di Pier Giorgio Maggiora
La Seconda Guerra Mondiale ha avuto inizio nel 1939,
scatenata dall’ambizione sfrenata di un dittatore,
seguito ciecamente da un popolo sottomesso. Questo
conflitto ha coinvolto anche paesi e popolazioni che
non avevano alcun interesse a combattere, culminando
nella guerra più distruttiva della storia: dei 51 milioni di
morti registrati, quasi la metà erano civili.
Soffocata dalla propaganda e manipolata attraverso un
incessante lavaggio del cervello, l’Italia si è unita alla
Germania l’11 giugno 1940. Tuttavia, già dai primi mesi
del 1943, la sconfitta cominciava a profilarsi
chiaramente all’orizzonte. Il regime si incrinava, la
nazione, ormai stremata dalla guerra, dal fascismo e
dall’oppressione tedesca, percepiva questo epilogo più
come una liberazione che come una perdita. I valori
patriottici e le ideologie propagandate dal regime non
suscitavano più alcun interesse tra la gente.
Anche Valenza ha dovuto affrontare le sofferenze della
guerra. Misure come l’oscuramento, la cartolina rosa
per i coscritti obbligati a prestare servizio militare e i
bombardamenti hanno profondamente segnato la città.
Le privazioni includevano scarsità di risorse primarie
come cibo, il pane nero delle tessere annonarie, il
tabacco in foglie e il sale ormai introvabile; c’erano
sfollati, confische di bestiame, macellazioni clandestine

e una fiorente borsa nera. Episodi dolorosi come gli
annunci dei caduti e la vita quotidiana fatta di sacrifici e
privazioni erano all’ordine del giorno.
Il 1943 ha segnato un cambio di passo evidente: il
regime fascista era al collasso, con una transizione
dall’asservimento alle contestazioni più esplicite. Gli
eventi si sono intensificati con la firma dell’armistizio, i
messaggi da Radio Londra, il movimento partigiano in
crescita e i raid tedeschi. Gli abitanti di Valenza si sono
attivati con grande rischio personale per aiutare soldati
italiani e antifascisti in fuga, fornendo loro cibo e rifugio
nelle proprie case, nelle baracche lungo il Po o nei
cascinali di campagna.
Questo supporto non si è limitato ai connazionali: la
solidarietà si è estesa anche ai prigionieri di guerra di
diverse nazionalità – inclusi australiani – spesso riusciti
a fuggire dai campi di lavoro o di concentramento. Una
rete organizzata e clandestina, parte integrante della
Resistenza locale, è stata creata per garantire la
protezione e facilitare l’espatrio di queste persone.
Significativo è stato il 25 luglio 1943, giorno dell’arresto
di Mussolini: presso l’abitazione di Francesco Boris
(probabilmente figura centrale nell’antifascismo
valenzano durante il Ventennio), si è svolta la prima
riunione per costituire il Comitato di Liberazione
Nazionale (CLN) cittadino.
Successivamente, le riunioni si sono tenute in altre
sedi, inclusa la casa di Boris, quella di Scalcabarozzi,
l’Oratorio, l’abitazione dei Mazza e, negli ultimi giorni
della guerra, quella dei fratelli Marchese.
Il primo comitato cittadino del CLN, costituito nel
settembre 1943, era composto da esponenti di diversi
orientamenti politici: Francesco Boris per il Partito
Socialista, Luigi Vaggi per la Democrazia Cristiana,
Ercole Morando per il Partito Comunista, Vittorio
Corones per il Partito d’Azione e Poggio per il Partito
Liberale. A seguito di alcuni cambiamenti interni, si
unirono Giovanni Dogliotti (PCI), Mario Scalcabarozzi
(PSIUP), Luigi Mazza (PSIUP) e Barberis (PLI).
Nonostante le profonde differenze ideologiche tra i
membri del comitato, erano accomunati da un obiettivo
comune: porre fine al fascismo.
Il gruppo, tendenzialmente poco incline all’azione per
evitare un confronto sanguinoso con l’amministrazione
fascista locale, tenta di instaurare un compromesso con
il capo fascista Alberto Maria Tuninetti, ma senza
ottenere risultati significativi. La realtà è chiara e
spietata: non c’è spazio per mezze misure, bisogna
scegliere tra l’opposizione radicale o l’inimicizia
dichiarata.
Nel febbraio del 1943, nella retrobottega della farmacia
di Maria Manfredi in via Cavour, nasce il primo nucleo
clandestino della Democrazia Cristiana in provincia.
All’incontro partecipano figure di rilievo come Giuseppe
Brusasca, Luigi e Vittorio Manfredi, Luigi Stanchi, Luigi
Venanzio Vaggi, Carlo Barberis, Pietro Staurino,
Giuseppe Bonelli, Luigi Deambroggi e Felice Cavalli. Sei
mesi più tardi, nella notte dell’8 settembre 1943, sotto il
chiarore della luna e circondati dai gelsi in strada
Zuccotto (oggi via San Salvatore), viene fondata la
sezione valenzana del Partito Comunista. Tra i presenti
si annoverano Armando Baucia, Dante Casolati,
Giovanni Dogliotti, Enzo Luigi Guidi, Carlo Masi, Ercole
Morando, Luigi Prato, Ferruccio Rossanigo e Pietro
Rossi.
