Teatro Sociale, ‘Voci da Nassiriya’ nel ricordo di chi c’era
Ieri sera, 6 novembre, il Teatro Sociale di Valenza ha ospitato “Voci da Nassiriya – Il racconto di chi
c’era”, serata organizzata dall’associazione di Bassignana “Memorial Cristian Zucconi” che ha fatto registrare il
tutto esaurito. Un evento dedicato alla strage del 12 novembre 2003 e costruito attorno alle testimonianze
dirette di Rocco Bozzo e Marco Pinna, i due Carabinieri sopravvissuti all’attentato. Entrambi partecipavano alla
missione “Antica Babilonia” e si trovavano all’interno della base “Maestrale”.
Con loro hanno testimoniato sorella Angelamaria Rapetti, che il giorno della strage era a Nassiriya con la Croce
Rossa Italiana, a 500 metri dalla base “Maestrale”, e il tenente colonnello Raffaele Pepe, ufficiale medico del
Corpo militare della Croce Rossa, anch’egli presente all’attentato.
L’incontro, moderato da Paolo Munaro, è stato un’occasione per ascoltare, ricordare e rendere omaggio a chi ha
perso la vita e a chi ha servito lo Stato.
Il sindaco di Valenza Ballerini, padrone di casa, ha ringraziato il “Memorial Cristian Zucconi” per l’iniziativa dal
grande valore storico e fondamentale per la memoria del Paese.
L’evento ha ottenuto il patrocinio di Unione Europea, Ministero della Difesa, Regione Piemonte, Consiglio
Regionale del Piemonte, Provincia di Alessandria, Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, Croce Rossa
Italiana – Comitato di Alessandria, Comune di Valenza e Lions Club Valenza Host.
Sono intervenuti anche l’on. Enzo Amich, che ha letto una lettera del Ministro della Difesa Guido Crosetto;
Albertina Gasparoni, all’epoca nella segreteria del Presidente Ciampi; il dott. Ignazio Schintu, già direttore delle
emergenze e soccorsi della Croce Rossa.
Nel corso della serata è stato proiettato un video di Rocco Bozzo e Marco Pinna, e di proprietà dei due, realizzato
con le immagini che hanno visto con i propri occhi: un momento molto toccante.
Il messaggio del Ministro Crosetto
Nel marzo 2003 iniziò in Iraq la seconda guerra del Golfo, dichiarata conclusa il 1° maggio, pur senza il pieno
controllo del territorio. L’Italia partecipò con la missione di peacekeeping “Antica Babilonia”, con base a
Nassiriya. Il 12 novembre 2003 un camion cisterna esplose davanti alla base dei Carabinieri: 28 morti, 19 italiani
e 9 iracheni.
Nel suo messaggio, il Ministro Crosetto ha ricordato le diciannove vite spezzate e le famiglie che affrontano un
dolore che il tempo non cancella: ricordare, ha scritto, non è solo un dovere, ma un modo per restare vicini a chi
ha perso i propri cari e per trasmettere alle nuove generazioni il senso di quei sacrifici. Ha ringraziato Bozzo e
Pinna per aver condiviso i loro ricordi, ha rivolto un pensiero commosso ai quattro militari morti lo scorso 29
ottobre in Bosnia-Erzegovina e ha espresso ammirazione per Andrea Zucconi, presidente dell’Associazione
Memorial Cristian Zucconi, e per il legame di affetto e riconoscenza che unisce l’Associazione all’Arma dei
Carabinieri.
Il racconto di chi è sopravvissuto
Dalle voci di Marco Pinna e Rocco Bozzo emergono ricordi a tratti leggeri, di fratellanza e dedizione alla
popolazione. Ma il registro cambia subito, appena si toccano i ricordi di quei secondi interminabili.
All’inizio c’è quasi il sorriso. C’è il desiderio di partecipare a quella missione “perché abbiamo tutti e due una
famiglia, perché volevamo qualcosa di più”. C’è la base “Maestrale”, che tutti chiamano scherzosamente
“Animal House” perché trovata in pessime condizioni: la ripuliscono, la rendono vivibile, in mezzo alla gente. Ci
sono, con la Croce Rossa, le uscite nei villaggi, le visite, i farmaci, la fiducia che cresce a poco a poco dopo la
diffidenza iniziale. Parlano di un’unione che non è sinergia ma fusione. Ricordano il brigadiere Giuseppe Coletta,
che ha a cuore i bambini e firma cartoline da un luogo “pieno di storia, che la pochezza degli uomini rende
infelice”, e la moglie Margherita, che, restata vedova, ha proseguito il suo lavoro d’amore per il prossimo, senza
odio, “perché l’odio non era nella cifra di mio marito”.
