di Pier Giorgio Maggiora
In questo ultimo lustro allungato (2021-2026) l’Europa
ha fatto il pesce in barile, fingendo di ignorare cosa
succede in giro; la nuova religione laica, scendendo
dalla trascendenza all’immanente, si è identificata
perfettamente col progressismo della nostra sinistra.
La natalità è crollata, i legami sociali si sono allentati, e
lo stesso destino è toccato ai partiti della sinistra e ai
sindacati, che sono diventati l’ombra di se stessi.
Nel Comune di Valenza, governato in questi anni dalla
destra, quello che più ha colpito l’osservatore è stata
l’incapacità della sinistra di guidare morigeratamente il
suo elettorato, senza fare una cattiva impressione, non
avendo espresso né proposte politiche né leadership
apprezzabili e temendo sempre un flop alle elezioni
vicine.
Nell’affrontare il nuovo, certe esigue estreme forze
politiche progressiste locali sono apparse molto
indietro: la loro ideologia di sinistra estrema
assomigliava ancora molto al suo “nonno”, il
comunismo. Erano persone che avevano ancora un
atteggiamento rigido o sprezzante verso chi non
condivideva le loro idee.
Anche il sindacato di sinistra ha passato questi anni a
rincorrere ancora una certa lotta di classe che la storia
aveva ormai abbondantemente sconfessato. Per la
maggioranza, invece, la vecchia categoria marxista è
stata sostituita da una pluralità di soggetti: LGBTQ+,
migranti, minoranze etniche e religiose, donne,
popolazioni colonizzate. Si affermava anche da noi quel
movimento di decostruzione e rivalsa che prendeva il
nome di «cultura woke», una religione morale
autoreferenziale, per molti elettori deriva fatale del già
morboso politicamente corretto.

A Valenza i partiti erano tutti fiacchi, scarsi di idee e
guidati da classi dirigenti scadenti che si sono trovate,
più per caso che per merito, nella condizione di gestire
la cosa pubblica: divisi su ogni cosa, ma uniti dalla
poltrona. L’opinione pubblica era disattenta, disillusa,
sfilacciata, e gli elettori si sono astenuti in percentuali
crescenti.
Molti valenzani si domandavano se la sinistra, inerte e
senza slanci, fosse in grado di governare e come,
anziché rifilare ricette populiste e poco realizzabili,
scorgendo tutto in bianco e nero senza sfumature.
Paradossalmente, il mondo della post ideologia aveva
ormai cristallizzato le dottrine stesse, con la differenza
che la sinistra comunista o il moderatismo
democristiano si traducevano in programmi definiti e
divergenti, mentre le autodefinizioni di questi ultimi
anni si fermavano all’enunciazione di principio di una
specificità che nessuno riusciva a spiegare. Il problema,
dissero diversi dirigenti, era rimettere in moto una
militanza che esisteva ancora ma non trovava più una
prospettiva.
All’interno del PD valenzano, erano esitanti i presunti
riformisti, che avrebbero dovuto rivolgere lo sguardo, in
modo più deciso, verso l’area moderata. La dirigenza
era un coacervo, quasi una variante eccentrica, di
democristiani di sinistra, comunisti e socialisti. Con
uggioso orgoglio, continuavano a dichiararsi
sostenitori del proletariato, anche se il proletariato non
esisteva più da decenni.
Il 27 novembre del 2021, presso il centro polifunzionale
San Rocco, si svolgeva il Congresso della sezione ANPI
(Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) di Valenza
‘don Andrea Gallo’. Alcune relazioni dei dirigenti
valenzani (Bosco, Megazzini, Manca) esibirono un
rilucente pensiero progressista e anticonformista,
sovrastante a quello della dirigenza politica dell’ampia
casa del centrosinistra, dove, per la paura di sbagliare,
prevaleva l’immobilismo.
Pochi giorni dopo, 38 democratici locali (su poco meno
di 80 aventi diritto) eleggevano segretario cittadino del
PD Giosuè Orlando e il nuovo direttivo, quasi «un
bonario sinedrio di virtuosi e di giusti» formato da
Ierardi, Picchio, Burbulea, Megazzini, Oddino, Lopena,
Rossi, Ferrari, Griva, Varona, Cavarretta, Di Carmelo,
Ciccarelli, Giaretta, Bortoloni, Barbadoro, Bove, Borioli,
Cresta.
Privi di idee, seguitavano con il solito noioso ritornello
ad evocare il fascismo: come il lupo della famosa
favola, oltre a protestare altro non sapevano fare. Così,
nelle elezioni politiche del 2022, il tanto osannato
campo largo venne arato. Il PD ottenne il 17%, +Europa
il 3% e Alleanza Verdi e Sinistra il 2,5%. Anche a
Valenza la destra stravinse (FdI 31%, Lega 12%, FI 11%).
Alla prima tornata nei circoli, riservata agli iscritti,
aveva prevalso Stefano Bonaccini. Ma il 26 febbraio
2023, nel voto delle primarie aperte per stabilire il nuovo
segretario nazionale, ribaltando aspettative e sondaggi,
anche a Valenza dominò Elly Schlein con 192 voti (57%)
contro i 144 di Bonaccini (43%).
Si votò al Centro polifunzionale San Rocco di Piazza
Statuto per Valenza, Bassignana, Montecastello,
Pecetto di Valenza, Pietra Marazzi e Rivarone, con la
partecipazione di chi si dichiarò elettore del partito
sottoscrivendo un apposito documento.
