che ognuno ha diritto alle
proprie opinioni, purché non ricorra alla violenza e lasci
anche ad altri la libertà di esprimersi. Era la pace della
fede, in cui provò di attrarre, con la potenza del
pensiero, i demoni che inducevano alla lotta aperta.
La discussione politica tra la gente più umile avveniva
nei luoghi di aggregazione: all’oratorio, nelle osterie e,
durante l’inverno, nelle stalle della campagna. Qui,
scaldati dagli animali, si riuniva il popolo contadino e
non solo la sera, un momento in cui le notizie venivano

condivise, i giornali spesso letti ad alta voce e i fatti
commentati insieme.
Attorno all’inchiesta sull’omicidio Alferano si rincorsero
numerose voci e argomentazioni più o meno verosimili.
Il quadro parve talvolta chiaro per poi tornare a
offuscarsi in un porto delle nebbie, protetto da alcune
vantaggiose reticenze. Il veleno, insomma, tracimava,
tutt’altro che qualche passo verso il disgelo, anzi si
instradò perfino la colpevolizzazione della vittima.
.A causa dell’inconcludenza con cui procedette
l’istruttoria e il dibattimento, e nonostante tre processi,
le circostanze del delitto rimasero misteriose. Nessuna
sentenza riuscì a fare definitivamente luce
sull’accaduto, tra numerosi arresti, silenzi e omissioni:
figure come Panzarasa, Ghidetti, Ferraris, Mattacheo,
Piacentini, Ratti e altri — che antifascisti lo furono
davvero — inizialmente ritenuti responsabili, vennero in
seguito prosciolti. Una prassi che, in politica, spesso
serve a confondere il perché una cosa è stata fatta. Più
di rado perché sia stato necessario farla.
Le indagini, protratte nel buio, non portarono mai a
conclusioni definitive, poiché la reticenza e la
mancanza di memoria erano vizi diffusi già allora.
Anche la ragione sembrava un assunto antropologico di
fronte a tanta devozione di fede politica. Alcune
indiscrezioni del periodo suggerirono persino
motivazioni legate a questioni passionali personali o a
faide intestine fra le correnti del partito, divise da
tendenze ideologiche opposte: una frangia di sinistra,
composta da interventisti, sindacalisti rivoluzionari,
arditi e repubblicani, e una di destra, formata da
monarchici, militari, irredentisti e nazionalisti.

Cicerone affermava che la verità si tradisce tanto
mentendo quanto tacendo: un pensiero che è rimasto
sempre attuale.
Da tempo ormai non ci sono più «docenti» che
addestrano a una certa politica, specialmente perché
mancano discenti desiderosi di istruirsi. E visto che ora
va di moda Sant’Agostino, concludiamo dicendo che il
dilemma risiede da sempre nella natura intrinseca della
«città terrena» dominata dalla cupiditas e, come tale, è
irrisolvibile. Tuttavia, ripensando ai valenzani più
impegnati di quell’epoca – che spesso hanno patito per
le proprie idee – essi ci appaiono oggi come dei titani
rispetto a noi che abbiamo un’eterna fame di eroi,
sebbene furono schiacciati dai sacrifici imposti da
ideologie totalitarie e faziose, capaci solo di offrire un
nemico da odiare a cui attribuire ogni colpa.

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