“NAZA”, il documentario Premio speciale della Giuria alla Mostra di Arte Cinematografica di Venezia, è una testimonianza storica che merita la nostra attenzione per due diversi motivi.
Il primo motivo è legato al fatto specifico: ciò che succede a Gaza raccontato da voci israeliane. Le voci sono quelle di ufficiali dell’intelligence militare e di soldati coinvolti nelle operazioni condotte nella Striscia come reazione all’azione di Hamas.
Fra e il 7 e il 9 ottobre 2023 una serie di attacchi terroristici portò alla morte di 1200 israeliani (di cui 859 civili) e alla cattura di 250 persone prese in ostaggio (85 morte durante la prigionia) e altre scomparse di cui non si sa più nulla. La reazione di Israele, ancora in corso a distanza di tre anni, ha fatto leva su un misto di paura, desiderio di vendetta e calcolo politico, e ha portato a una catastrofe umanitaria con più di 70 mila palestinesi morti e cumuli di macerie ovunque.

«Abbiamo realizzato questo film spinti dal dovere di usare la nostra posizione di israeliani per analizzare i sistemi dietro all’uccisione di massa di civili palestinesi di cui il nostro Paese è responsabile» hanno dichiarato i registi Yvan Abraham e Rachel Szor.
I sistemi utilizzati per uccidere gli affiliati di Hamas vengono descritti nelle interviste che raccontano la pianificazione delle operazioni di intelligence e militari. Colpisce, nelle conversazioni, l’indifferenza con la quale venivano eseguiti gli ordini, la soddisfazione provata per la missione compiuta, i metodi per individuare il bersaglio da colpire, calcolato con ipotesi probabilistiche e la messa in conto dei NAZA, i “danni collaterali” (Nezek Agavi), rappresentati dal numero di vittime civili associato all’attacco militare. Due, dieci, venti, bambini inclusi.
Il merito del film è quello di prendere le distanze da ogni ricatto emotivo, l’esposizione dei fatti e delle motivazioni rimane sempre su un piano razionale per lasciare allo spettatore la lucidità necessaria a giudicare ciò che viene detto.
Il secondo motivo per il quale vale la pena di vedere “NAZA” è la riflessione che nasce dalla visione del film, la consapevolezza su quanto sia esile il confine che separa la legittima difesa dall’aggressione, un’azione di guerra da un crimine contro l’umanità. Le frasi pronunciate dal militari israeliani intervistati non sono nuove: “se non si eseguono gli ordini crolla il sistema”, “io ho solo creato un meccanismo che rende possibile la cosa ma è qualcun altro che ha preso la decisione”. Sono parole già sentite a Norimberga, nel processo Eichman, nella guerra del Vietnam, nei Balcani e in tante altre occasioni, sono parole che tornano ogni volta sempre uguali. Sono la testimonianza che certe cose accadono inevitabilmente quando viene meno il riconoscimento dell’altro come persona, quando questa diventa un numero, un “danno collaterale” considerato accettabile per una certa operazione, quando gli uomini diventano figurine indistinguibili l’una dall’altra che corrono disperate sotto la lente di un cecchino, come insetti presi in trappola.
«Pensavo che i nazisti fossero il male assoluto. Ora mi chiedo chi sono io» confessa uno degli intervistati. È questa la domanda che il film “NAZA” solleva, mentre la cinepresa inquadra la vita che continua dietro le finestre illuminate dei palazzi di Tel Aviv.




