AL CINEMA PER VOI. “DIO RIDE” di Giovanni Veronesi
di Maria Antonella Pratali
Il film “Dio ride” di Giovanni Veronesi, fratello dello scrittore Sandro, ha chiuso l’83° Mostra di Venezia ed è uscito da pochi giorni nelle sale.
Ambientato nel XVII secolo, narra le vicende di Fra Leopoldo di Casamacchia, luogo che il frate cappuccino inventa per costruirsi delle radici con cui presentarsi al mondo.

Trovatello di indole scherzosa, buona e umile, vive la sua fede con gioia e la regala agli altri, soprattutto ai derelitti in cui accende la speranza. Lo fa narrando e recitando il Vangelo come il migliore dei guitti: ride e fa ridere attraverso la storia di Gesù. Perché, parafrasando le parole di Papa Francesco, si può ridere di Dio e con Dio, proprio come si fa con le persone che si amano.
Questo modo di vivere la fede è in contrasto con i princìpi della Chiesa cattolica romana del tempo, fondati sul senso di colpa, l’espiazione e la sofferenza. Sono i tempi terribili dell’Inquisizione, e anche Fra Leopoldo finirà sotto processo, con l’accusa di eresia e blasfemia.
Inevitabile il richiamo a Jorge da Burgos ne “Il nome della rosa” di Umberto Eco e nella trasposizione cinematografica di Jean-Jacques Annaud: il monaco faceva strage dei confratelli per impedire che venisse alla luce il testo di Aristotele dedicato alla commedia e al riso.
Ma “Dio ride” non è l’ennesima storia di persone di fede condannate al rogo dalla Chiesa di Roma. È piuttosto una parabola sul conflitto tra libertà di pensiero e potere, quest’ultimo esercitato prevalentemente sui più umili attraverso l’angoscia e la paura.
Pierfrancesco Favino, nel ruolo di Leopoldo, è, insieme a Silvio Orlando, la colonna portante del film. Favino esprime al meglio tutta la sua versatilità, confermandosi un attore capace di emozionare in qualsiasi ruolo. Orlando, dal canto suo, interpreta il Cardinale Maculani, rappresentante del Santo Uffizio (persona realmente esistita) con una recitazione impeccabile. Entrambi danno vita a personaggi credibili, l’uno gioiosamente consapevole della presenza di Dio dentro di sé, l’altro tormentato dal dubbio e diviso tra il dovere di rappresentare l’istituzione e la consapevolezza che la vera fede non piace alla sua Chiesa.
È un film che merita di essere visto da tutti: credenti e non credenti, agnostici e atei, adulti e bambini. Non è soltanto una riflessione sulla fede, ma soprattutto su quanto si è disposti a rischiare per non rinunciare a sé stessi, alla propria identità profonda, a una vita senza maschere.
Impreziosiscono la pellicola la fotografia naturale di Maurizio Calvesi e l’ambientazione storica, mentre risulta meno convincente il richiamo ai soprusi esercitati sulle donne e alla loro possibilità di difendersi e ribellarsi, lontano dal contesto del XVII secolo.
Ma la prova attoriale di Favino distoglie dalle piccole incongruenze della sceneggiatura e consegna allo spettatore un film godibilissimo, popolare nell’accezione migliore del termine.
Articolo di: Maria Antonella Pratali