Nel territorio operano diverse formazioni partigiane: la
brigata Garibaldi, guidata da Enzo Luigi Guidi e legata
al Partito Comunista; la divisione Matteotti, affiliata al
Partito Socialista; le formazioni autonome di estrazione
cattolica conosciute come «Patria»; e il movimento
giellista «Giustizia e Libertà», composto da repubblicani
e liberali sotto la guida locale di Luigi Venanzio Vaggi.
Un ruolo cruciale è svolto dalle cosiddette «staffette»,
donne coraggiose che trasportano armi e messaggi
segreti. Tra di loro si ricordano Mariuccia Sannazzaro,
Ginetta Amisano e Assunta Provera. Numerose azioni di
sabotaggio contro le linee ferroviarie vengono
intraprese, anche se gli scontri armati sono rari a causa
della massiccia presenza di truppe tedesche in città,
note per la loro intolleranza.
Il 12 settembre 1944 segna una delle pagine più tragiche
per Valenza: ventisette partigiani della Banda Lenti,
catturati nei pressi di Grazzano Monferrato (nell’area
chiamata Madonna dei Monti), vengono barbaramente
fucilati dietro il cimitero cittadino. Nel corso del 1944 si
registrano altri dolorosi episodi: il 15 giugno Giuseppe
Oddone, partigiano valenzano, viene ucciso in Toscana;
nel gennaio dello stesso anno Sandro Pino perde la vita
al bar Achille durante un rastrellamento fascista.
Il 25 aprile 1945 segna una nuova tragedia: mentre le
truppe fasciste del IV Corpo d’Armata Lombardia
tentano la ritirata verso nord, tre giovani partigiani
valenzani – Mario Nebbia, Carlo Tortrino e Giovanni
Valeriani – vengono giustiziati in località «traghetto del
Po» da una colonna della Brigata Nera dopo essere stati
catturati da una pattuglia tedesca lungo il fiume. Si
salva solo Giuseppe Nebbia, scampato per miracolo
all’esecuzione.
A Valenza l’insurrezione del 25 aprile dura poche ore
prima che il controllo torni nelle mani dei fascisti. Nei
giorni successivi (25-29 aprile), circa trentamila uomini
armati si concentrano nella zona: soldati della Divisione
San Marco, quasi due divisioni tedesche e numerosi
uomini delle Brigate Nere e della Xª MAS fanno parte del
Corpo d’Armata Lombardia al comando del generale
Jahn. Provenienti dalla Liguria, occupano la città
mantenendo un ponte strategico sul Po per agevolare il
passaggio verso la Lombardia.
Il 28 aprile 1945 Livio Pivano, prefetto nativo di Valenza
e membro di Giustizia e Libertà, sottoscrive l’atto
formale di resa. La firma avviene in prefettura alla
presenza del presidente Longo per il CLN (Comitato di
Liberazione Nazionale), del contrammiraglio Girosi per
il CLN provinciale, e del generale Hildenbrand per il
contingente tedesco. L’atto sancisce la capitolazione
del presidio tedesco di Alessandria e la resa della
Divisione San Marco, stanziata a Valenza e parte
dell’armata comandata dal generale Jahn, notoriamente
poco incline a piegarsi al CLN. Tuttavia, è evidente che
Valenza resti ancora sotto l’occupazione delle forze
tedesche e dei reparti della Divisione San Marco.
Nonostante nella città venga rispettata la tregua e
garantito il libero passaggio delle truppe, il clima è
carico di tensione, con animi esasperati e un caos
generale. A causa della pericolosità della situazione, il
CPLN decide di inviare a Valenza il prefetto Pivano, il
dottor Luigi Fadda e il contrammiraglio Girosi. La loro
missione è negoziare con il generale Jahn la resa
completa delle forze che si stanno concentrando
nell’area, guadagnando tempo affinché queste possano
attraversare il Po per raggiungere la Lombardia.
Solo a mezzanotte si arriva a un accordo: una tregua
nelle ostilità e l’immobilità delle truppe fino alle 12 del
giorno successivo, il 29 aprile. Le trattative successive
si rivelano complesse e, a tratti, quasi drammatiche.
All’interno della scuola Costanzo Ciano (ribattezzata in
seguito Pascoli), il comandante generale della Divisione
San Marco, Farina, si trova in difficoltà nel persuadere i
suoi ufficiali ad accettare la resa già pattuita.
È solamente la mattina seguente che l’accordo viene
finalmente firmato: per l’armata tedesca dal
rappresentante Zoban, per il CPLN dal prefetto Pivano,
e siglato dal contrammiraglio Girosi, noto con il nome
di battaglia Massimo. Nel frattempo, durante la notte, il
rigido generale Jahn aveva già attraversato il Po.
All’alba, una lunga fila di tedeschi sconfitti e umiliati
emerge dalla scuola sotto la sorveglianza degli
americani. I prigionieri appaiono scalcinati: chi senza
giacca, chi addirittura in mutande, e molti tra loro sono
uomini anziani. Dalla facciata della scuola, trasformata
in uno scenario surreale, un altoparlante diffonde
incessantemente le note del Bolero di Ravel.
