di Pier Giorgio Maggiora
I primi anni del post-novecentesco hanno segnato una
fase di profonda ridefinizione per la sinistra italiana,
caratterizzata da divisioni, tentativi di riconciliazione e
un’indefessa ricerca di risposte alle trasformazioni della
società moderna. Il mondo era sempre più immerso nel
nichilismo, sembrava non esistere più un sentire
collettivo, il potere si era convogliato in una forza
esclusiva, consistente, irraggiungibile (una lobby di
pochi che controllava tutto). Senza ideali all’uomo non
rimaneva che l’individualismo sregolato. L’Europa
invecchiava, l’Africa cresceva; questa sproporzione

rendeva la pressione migratoria una disfida di lungo
periodo. Contava la fede religiosa, non la cittadinanza.
Localmente novità e rinnovi di ogni tipo restavano
congelati nelle more dei lacci burocratici, una tassa
occulta che non risparmiava niente e nessuno.
A Valenza, le difficoltà nel formare un’identità comune
prevalsero, tra la nostalgia del vecchio comunismo e la
necessità di rinnovamento, con nuove questioni come
l’ecologia e la partecipazione dal basso che spesso si
intrecciavano con movimenti sociali, il tutto in un
quadro normativo troppo datato.
La vecchia mentalità calvinista, che collegava l’abilità
professionale alla capacità di guadagno, era ormai
svanita. Quel valore si era perso nel tempo, ma il
profitto finanziario sul metallo prezioso nascosto si
preannunciava impeccabile, perpetuando un’ambiguità
insidiosa.
Con la perdita di molti operai e del sindacalismo
politicante, evaporava l’egemonia di sinistra del
passato. Quando gli altri compagni sostenevano la
società occidentale, qui c’era ancora qualcuno che
credeva nell’Unione Sovietica.
Nelle elezioni comunali del 2010, molti ex elettori di
sinistra votarono per il centrodestra guidato da
Cassano e non pochi ex comunisti osarono superare
barriere morfologiche un tempo ritenute insormontabili.
Questo rappresentò il declino del conformismo locale
della sinistra, ma pochi ne parlarono apertamente.
Alcuni esponenti di spicco si fecero da parte con
dignità, senza prediche ideologiche, offrendo lezioni di
civiltà.
Nel febbraio 2013, le elezioni politiche videro l’ascesa
del «Movimento 5 Stelle», una forza dell’antipolitica
dallo spirito giacobino, che canalizzava la legittima
protesta popolare in maniera intransigente. A Valenza, il
movimento ottenne 3.223 voti (27,22%) alla Camera e
2.846 voti (25,56%) al Senato, causando turbolenze al
centrosinistra che raccolse solo il 23,65% alla Camera e
il 24,90% al Senato.
Daniele Borioli riuscì a ottenere un seggio al Senato tra
i democratici: non accadeva da decenni che un
valenzano ricoprisse una posizione così prestigiosa.
Era uno dei pochi sopravvissuti tra i politici locali di un
tempo.
Nell’ottobre del 2013, durante il congresso di circolo del
PD, il direttivo fu rinnovato e in parte ringiovanito, pur
mantenendo un carattere “cuperliano” che rifletteva una
certa tradizione. Michele Filippo Fontefrancesco fu
eletto come segretario. I nuovi membri del direttivo
includevano Orlando, Meregaglia, Legora, Rossi,
Cresta, Oddone, Panelli, Bove e Ricci.
Il numero degli iscritti però seguitava a diminuire,
predominavano uomini intorno ai sessant’anni di cui
molti sognavano di tornare alle origini; i reggenti locali
apparivano meno energici rispetto agli emergenti leader
a livello nazionale. Storicamente, tessere, sezione e
feste avevano sempre fatto da collante, ma ormai si
assisteva a una nuova era e a un partito leggermente
più snob e aristocratico, forse con qualche tessera
meno autentica e qualcosa di diverso in più.
