VENEZIA83 – GIORNO 5. “PRIMA DELLA GUERRA”

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di Maria Antonella Pratali 

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Presentato come unico film italiano in concorso alla Settimana della Critica, il primo lungometraggio di Tommaso Usberti si apre con una caccia.

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Siamo nei territori della Bassa Padana, a Piadena. La macchina da presa segue la violenza della battuta mentre una musica rap ne accompagna e ne amplifica la brutalità. Per qualche minuto non è chiaro se le prede siano esseri umani o animali, un dubbio che il regista sembra voler lasciare ancora in sospeso, perché nel mondo di Guido (Piero Usberti, fratello del regista), il confine tra uccidere un animale o una persona sembra essere sottile. Guido spara a tutto ciò che si muove nel bosco: cinghiali, caprioli, fagiani, nutrie. Poi li lascia lì a morire, quando non si accanisce sulle carcasse con la scusa del colpo di grazia.

Quegli animali diventano il bersaglio di qualcosa che Guido porta dentro, i propri fantasmi, un dolore che non riesce a identificare e tanto meno a raccontare.

La violenza è il linguaggio sostitutivo, l’unico che Guido sembra conoscere per esprimersi.

La cifra del film si ritrova anche nel tema dell’analfabetismo affettivo. Cresciuto con un modello di mascolinità tossica, fondato sulla forza fisica, sulle armi, sul disprezzo della debolezza e sulla misoginia, Guido reagisce a ogni emozione trasformandola in aggressività.

L’arrivo di Sonia scompagina il suo modo di sentire. Kosovara, emarginata e disprezzata dalla comunità locale, Sonia vive come lui una condizione di estraneità.

Quando si conoscono, è l’incontro di due solitudini. Entrambi sembrano percepire nell’altro qualcosa delle proprie ferite e del proprio spaesamento. Ma Guido non ha gli strumenti emotivi per trasformare la loro relazione in un rapporto di amore.

Il territorio della Bassa Padana non è una semplice ambientazione. È anche uno spazio mentale, apparentemente privo di prospettive, dove giovani uomini non sanno cosa fare della propria vita e trasformano la noia in qualcos’altro. 

In questo senso il film dialoga con il lungometraggio “Le città di pianura” di Francesco Sossai (https://canavesanoedintorni.it/visti-o-rivisti-per-voi-le-citta-di-pianura-quando-la-vita-e-un-gelato-sprecato/). Anche qui la provincia diventa il luogo in cui il disagio individuale si trasforma in condizione esistenziale.

Nel film “Prima della guerra” la noia, coniugata con l’ignoranza, diventa una violenza che nasce dal vuoto, dalla frustrazione e dall’incapacità di trovare un’alternativa.

La guerra del titolo non è ancora cominciata altrove, ma si combatte già nei corpi, nelle relazioni, nei modi in cui giovani uomini si rapportano con gli animali, con le donne, con gli stranieri. E infine contro se stessi.

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