Gli Assedi di Valenza

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di Pier Giorgio Maggiora

Data la sua posizione geografica strategicamente
cruciale, crocevia di rotte commerciali e militari vitali,
Valenza è stata inevitabilmente teatro di una lunga e
dolorosa sequela di assedi bellici. Questi eventi, che
potremmo definire «democratici» in un’accezione
distorta e amara, hanno colpito indiscriminatamente
tutti: assedianti e assediati, vincitori e vinti, lasciando
dietro di sé una scia di sofferenza e distruzione
condivisa. Sette di questi assedi spiccano per la loro

particolare intensità e impatto devastante: nel 1370, nel
1499, nel 1557, nel 1635, nel 1656, nel 1696 e nel 1746.
Un susseguirsi estenuante di furia guerrafondaia,
interrotta solo da brevi e precari periodi di quiete,
seguiti da «day after» intrisi di amarezza e disperazione.
Non si trattava di semplici conflitti popolari, nati da
rivendicazioni locali o da dispute di confine. Al
contrario, Valenza fu coinvolta in violente battaglie,
parte di guerre più ampie e complesse che
infiammavano l’Europa per il predominio continentale.
Dietro a questi assedi, si celavano la sete di rivalsa di
potenze in competizione, un radicato senso di ostilità
reciproca e interessi geopolitici che andavano ben oltre
le necessità e le aspirazioni della popolazione
valenzana. Un intricato sistema di alleanze e tradimenti,
di ambizioni smodate e di strategie militari, rendeva la
città una pedina vulnerabile in un gioco spietato, con
interessi del tutto estranei al benessere e alla prosperità
dei suoi abitanti. Per loro non cambierà nulla.
A causa della sua posizione strategica, la città,
perennemente subordinata agli interessi di potenze
straniere, fu ripetutamente vittima della necessità, reale
o presunta, e del desiderio di conquista. Assediata,
saccheggiata e martoriata da arroganti francesi, da
permalosi spagnoli e da una miriade di altri attori, ora
amici, ora nemici a seconda delle mutevoli alleanze,
Valenza subì le conseguenze devastanti di
contrapposizioni aggressive e deliri di onnipotenza. La
sua storia è un triste resoconto di sofferenze inflitte da
tutte le parti in conflitto.
Un esempio emblematico di questa tragica realtà è
l’assedio del 1370. In quell’anno, Galeazzo Visconti,
signore di Milano, alla testa di un contingente di soldati
imponente e armato con macchine da guerra

formidabili, cinse d’assedio la Rocca valenzana. La
guarnigione locale, pur numericamente inferiore e meno
equipaggiata, oppose una resistenza tenace e
coraggiosa. Ne seguirono scontri feroci e
accerchiamenti devastanti, che si protrassero per quasi
un anno intero. La situazione si trasformò ben presto in
uno stallo di guerriglia cronica, con conseguenze
disastrose per la popolazione civile. La fame, la
distruzione e la violenza imperversarono, ma furono
soprattutto le malattie, come il tifo, la peste e il colera, a
mietere il maggior numero di vittime e a contribuire in
modo determinante all’esito finale dell’assedio,
indebolendo progressivamente la resistenza della città
e aprendo la strada alla sua conquista. La storia di
Valenza è, purtroppo, costellata di episodi simili, un
doloroso promemoria del prezzo pagato per la sua
posizione strategica nel corso dei secoli.
Valenza Monferrina, che conta quasi tremila abitanti,
rassegnata e spinta dalla paura e dalla fame, al termine
di questo primo e vero ignominioso assedio storico,
durato dieci mesi, deve assoggettarsi ai Visconti di
Milano, segnando profondamente la futura storia della
città. Le ostilità durarono fino al 14 novembre 1370,
quando la città, oppressa dalla carestia e con un forte
rischio di epidemie, fu costretta ad arrendersi. Signore
del luogo venne nominato Gian Galeazzo Visconti, figlio
emancipato di Galeazzo, un personaggio di alto rango,
protetto da un’aura di sacralità, l’ondata adulatoria e gli
applausi cortigiani lo fecero sentire onnipotente come
nostro Signore.
La lunga dipendenza di Valenza (Valencia) dal Ducato di
Milano (fino all’inizio del ‘700) sarà interrotta solo da
brevi periodi di sovranità di altri signori. Molti danni a
questa città sono causati dal passaggio del Duca di