Fu un risultato che emozionò e che esprimeva la
volontà di cambiamento di tutto quel mondo
progressista, bisognoso di parole nuove e più chiare. Il
«ciclone Schlein» ha però rischiato di lasciare qualche
osso rotto nel partito valenzano, dato che gli storici
dirigenti locali erano quasi tutti schierati con Bonaccini.
Vinse la componente più a sinistra, spesso tenuta ai
margini dell’apparato e richiamata solo nei momenti di
difficoltà elettorale.
Lenin intitolò un suo saggio «L’estremismo malattia
infantile del comunismo», da parafrasare ora con «il
radicalismo malattia infantile della sinistra», anziché
suggerire riformismo e pragmatismo.
E la disfatta elettorale si replicò nel giugno del 2024 alle
regionali, quando il presidente riconfermato Alberto
Cirio (centrodestra) ottenne il 63% dei consensi nel
nostro comune, superando la candidata del
centrosinistra Gianna Pentenero, che conquistò il 29%;
per il PD il 22,4% e per Alleanza Verdi e Sinistra il 3,7%.
Infine, nelle recentissime elezioni comunali si sono
finanche frantumati gli schieramenti, si sono formate le
alleanze più imprevedibili e ha trionfato il «civico» Luca
Ballerini: uno stacanovista calamita, come non ce ne
sono tanti, il quale ha saputo accogliere tutti i cespugli
più o meno centristi. Ha superato al ballottaggio
Marilena Griva, rappresentante di gran parte di quello
che viene ora definito il «campo largo». Una sinistra che
ha incassato un’altra botta, da cui sarà arduo
riprendersi per riconquistare il piddino valenzano
incerto, quella che entusiasma la loggia dei supporter e
poi perde le elezioni, che filosofeggia e usa la proprietà
transitiva per motivare tutto. Mentre il centrodestra,
silente e dormiente, a Valenza è da tempo in «meno-
pausa».
Luca Ballerini, medico cardiologo di 45 anni,
vicesindaco e assessore ai Lavori pubblici nella giunta
Barbero dal 2015 al 2020, è riuscito ad attrarre consensi
trasversali, puntando tutto sulla propria immagine
personale e contando su adeguate risorse a
disposizione. Quasi un campo largo di centro, che
potrebbe anche stringersi o allargarsi a seconda degli
umori e dei malumori dei monaci laici disillusi presi a
prestito.
Al contrario, il cosiddetto campo (largo, ovviamente)
guidato dal PD si è trasformato in un vero e proprio
campo minato, incapace di ottenere il consenso
necessario per prevalere. Qualcuno ormai si defila,
sparisce, più o meno come sta scomparendo il partito.
L’espressione «socialismo reale» sembra perfetta per
compendiare certi pensieri presenti: mancano gli
istrioni, i trascinatori di folla, cioè nessuno che sappia
riportare il partito agli splendori del passato. Solo la
difesa dei diritti civili è l’unico collante capace di tenere
allacciati Pd, Avs e M5S.
Il sindaco uscente, Maurizio Oddone, non candidato,
rappresenta l’escluso di maggior rilievo. Non è mai
riuscito a liberarsi dell’immagine di borgomastro fragile,
costretto a fare i conti con un’amministrazione in
affanno, con la fronda e con il logoramento del proprio
stesso schieramento.
Anche Alessia Zaio, candidata per il centrodestra, che
ha preso un ceffone senza capire bene la provenienza,
sembra essere stata la vittima di un «fuoco amico»,
colpita da forze politiche che non le appartenevano,
unite soltanto dall’astio per la sinistra,
In queste recenti comunali del 24-25 maggio 2026 Luca
Ballerini (34,67%) è stato supportato dal Centro
Riformista (6,12%) e dalle liste civiche Valenza Futura
(15,13%) e Valenza Bene Comune (10,7%). Marilena
Griva (30,18%), invece, ha potuto contare sull’appoggio
del Partito Democratico (19,37%), di Alleanza Verdi e
Sinistra (2,53%), della lista Ermes Gatti (6,91%) e della
lista Germonio Orizzonte Valenza (1,8%).
Nelle altre candidature, di certo ha fatto scalpore la
sconfitta dell’ex assessore, in odor di premiership,
Alessia Renza Zaio appoggiata da Fratelli d’Italia
(11,17%), Forza Italia (7,86%), Lega (4,08%) e Progetto
Valenza (1,98%), mentre la lista Alessandro Emilio
Deangelis è stata appoggiata dalla Lista Deangelis
(10,17%) e La Città che Vogliamo (2,19%). Per la sinistra
sono entrati in consiglio comunale Marilena Griva,
Davide Varona e Salvatore Di Carmelo.
Al ballottaggio dell’8 giugno 2026, senza
apparentamenti, Il verdetto delle urne è poi stato netto:
3.816 voti (il 53,62%) per Ballerini contro i 3.301 (il
46,38%) di Griva. Luca Ballerini è diventato così il
nuovo sindaco di Valenza (un mestiere votato alla
maldicenza) e, per la prima volta, la città ha scelto una
figura al di fuori dei tradizionali schieramenti di
centrodestra e centrosinistra.
Per capire l’artrosi politica, sociale e culturale che oggi
irrigidisce la sinistra valenzana bisogna ricordare la sua
capacità di reinventarsi che non esiste più e che
certamente non finirà troppo bene. Perché uso il futuro
e non il passato prossimo? Perché penso che sarà
sempre più difficile riprendersi la supremazia in questa
città.
Ma la dicotomia tra destra e sinistra ha ancora un senso
nel mondo contemporaneo?