Alle primarie del PD dell’8 dicembre 2013 al seggio
valenzano (votanti 829, compresi gli elettori di
Bassignana, Pecetto, Rivarone, Montecastello e
Pietramarazzi) prevalse «l’enfant prodige» Renzi con
585 preferenze (68,18%), seguito da Cuperlo con 124
(15,05%) e Civati con 115 (13,96%). Alcuni dei principali
esponenti locali del partito, quando hanno capito dove
tirava il vento, si sono scoperti «innovatori renziani»,
cantando l’Inno di Mameli e non più l’Internazionale. In
politica la coerenza vale sempre, purché riguardi gli
altri. Ormai sembrava normale ciò che fino a poco
tempo prima era orrendo.
Nel Paese, così come a Valenza, durante le elezioni del
25 maggio 2014, il PD (una continuazione del PCI) riuscì
quasi a raddoppiare il proprio consenso rispetto a poco
più di un anno prima, passando qui dal 22% del
febbraio 2013 al 40% (38,68% alle europee e 41,39%
nella corsa per il nuovo presidente regionale
Chiamparino). Più che una semplice vittoria, si trattò di
un vero e proprio trionfo: Renzi aveva completamente
rivoluzionato anche la sinistra valenzana di un tempo,
che aveva ormai smarrito la sua ideologia. Si impose in
tutta Italia con percentuali mai registrate prima.
A Valenza, il Partito Democratico si trovava comunque a
fronteggiare due tensioni opposte: da un lato, i suoi
fedelissimi, spesso molto loquaci, nostalgici dei tempi
in cui loro erano contestatori, e dall’altro un gruppo
«menscevico» più aperto a tutti e moderato. Alcuni
pseudo-intellettuali, non trovando ascolto tra i leader,
tendevano a radicalizzarsi su alcune posizioni della
pura ragione politica originale: un’idea «regolativa»,
avrebbe detto Kant.
Si stava assistendo alla trasformazione definitiva dalla
sinistra massimalista operaia aperta, con concreta
simpatia per gli oppressi e per gli esclusi, verso un
laicismo progressista e neoborghese, che aveva
sostituito l’anticapitalismo con l’antifascismo e
l’operaismo con un femminismo talvolta misandrico,
provocando fastidio in tanti.
Solo l’extra sinistroide Di Carmelo che, solo contro tutti,
sosteneva il piccolo gruppo di Sinistra Ecologia Libertà
(prossimo alla dissoluzione), manteneva una certa
libido contestataria, mentre per qualche antagonista,
nostalgico della Resistenza tradita che sognava ancora
la rivoluzione proletaria, non restava che insopportabili
tirate finto-moralistiche. La rabbia della sinistra
valenzana derivava anche dall’essere esclusa da quel
potere locale che aveva storicamente detenuto.
Tuttavia, per precisione, queste rimangono
considerazioni personali e potrebbero essere
semplicemente un esercizio di riflessione.
All’inizio del 2015 iniziarono i preparativi per il nuovo
governo municipale, con l’intenzione di voltare pagina e
formare alleanze non convenzionali, seppur
accompagnati dalla paura generale che il nuovo
potesse essere peggiore del vecchio. Nel 2010, il
bilancio aveva già rappresentato una pietra d’inciampo
per il centro-sinistra e, alle porte delle elezioni comunali
del 2015, lo stesso problema (consuntivo 2014) fece
crollare la debole maggioranza di centro-destra. Ormai,
pigolando a voce bassa, transitare da amico a nemico
era un baleno.
Un tema centrale della campagna elettorale fu la piscina
comunale, inagibile da tempo, da riaprire o «sostituire
con il fiume locale, come era avvenuto per secoli».
Come diverse altre strutture sociali inutilizzate che
versavano, e ancora oggi versano, nell’abbandono,
rispolverando slogan di una volta e facendo promesse,
regolarmente disattese, che suonavano più come bugie
impressionistiche e variabili. Fotografando alla
perfezione la distanza, che da sempre esiste in politica,
tra realtà e mondo delle favole.
In un’atmosfera di insoddisfazione, defezioni e identità
perdute, le liste elettorali per le comunali furono
costituite attingendo in parte a nuovi volti politici
«puristi». Oltre al sindaco, si dovevano eleggere 16
consiglieri: 10 per la maggioranza e 6 per l’opposizione.