Mantova in guerra con Genova nell’anno 1420. Mentre
nel 1454 Francesco Sforza, nuovo duca di Milano,
manda il suo generale Liberto a occupare Valenza,
togliendola ai Savoia (avuta solo quattro anni prima) e
nomina feudatario Gaspare Vimercate.
Alla fine del XV secolo, Ludovico il Moro (duca di
Milano dal 1494 al 1499) si trova a dover affrontare una
guerra spaventosa con la Francia per il possesso della
Lombardia, territorio cui il monarca francese ambisce
da sempre e che rivendica in quanto discendente di una
nipote dell’ultimo Visconti. In difesa degli Sforza scende
in campo la Spagna.
Per punire il Moro usurpatore, Luigi XII di Francia, inizia
quindi la spedizione del 1499-1500 per la conquista del
Ducato di Milano. Per questo motivo, nel luglio del 1499
la nostra città, difesa da molti uomini d’arme di
Ludovico il Moro, comandati da Ottaviano Sanseverino
e Federico Pavese, viene attaccata dalle truppe francesi
del maresciallo Eberardo D’Aubigny, il cui obiettivo è
l’occupazione del Milanese e che non sono certo
composte da figli dei fiori. La città viene conquistata
facilmente a causa di un tradimento e poi abbandonata
al saccheggio. Tutto il territorio (Bassignana, Piovera)
cade in mano francese con la conseguente
devastazione della campagna circostante.
Nel 1515 Valenza deve nuovamente affrontare l’esercito
francese di re Francesco I, e nel 1521 gli Spagnoli di
Carlo V d’Asburgo, dopo la ripresa della guerra tra
Francia e Impero, con l’obiettivo di conquistare il
Milanese, ora in mano ai francesi. La città ritorna sotto
la signoria degli Sforza nel 1522 (Francesco II) e viene
eretta a contea, ma, come si suol dire, «passando dalla
padella alla brace», subisce altri attacchi e saccheggi.
Niente di nuovo rispetto a quanto già accaduto in

precedenza: di male in peggio. Difficile cercare logiche
dove c’è solo istinto ad aggredire.
Da tutto ciò, appare evidente che la dipendenza
spagnola è ormai causa ed effetto di contese
drammatiche, condizione tipica di quest’epoca.
Paradossalmente, durante la  guerra d’Italia del 1521-
1526  tra l’esercito francese guidato personalmente dal
re  Francesco I  e l’armata imperiale, la città è
conquistata tre volte da truppe diverse. Prima, nel
settembre del 1523, da Galeazzo da Birago con schiere
di fuorusciti guelfi: entra a Valenza mediante un trattato
con il castellano, ma viene attaccato dagli imperiali che,
dopo due giorni, vincono la sua resistenza e lo
catturano; negli scontri vengono uccisi ben 400 uomini.
Poi è la volta del condottiero spagnolo Antonio de
Leyva (una sorta di Terminator dell’epoca che attizza i
conflitti) con le truppe imperiali di Carlo V e, infine, del
Guillaume Gouffier de Bonnivet con le milizie francesi.
Tutti santi, circondati da un lungo elenco di cattivi
maestri e da spietati alleati infedeli, nutriti di rabbia e
ipocrisia.
I valenzani, sprofondati negli abissi, sono sempre
costretti a fornire alloggiamenti, custodire le mura,
provvedere al vitto delle truppe e aiutare in tutti i modi
le milizie: una situazione inevitabile. I viveri per gli
asserragliati sono forniti da scorte precedentemente
accumulate. Le milizie mercenarie sono ormai un
elemento permanente della città di cui i valenzani ne
farebbero volentieri a meno.
La dominazione spagnola su Valencia (Valenza) è
ancora turbata dai soliti francesi, che sembrano avere il
fuoco sacro, nonostante l’umiliante e onerosa Pace di
Madrid del 1526, con cui hanno ceduto Milano e
rinunciato alle pretese su Napoli. Ormai questa città

