di Maria Antonella Pratali
Nel suo lungometraggio d’esordio “Oase” (Oasi), presentato nella sezione Orizzonti, il regista Jannis Lenz racconta il bullismo senza limitarsi a mostrare la violenza di chi aggredisce e l’umiliazione di chi la subisce. Il suo sguardo si concentra sulle conseguenze che quella violenza produce sull’identità di un adolescente e soprattutto sulla possibilità di sottrarsi a un mondo in cui il corpo, la forza fisica e la capacità di imporsi sugli altri sembrano essere gli unici criteri per stabilire chi vale e chi no.

Andrew è un ragazzo grosso e impacciato, e per questo diventa il bersaglio di alcuni compagni, che manifestano quella mascolinità tossica già osservata dal regista nei suoi precedenti cortometraggi.
La vera sorpresa di “Oase” è però l’amicizia che nasce tra Andrew, figlio di un militare americano, Lukas, orfano di madre e Maja, i cui genitori non compaiono mai, troppo presi dalla carriera per occuparsi di lei.
I tre costruiscono progressivamente un rapporto che diventa uno spazio altro, sottratto alle regole imposte dagli altri, che prevedono omologazione e adeguamento alla società, accettandone finanche le storture. Nel bosco i tre adolescenti trovano un luogo in cui riscoprirsi e sentirsi accolti senza pregiudizi, lontani dalla finta protezione degli adulti e dalla loro ipocrisia.
Il legame che si crea fra i tre amici passa inevitabilmente anche attraverso il corpo. I ragazzi sperimentano insieme il dolore e la tenerezza, in una sorta di educazione sentimentale e fisica. Le prove di resistenza al dolore che si infliggono reciprocamente sono prove di coraggio, dove l’uno mette alla prova l’altro, per permettergli di superare l’angoscia esistenziale e di scoprire qualcosa di sé. Subito dopo arriva l’abbraccio degli altri due, perché il dolore non serve a umiliare, ma a creare fiducia e a sentire quel calore umano che l’ipocrisia della società ha soffocato.
Sul versante opposto ci sono gli adulti. I genitori dei bulli minimizzano le responsabilità dei propri figli e li difendono, invece di interrogarsi sulle ragioni della loro violenza. La scuola, a sua volta, sembra incapace di affrontare il problema nella sua complessità, attenendosi rigidamente alle norme e al regolamento.
Quando Andrew reagisce alle continue vessazioni con una minaccia, la prospettiva si rovescia e la vittima viene percepita dagli adulti come pericolo. È lui a dover essere allontanato, il problema non è ciò che ha subito e subisce, ma la sua possibile reazione.
La scuola organizza un corso di autodifesa anziché favorire il confronto, l’ascolto, il dialogo e la comprensione delle dinamiche che favoriscono il bullismo.
Per i tre ragazzi il bosco diventa così il contrario della scuola: un luogo nel quale si possono sperimentare regole nuove, fondate sull’amicizia e sulla fiducia.
L’oasi del bosco e del legame profondo fra i tre adolescenti rappresenta ciò che scuola e famiglia non riescono a offrire: uno spazio in cui poter essere vulnerabili senza diventare vittime, dove poter condividere le proprie fragilità e la solitudine esistenziale senza essere derisi, dove poter essere semplicemente umani.
Infine un piccolo aneddoto che i tre attori protagonisti raccontano al pubblico dopo la proiezione del film: la costruzione sulla scena del legame che progressivamente si instaura fra i tre personaggi è diventato un legame vero e profondo anche nella vita reale, come dimostra il lungo abbraccio a tre fra gli applausi commossi del pubblico.
Il buon cinema riesce a fare anche questo.