La sinistra, ormai libera da certa demagogia e con
leader meno accentratori, abbandonò l’egocentrismo e
scelse candidati al consiglio comunale in modo astuto,
cercando di renderli accettabili e subordinati, crudeli
con i rivali, di burro con i compagni, questa era la
regola. Il curriculum ideale? Buona capacità di analisi,
impermeabilità alle critiche e assenza di senso
esegetico. Era un definitivo addio alla visione
collettivista sociale ottocentesca cara a Marx, a favore
di cittadini gran pagatori di tasse e di soggetti alteri che
cercavano di demolire certe tradizioni politiche con
prosopopea.
Gianluca Barbero, un veterano della sinistra
tradizionale ringalluzzito, vincitore delle primarie PD
locali del 8 marzo 2015 (Barbero 465, Siepe 230, Zanotto
152), ritenuto a torto o a ragione nume tutelare del
partito, con la coalizione composta da Lista Civica
Valenza Bene Comune, Partito Democratico, L.C.
Cattolici e Democratici, Moderati, Sinistra Ecologia
Libertà, venne chiamato a rimettere insieme i pezzi
dopo la sconfitta subita dalla sinistra nelle comunali 2010
Egli riprese le redini del Palazzo che altri avevano
gestito per cinque anni, facendo grondare di gioia ed
esaltazione il nuovo esecutivo rosso. Tra i più votati per
il PD Barbadoro 135, Zavanone 127, Ballerini 125,
Varona 89; per SEL Di Carmelo 149, Zanotto D. 52; per
Valenza Bene Comune Cioccolo 38.
Al ballottaggio del 14 giugno 2015 votò solo il 43% degli
elettori: Barbero ottenne il 54% dei voti e Cassano il
46% Nel nuovo consiglio comunale, per il Partito
Democratico furono eletti Luca Bindi, Sergio Cresta,
Alessandra Icardi, Paola Levati, Giosuè Orlando, Nadia
Rossi, Davide Varona, Daniela Zaio (capogruppo); per
Sinistra Ecologia Libertà Salvatore Di Carmelo; per
Valenza Bene Comune Federico Icardi. Nella nuova
giunta del sindaco Barbero, furono nominati Costanza
Zavanone, Marina Baiardi, Luca Ballerini, Massimo
Barbadoro, Antonella Perrone.
Il referendum istituzionale del dicembre 2016 ebbe un
impatto significativo, portando il giovane premier Renzi
alle dimissioni. A Valenza si suonò la stessa musica, il
43,34% votò sì, mentre il 56,66% votò no.
Successivamente, alle elezioni politiche del 4 marzo
2018, il Partito Democratico valenzano, quasi insecchito
e inerte, ottenne solo il 18,45% alla Camera
uninominale.
Nell’ottobre del 2017, complice di una ipotetica
restaurazione, Andrea Ferrari successe a Michele
Filippo Fontefrancesco quale segretario quadriennale di
circolo del Partito Democratico di Valenza. Nella sede di
via Pellizzari si recò a votare una percentuale altissima
di iscritti, in altri tempi si sarebbe stati tentati di
definirla «bulgara», ovvero 92 su 106. L’esito della
votazione fu netto, in quanto la vittoria andò a Ferrari
con un 59,79% dei voti, ma ciò rivelò che vi era anche
oltre il 40% del circolo, soprattutto giovani, che si
riconosceva nell’altro candidato consigliere comunale
Giosuè Orlando, e non fu una incrinatura
estemporanea, ma sostanziale tra giovani e non, una
sfida alla gerarchia e la corrosione del mondo locale
radical chic.
Il nuovo direttivo del PD eletto fu composto da Baiardi,
Bisoglio, Bortoloni, Buzio, Cavarretta, Ciccarelli, Gian
Cioccolo, Cravera, Cresta, Giaretta, Ierardi, Minniti,
Montaldi, Moro, Orlando, Rossi, Varona, Zaio, Zanotto,
Zavanone. Furono eletti delegati all’assemblea
provinciale: Luca Ballerini, Mauro Milano, Corrado
Tagliabue, Daniela Zanotto e Costanza Zavanone.