sembra aver metabolizzato la guerra in ogni sua forma,
sembra quasi un luogo di vacanza con prove d’assalto
o, più verosimilmente, un pellegrinaggio armato senza
distinzione fra puro e impuro, fra bene e male. Forse ha
ragione Erasmo (Elogio alla follia): senza la rottura delle
convenzioni e del dogmatismo tutto diventa grigio.
Nel 1532, l’esercito del marchese Del Vasto, generale di
Carlo I e marchese di Castelnuovo Scrivia nonché conte
di Castellazzo Bormida, transita da Valenza, causando
molti danni. Il podestà Grassi accusa la gestione
maldestra delle truppe all’interno della città e per
questo ne rimane vittima: regna la confusione e si
salvano i simulatori.
L’alternarsi della guerra fa ritornare a Casale gli
Spagnoli, ma per poco tempo, poiché nel 1555 i
Francesi, guidati da Ludovico Birago, riconquistano il
caposaldo e si dirigono rapidamente verso Valenza.
Nel gennaio del 1557, mentre il potere esecutivo locale
è affidato a una «Santissima Trinità» politica, ascoltata
con particolare devozione, ma con scarsa possibilità di
incidere sugli accadimenti bellici, composta da
Francesco Vimercati, Raimondo di Valvasone e
Francesco della Riviera, spesso contrastata
dall’impavido governatore della città, il conte
Alessandro Carpigna, sono i francesi del maresciallo
Charles de Cossé, conte di Brissac (alcune migliaia di
armigeri), sceso in Italia in aiuto delle truppe pontificie
in lotta contro quelle spagnole, a terrorizzare le milizie
ispaniche locali facendole fuggire nottetempo dalla
città.
I francesi presentano un considerevole numero di
artiglierie pesanti: le «terribili bocche di fuoco». Una
definizione che oggi fa sorridere, pensando che queste
bocche di fuoco potevano lanciare solo palle di ferro

prive di esplosivo e da breve distanza, ma se la
coreografia sembra quasi di cartapesta tutto il resto è
verissimo (ci resta il ricordo di due bale ad fer ricevute
durante il cannoneggiamento francese del 1635 ancora
murate una alla destra dell’altare del Duomo e l’altra
nell’angolo della chiesa di San Bernardino). I nemici,
che sono entrati in «Valencia» senza aver consumato
neanche una minima parte della loro polvere da sparo,
si dedicano a un minuzioso saccheggio. Ma se da una
parte non è nobile arrendersi, dall’altra è riprovevole
infierire su chi si è arreso. Il terribile condottiero
francese, invece, usa il pugno duro contro chi si è
opposto a lui e fa decapitare, sul piazzale della Rocca,
alcuni fra i cittadini più legati alla corona spagnola:
quello che ai valenzani apparivano come assurdi delitti
agli occupatori trasparivano quasi come missioni
etiche.
Non trovando legna da ardere, danno fuoco anche al
coro e al mobilio dell’antica chiesa di San Francesco,
compiendo inoltre saccheggi e soprusi d’ogni genere
su tutto il territorio. Oltre a depredare la città, chiese e
duomo compresi, i francesi danno alle fiamme anche
l’archivio comunale. Il de Brissac, personaggio poco
rassicurante convinto di essere l’Onnipotente, mantiene
il comando della città con ben 800 feroci fanti di
guarnigione che scorrazzano indisturbati in lungo e in
largo.
L’occupazione francese dura solo pochi anni,
dopodiché, secondo quanto stabilito dagli accordi di
pace sottoscritti a Cateau Cambrésis il 3 aprile 1559 tra
la Francia e la Spagna (dopo sessant’anni di guerre), la
piazzaforte di Valenza torna sotto il diretto dominio
della corte di Madrid (il trattato sancisce il predominio
spagnolo in Europa e in Italia).

