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di Silvia Distaso

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Può un dono essere contemporaneamente una condanna? 

Un crime drama avvincente e incisivo con una premessa originale (in onda su Sky TV), “Tuner” catapulta lo spettatore in un mondo in cui sentire equivale a provare un dolore lancinante. Il protagonista del film, Niki Wright (Leo Woodall: Norimberga e The White Lotus) possiede il raro dono dell’orecchio assoluto, che lo rende un apprendista più che adatto al riparatore di pianoforti Harry Horowitz (Dustin Hoffman: Ray Men, Tootsie). Il ragazzo è ipersensibile al rumore e la sua disabilità, iperacusia, diventa la sua condanna di vita. 

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In questa pellicola di Daniel Roher, regista canadese premio Oscar nel 2023 con il documentario Navalny, il suono in tutte le sue dimensioni diventa corporeo, materiale dove la percezione sensoriale si fa attore in scena. Il comparto tecnico ha dato un contributo notevole alla riuscita del film lavorando su frequenze attutite, distorsioni acustiche improvvise, picchi di pressione sonora, silenzi artificiali e micro-rumori. 

La vita del ragazzo e del suo ironico mentore è cadenzata dalla routine di appuntamenti per sintonizzare i pianoforti, ma all’improvviso cambia: più di un evento contribuisce ma uno su tutti è l’incontro con una banda di ladri. 

Niki è un ex bambino prodigio del pianoforte, ma l’iperacusia ha compromesso il futuro da pianista. Il dono dell’orecchio assoluto, ossia la capacità di udire la frequenza esatta di un suono, di una nota musicale o di un meccanismo senza l’ausilio di alcuno strumento esterno (abilità molto rara presente nell’1% della popolazione) è anche una condanna poiché è costretto a compier atti illeciti.

La condanna del dono non sta nella gabbia delle aspettative, chi sin da piccolo viene identificato solo con le proprie doti rischia di sentirsi amato solo per quelle; non è neanche nella pressione della perfezione per cui si debba eccellere senza sforzo. E non è neppure un debito morale verso gli altri che costringe ad una dedizione estenuante. La condanna sta nella semplice rinuncia al sogno.

Tuttavia il sogno nella vita degli uomini è carburante, motiva a lavorare duramente, a impegnarsi, a far fronte agli ostacoli. Il sogno insegna a tenere duro ad affrontare i fallimenti. I sogni spingono a superare i propri limiti e a tirare fuori il meglio da noi stessi: danno una direzione alla vita creando azione e concretezza.

Senza svelare il finale, quando tutto sembra perduto, lì accadrà qualcosa di straordinario.

Un film che ricorda un cinema degli anni ’90: riprese sui volti, pause e silenzi, frammenti di vita cittadina. Non manca l’azione ma il regista è più interessato ai personaggi, ad un andamento lento più che a progressioni di intensità.

Come omaggio appare in un cameo Herbie Hancock (pianista e compositore Jazz) e la piccola parte del maestro compositore è interpretata da Jean Reno (Nikita, Il Codice da Vinci).

Articolo di:  Silvia Distaso

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