Nel maggio 2019, durante le elezioni europee e regionali
in Piemonte, segnate dalla vittoria del centrodestra,
quasi la metà degli elettori valenzani si astenne. Nel
contesto politico di Valenza, l’assessore ai Lavori
pubblici, Luca Ballerini, fu promosso a vicesindaco al
posto della cripto-socialista Costanza Zavanone, che
scelse di non ricandidarsi. La promozione di Ballerini
suggeriva una sua possibile candidatura a sindaco per
una sinistra rinnovata. Tuttavia, con la crisi sanitaria del
Covid e la sua gestione controversa, le elezioni furono
rinviate al 20 e 21 settembre 2020, in un clima di
incertezze e presunti tradimenti politici.
Durante queste elezioni comunali, il centrosinistra
sembrava giovare della proroga elettorale poiché
l’emergenza metteva il candidato della sinistra Ballerini
sotto i riflettori, anche grazie alla sua reputazione di
medico. Mancava però un progetto sociale ed
economico chiaro che rispecchiasse una visione
autentica di sinistra.
Il fatto curioso è che al primo turno delle elezioni, Luca
Ballerini e Maurizio Oddone si trovarono praticamente
in parità, separati da soli 13 voti. Ballerini, sostenuto da
un’alleanza tra centro e sinistra, ottenne il 43,78% dei
voti (4067 voti), grazie all’appoggio di partiti come il PD
(22%), Valenza Futura (11%), Valenza Bene Comune
(6%) e Italia Viva (3%). Maurizio Oddone conquistò per il
centrodestra il 43,64% dei voti (4054 voti), sostenuto da
Lega (26%), Fratelli d’Italia (10%) e Forza Italia (9%). Le
altre due liste ottennero rispettivamente il 12%
(Deangelis) e lo 0,5% (Giordano).
La sfida, sul filo del rasoio, tra i due candidati continuò
due settimane dopo nel ballottaggio. Luca Ballerini
perse per un margine ristretto di 23 voti ma la sua prova
fu comunque apprezzabile e prodromica. In consiglio,
con Ballerini (lista Valenza Futura), entrarono tre
esponenti del PD: Davide Varona (176 preferenze),
Maria Maddalena Griva (175) e Salvatore Di Carmelo
(125).
Le mascherine contro il Covid nascosero la delusione
della sinistra. Quelli di Ballerini, sicuro, ma anche di
Barbero, che lasciava dopo cinque anni di faticate,
tormenti, compiacenze e controversie. In fondo, quale
amministratore politico locale non ha attraversato una
propria odissea?
La sinistra progressista valenzana non riuscì a
esprimere una vera soggezione ideologica e apparve
troppo sfocata nei suoi intenti, confermando la sua
trasformazione in puro moderatismo democristiano di
sinistra: una forza semi-movimentista che continuava a
non rinunciare alle sue ambiguità, e li declinava
all’insegna della consueta abilità tattica e
spregiudicatezza pragmatica. Questa ambigua
trasversalità, difficile da scalfire, portò anche alla
perdita della tradizionale dimensione storica semplice e
ruspante, senza avvicinarsi troppo alle nuove istanze
riformiste. Anche il sindacato locale di sinistra aveva
affievolito il suo ruolo politico; sempre più ininfluente,
gonfiava i propri iscritti arruolando pensionati, anziché
tutelare chi aveva un lavoro.
Se Atene piange, Sparta tuttavia non ride. La nuova
amministrazione di destra gestirà il governo locale per
cinque anni con una guida perlopiù formale e priva di
sostanziali riforme politico-culturali. Questo porterà
illusioni e qualche infedeltà, destinate a fuorviare le
visioni e a una frattura sempre più profonda tra i partiti
del governo locale.
È la consueta parabola fatale, quale la purezza delle
origini e la contaminazione del tempo; in realtà ogni
gestione politico-amministrativa è difettosa e
perennemente in bilico, finalizzata principalmente a
conseguire consenso: una verità palese, che spesso
non si può enunciare.