Dopo molti anni di tregua instabile, un’epoca
shakespeariana di frustrati di fama e di evangelici senza
vangelo, nel 1625 a Valenza si tiene un Consiglio di
guerra guidato dal duca di Feria, governatore di Milano.
Nello stesso anno, si verificano alcuni scontri a causa
della guerra tra il Ducato di Savoia e Genova, sostenuta
dalla Spagna.
Si ritorna a versare lacrime nel 1635. Durante la ripresa
delle guerre tra francesi e spagnoli e i loro alleati
nell’Italia settentrionale, inserita nel più ampio contesto
europeo della Guerra dei Trent’anni, Valenza resiste a
un assedio di quasi due mesi (dal 9-9-1635 al 27-10-
1635) da parte degli eserciti alleati di Francia, Savoia,
Parma e Modena che intendevano interrompere le
comunicazioni tra Milano e Genova.
La nostra città, completamente assediata dal 25
settembre 1635, viene però ben presto rinforzata con
truppe e gli assedianti devono infine abbandonare
l’accerchiamento per sfinimento, ritirandosi verso il
Monferrato. Questa città, vittima e principale capro
espiatorio, è stata difesa dalle truppe spagnole e dello
Stato di Milano con contingenti teutonici, napoletani e
svizzeri, sotto il comando dell’anziano generale Carlos
Coloma (un’armata di soccorso), del suo vice Filippo
Spinola, marchese di Balbases, e dell’eroico Don
Alonso di Cordova marchese di La Celada, un giovane
valoroso generale di cavalleria giunto a Valenza il 15
settembre 1635, e deceduto qui il 28 ottobre 1635,
inviato dal cardinale Albornoz, governatore dello Stato
di Milano per conto della Spagna.
Il protagonista locale è il governatore della città
Francesco De Cardenas, a cui il fiuto battagliero non le
è mai mancato. Tutti hanno combattuto valorosamente,
al di sopra delle loro possibilità, soffrendo insieme al

popolo, soprattutto quello contadino, che è stato
coinvolto in diversi scontri che hanno causato
numerose perdite al nemico. L’evento glorioso ha una
tale risonanza nella capitale iberica da ispirare la
realizzazione di un magnifico quadro panoramico,
spesso riprodotto nelle pubblicazioni recenti (vedi foto
iniziale).
L’illusione di un periodo di pace è forte, ma dura poco.
L’anno seguente, nel giugno del 1636, lo stesso
comandante francese Carlo I de Blanchefort, marchese
de Créquy tenta una nuova aggressione, ma il
marchese di Leganes, autorevole e carismatico
governatore di Milano, accorre in anticipo a Valenza con
truppe fresche e riesce a respingere i transalpini.
I valenzani non hanno il tempo di scrollarsi di dosso il
senso di disgusto che devono affrontare di nuovo i
piantagrane francesi nel 1641, aiutati da armigeri del
Monferrato (1.500 fanti fiancheggiati da 1.000
monferrini), quasi per non stare in ozio (come figuranti
di una commedia scritta e inscenata da altri, una routine
quanto lo jogging), i quali tentano di notte di scalare le
mura di questa città ancora stremata dagli ultimi
episodi bellici. Sono però respinti, con abbondanti
perdite, dal presidio e dalla milizia urbana comandata
dal capitano Gabriello de Cardenas, un autocrate
illuminato che governa con il pugno di ferro dominato
dal suo ego, senza ascoltare la fauna calunniatrice e
litigiosa dei dintorni, requisito indispensabile per
perdurare. In lui fede e impegno di guerra possono
intrecciarsi e certe volte addirittura coincidere. Rimase
governatore di Valenza dal 1636 fino alla sua morte nel
1644.
L’andamento globale di questa guerra, mal congegnata
e inizialmente favorevole agli Asburgo di Spagna e

Germania, di cui l’assedio di Valenza è un episodio
significativo, muterà a favore della Francia a partire dal