10.40 del 12 novembre 2003: l’attentato
Poi si arriva alle 10.40 del 12 novembre 2003 e il tono cambia. Pinna è appena andato a consegnare le armi
nell’altra base, perché il giorno dopo tutti rientreranno in Italia. Sente la prima raffica di Kalašnikov, un suono
“freddo” che ormai conosce bene, e grida “a terra”. Ma a terra non arriva: l’esplosione lo solleva, lo sbatte
contro il soffitto, lo riporta giù insieme alle macerie. Ha una gamba incastrata, ma è in piedi. Non riesce a
respirare per la polvere, sente gridare i colleghi, si libera e ne tira fuori due. Uno ha perso conoscenza e lui lo
rianima, perché è anche volontario di Croce Rossa. Solo due ore dopo, da un tenente medico, scopre di avere la
gamba lacerata fino all’osso. “L’adrenalina ti fa fare cose che non riesci nemmeno a capire”, dice.
Bozzo sta tornando verso la base quando sente la stessa raffica. Si voltano tutti insieme, capiscono che è un
attacco, e subito dopo c’è l’esplosione. Sono “centesimi di secondo”, dice: tutto diventa ovattato, c’è la polvere,
poi arrivano i detriti. Corre verso i colleghi e in quel momento succede una cosa che ancora oggi giudica
straordinaria: gli iracheni accorrono ad aiutarli. Corre voce di un secondo attentato, la tensione è altissima,
eppure nessuno spara un colpo verso i civili.
Il racconto dei due Carabinieri resta così, sospeso tra due registri: la memoria calda di una missione di pace
vissuta accanto alla popolazione e quella, immobile, dei pochi secondi che non finiscono mai.
Anche il racconto di chi cura segue una traiettoria simile: si parte da un tono quasi lieve, fatto di vocazione,
curiosità e un pizzico di ironia, per arrivare a un punto in cui il registro cambia di colpo.
Pepe è chirurgo d’urgenza ed è iscritto alla Croce Rossa come volontario. Del corpo militare sa poco, e il suo
primario gli suggerisce di iscriversi proprio perché “tanto non ti chiameranno mai”. A luglio 2003 arriva la
telefonata del comandante, il dott. Ignazio Schintu: da Roma stanno chiamando per partire per Nassiriya. Sorella
Rapetti è in Croce Rossa dal 1987 e porta con sé gli anni del volontariato in Africa con le ONG e la missione in
Albania. Alla chiamata per l’Iraq aderisce con entusiasmo e un po’ di curiosità, per un Paese complesso che esce
da una dittatura lunghissima.
Insieme fanno parte di un ospedale da campo che è, nei fatti, un ospedale civile di guerra. Con i Carabinieri la
collaborazione è quotidiana: si va nei villaggi, si visita, si distribuiscono farmaci, si costruisce fiducia.
Ma alle 10.40 del 12 novembre di nuovo tutto cambia. A 12 chilometri da Nassiriya, Pepe sente un botto più
forte del solito, ma non vi dà peso. Dieci minuti dopo, alle 10.50, un collega avvisa via radio: c’è stato un
attentato alla base. Il direttore sanitario dichiara la maxi emergenza e tutti, medici e infermieri, si mobilitano. La
maggior parte dei feriti arriva trasportata dalle ambulanze della Mezzaluna Rossa. Sorella Rapetti ricorda la
preoccupazione immediata di recuperare i colleghi e la fatica di farsi strada nei corridoi.
Per Pepe comincia il lavoro più duro. Con una infermiera volontaria si occupa della ricomposizione delle 19
salme, e lavora fino al venerdì pomeriggio. Non ci sono celle frigorifere, e allora si svuotano quelle della mensa,
dove fino al giorno prima c’erano frutta e carne. È un compito delicatissimo, spiega, anche al di là dell’aspetto
emotivo: i volti sono quelli di persone con cui il giorno prima si scherzava e si prendeva il caffè. Ci vorrà tempo
per elaborare quel vuoto, perché, dice, “come esseri umani siamo condannati a dare un senso a ciò che
facciamo”.
Un senso passa anche attraverso i gesti piccoli. L’infermiera che mette la musica che un militare ferito desidera
ascoltare. I momenti di preghiera collettiva, “al di là del culto”, perché se ne sente semplicemente il bisogno.
Sorella Rapetti racconta come molti arrivino per lievi ferite del corpo e per grandi ferite dell’anima: serve una
parola, un ascolto. Soprattutto, serve uno sguardo che capisca, perché chi ha vissuto lo stesso momento sa già,
guardandolo, che cosa passa nella mente dell’altro. Non è questione di sensibilità: è diverso. Un legame
impegnativo, ma benefico, che solleva anche l’animo dei colleghi arrivati a dare il cambio.
A pochi giorni dall’anniversario della strage del 12 novembre, la serata di Valenza ha restituito alla memoria il
suo volto più umano: quello di uomini e donne che hanno scelto di servire gli altri, di chi è tornato e porta ancora
addosso quei secondi, di chi non c’è più. Un ricordo che, come ha ricordato il Ministro, non si esaurisce in una
commemorazione, ma continua ogni giorno nell’impegno a non lasciare soli coloro che restano.