Il 30 aprile, tutta Valenza si raduna in Piazza del Duomo,
di fronte al balcone del Comune presso Palazzo
Valentino. Qui si susseguono gli interventi di Sisto,
Boris, Vaggi, Repossi, Gilardenghi e Guidi.
La piazza è gremita, e gli angloamericani partecipano
alla celebrazione insieme ai valenzani, euforici per la
fine del regime.
Purtroppo, non mancano episodi meno nobili: alcuni
opportunisti rinnegano pubblicamente il loro passato
fascista nel tentativo di apparire immacolati e si
precipitano sul carro dei vincitori, pronti a trovare capri
espiatori.
La festa è però anche offuscata da azioni violente e
regolamenti di conti. Alcuni collaborazionisti fascisti
vengono costretti a sfilare tra gli insulti della folla
radunata ai lati di corso Garibaldi. I rastrellamenti post-
liberazione vedono la cattura di militari tedeschi,
membri della Brigata Nera, della Divisione San Marco e
della X MAS. Nei giorni successivi, la città stessa
assiste a episodi drammatici: figure di spicco del
fascismo locale come Gilberto Porta ed Eliseo
Emanuelli vengono maltrattate o addirittura eliminate.
Questi eventi non giustificano né assolvono i carnefici,
ma smentiscono le pretese di innocenza di alcuni.
Nonostante il caos iniziale, rapidamente contenuto
grazie all’intervento dei responsabili del Comitato di
Liberazione Nazionale (CLN), l’operato degli ex
partigiani si orienterà progressivamente verso il senso
di responsabilità e la ricerca della giustizia.
In precedenza, a Pecetto, sede abituale delle loro
riunioni, i membri del CLN avevano trovato un accordo
con i vari partiti per nominare gli amministratori
comunali di Valenza.
Alla guida della città viene designato il socialista Guido
Marchese come sindaco. Gli assessori scelti
comprendono i democristiani Staurino e Deambroggi, i
comunisti Masi e Rossanigo, i socialisti Camurati ed
Emanuelli, e gli azionisti Legnazzi e Deambrogio.
Sempre all’interno del CLN viene istituito un comitato di
epurazione composto da Vescovo, De Ambrogi,
Deambroggi, Ferraris e Badini Confalonieri, che si
dimostrerà però moderato.
Il 2 giugno 1946 segna un momento storico decisivo: il
popolo italiano sceglie la repubblica. I valenzani si
trovano tra le mani una scheda elettorale che pone un
quesito semplice, ma secco e dall’impatto travolgente:
scegliere la Repubblica come forma istituzionale dello
Stato, oppure mantenere la Monarchia. L’80% di loro
manifesta un netto desiderio di voltare pagina rispetto a
un passato segnato dalla belligeranza, dalla distruzione
e dalla miseria, lasciandosi alle spalle le divisioni della
guerra civile e la monarchia. Ad Alessandria i sì per la
Repubblica sfiorano il 62 per cento,
Due anni dopo, nelle prime elezioni politiche del 1948, le
donne italiane – chiamate per la prima volta alle urne –
risultano probabilmente determinanti nella vittoria della
Democrazia Cristiana (DC) e nella sconfitta del Fronte
socialcomunista. Nel Paese, numerose mogli di
esponenti socialcomunisti votano spinte dalla fede
religiosa e dai consigli dei propri confessori per la DC.
A Valenza la situazione si presenta invece diversa: qui il
Fronte Popolare (PCI-PSI) ottiene il 59% dei voti,
lasciando alla DC solo il 30%.
Però, nonostante l’apparente spirito unitario
repubblicano nato dalla Liberazione, i partiti non
riusciranno a superare le divisioni ideologiche. Prevarrà
la logica degli schieramenti: da una parte i
democristiani e i loro alleati più stretti, spesso
etichettati dai rivali come «clerico-fascisti», reazionari e
servitori degli interessi americani; dall’altra i social-
comunisti, accusati di favorire una dittatura del partito
unico e di seguire fedelmente la linea filosovietica e
anticattolica. Si gettano così le basi per l’affermarsi di
un sistema partitocratico statico, privo di reale
alternanza.
Sul fronte politico, la Repubblica Italiana sarà dominata
da due forze contrapposte, ma destinate poi a
convergere: la Democrazia Cristiana e il Partito
Comunista Italiano, affiancate da una galassia di partiti
minori. Inizialmente, non era contemplata la presenza
della destra. Per quasi cinquant’anni non si assisterà ad
alcuna alternanza o ricambio al potere, dando vita a un
bipartitismo incompleto.
Un aspetto importante da ricordare è il ruolo cruciale
giocato dagli americani nel liberare l’Italia dal
nazifascismo. Oltre a garantire l’inclusione del Paese
nel blocco occidentale durante la Guerra Fredda, gli
Stati Uniti avrebbero contribuito al risollevamento
economico italiano attraverso il Piano Marshall,
annunciato il 5 giugno 1947.



