VENEZIA83 – GIORNO 2. “LA CITTÀ DEI VIVI”

Visite: 7
Pubblicità
Condividi l'articolo
Tempo di lettura:2 Minuti, 59 Secondi

Il film, in concorso alla Mostra nella sezione Orizzonti, porta sullo schermo la terribile vicenda di Luca Varani, il giovane che dieci anni fa fu torturato e ucciso a Roma da due pervertiti dopo un festino a base di alcol e droga. 

Pubblicità

Il lungometraggio porta lo stesso titolo del libro di Nicola Lagioia (presente in sala insieme al cast e al regista), a cui è liberamente ispirato.

Pubblicità

Molto liberamente, si può sottolineare, come confermano le stesse parole dello scrittore: “Edoardo si concentra su Luca e la fidanzata e per me è come leggere il capitolo mancante del mio libro”. 

Il merito principale di quest’opera cinematografica è proprio questo: lo sguardo del regista non si ferma all’omicidio, non indulge nell’orrore, non trasforma la morte in spettacolo. Al contrario, sceglie di guardare a ciò che viene prima e a ciò che resta dopo. La vita di Luca, anzitutto (ottimamente interpretato da Emanuele Maria Di Stefano), il contesto famigliare e sociale in cui cresce e si muove, la relazione con la fidanzata (l’esordiente Gaia Merlonghi). 

E la vita dopo Luca, quella vita che resta e che vuole continuare a scorrere, non per dimenticare, ma perché questa è la sua natura. Vita pervicace e ostinata, che non può annullare la morte, ma la supera, semplicemente andando avanti in altre forme, con trasformazioni dolorose e necessarie. 

Il film si apre con una sorta di prologo: Luca viene adottato, scelto, lui solo, fra tre bambini ugualmente sorridenti, accattivanti e amorevoli. Quando viene accolto tra le braccia dei nuovi genitori (Simona Senzacqua e Valerio Mastrandrea), gli altri due bambini iniziano a piangere disperatamente. È un’immagine semplice e insieme perturbante: il destino sembra aver favorito uno solo dei tre.

Con uno iato temporale ritroviamo Luca giovane uomo, frustrato dal fallimento scolastico e dall’incapacità di trovare un lavoro, mentre la fidanzata lavora già come cameriera. Gabbriellini lo ritrae senza la retorica con cui spesso vengono raccontate le vittime. Luca non viene idealizzato, non è un innocente da santificare dopo la morte. È un giovane irrequieto, con le sue debolezze e contraddizioni.

Ama i genitori, che a loro volta lo adorano, ma nulla sanno dei suoi lati meno piacevoli e, come spesso accade ai genitori, sono impotenti dinanzi alla solitudine e alla frustrazione dei figli. 

Per racimolare soldi facili, Luca si lascia coinvolgere in un giro losco di omosessuali ricchi e generosi, due dei quali lo massacreranno.

L’orrore viene sottratto alla sguardo dello spettatore e affidato alle tracce che restano sulla scena del crimine.

La discesa all’inferno viene raffigurata prima, in piccoli punti di snodo che avvicinano Luca quasi impercettibilmente al baratro. 

È un percorso apparentemente normale, fatto di vite comuni, con sogni piccoli: un lavoro, una casa, una famiglia. Sentirsi finalmente adulti. Obiettivi  per molti di noi enormi, irraggiungibili. 

Anche su questo si concentra la regia, sulla vita dei non privilegiati, su quella piccola borghesia che fatica sempre più a rimanere tale e che scivola inesorabilmente verso condizioni economiche e sociali sempre più fragili: il contesto in cui cresce e si muove Luca.

Alla fine ciò che rimane è l’immagine della sua vita, che avrebbe potuto e dovuto continuare e che sopravvive nei ricordi e nello sguardo di chi lo ha amato. 

Il merito del film è non raccontare soltanto come un ragazzo è morto, ma ricordarci fino all’ultimo quanto fosse vivo. 

Quante volte alle vittime è riservata solo l’immagine della morte, mentre ai loro assassini viene restituito tutto lo spazio della vita?

Condividi l'articolo

Ti potrebbero interessare

Articoli dello stesso autore