  1. Alla macabra conta delle troppe vittime inermi del
    passato si aggiungeranno quelle di questi scontri. La
    guerra si concluderà nel 1648 con la Pace di Westfalia,
    che sancirà un notevole rafforzamento della Francia, la
    libertà di culto nell’Impero e, finalmente, l’idea
    dell’assurdità delle guerre di religione e della gerarchia
    bellicista del tempo.
    Poi, come se non bastasse, nel 1656 (dal 25 giugno al
    13 settembre) arriva il colpo più duro. Dopo quasi tre
    mesi di assedio, caldissimi e soffocanti, e dopo molti
    tentativi esterni di spezzare il blocco, la città deve
    capitolare alle truppe di Francia, Savoia e Modena,
    capitanate da Francesco d’Este duca di Modena
    generale di Luigi XIV, che ha il suo quartier generale in
    una cascina sulla strada per Casale, e da Luigi di
    Vendôme, comandante dell’esercito francese
    in  Lombardia e prossimo cardinale che è sistemato
    verso Bassignana nel castello detto «degli Stanchi»
    (sarà poi dei Menada) dove nell’assedio del 1635 era
    collocato il Duca di Parma.
    Uno dei motivi principali degli assedianti è di ottenere
    una nuova base lungo il Po per minacciare Casale, dove
    i gigli di Francia, dal 1652, sono stati nuovamente
    cacciati dagli spagnoli.
    In questo periodo estivo, le forze in campo sono impari
    e letali per i nostri, con conseguenze devastanti per la
    città: gli assedianti francesi sono circa 10.000, mentre la
    città è difesa da 800 mercenari e 700 miliziani agli ordini
    del generale spagnolo don Agostino Segnudo,
    governatore della piazza. Ci sono stati molti scontri nei
    dintorni della città (a Pecetto, Bassignana, Villabella e
    Giarole) e sono stati costruiti molti cunicoli sotterranei

per avvicinarsi alle mura e poterle minare: una sorta di
guerra sotterranea (imitata nei conflitti moderni) con
scontri sanguinosi.
In soccorso di Valenza arrivano i governatori di Milano,
il cardinale Trigulzio (luglio 1656, deceduto dopo pochi
giorni) e il conte di Fuensaldagna (settembre 1656), alla
testa di un esercito di 9.000 spagnoli, fermato a Giarole.
Tuttavia, non riuscendo a rompere l’assedio, gli
assediati sono costretti alla resa e, al termine di
laboriose trattative, viene stilato un trattato che prevede
l’onore delle armi e garanzie per gli spagnoli e i
valenzani.
Il 16 settembre (84° giorno d’assedio), con una
grandiosa cerimonia, il duca di Modena farà il suo
ingresso in città e, in una solenne messa in Duomo,
riceverà l’omaggio dei valenzani, i nuovi sudditi del re
di Francia. Valenza, fiacca e titubante di fronte alle
nuove sfide, in una crisi depressiva permanente, dovrà
passare con captatio benevolentiae alcuni anni sotto la
dominazione dell’ambizioso e potente Re Sole.
Gli spagnoli non si diedero per vinti e nel 1658
tentarono di recuperare la città, ma senza riuscirci. Poi,
nel 1659, i francesi la restituirono al re di Spagna in
cambio di Vercelli, ceduta al duca di Savoia Carlo
Emanuele II. Quando nel 1694 gli imperiali, gli spagnoli
e i savoiardi conquistarono Casale, anche Valenza soffrì
per gli eserciti insediati in città.
Si continuava a passare da un padrone all’altro, a
seconda della convenienza o del capriccio del
momento, uno scenario desolante dove nessuno si
fidava di nessuno.
Sul finire del secolo, la città è nuovamente minacciata
dalla guerra che quasi tutti gli Stati d’Europa (Lega di
Augusta, 1686) hanno intrapreso contro il dispotismo di

Luigi XIV. Valenza subisce un nuovo assedio nel 1696
(dal 19 settembre al 9 ottobre 1696). Un altro
accerchiamento, l’ennesimo, un incubo senza fine; la
posizione di questa città (dove vivono circa duemila
persone, sfruttate e vessate) è diventata una sorta di
maledizione. La città riesce tuttavia a resistere
all’attacco di diverse migliaia di francesi e sabaudi (si
parla nientemeno di 50.000 fanti e 14.000 cavalieri, forti
di 60 cannoni e molti mortai), guidati dal duca di Savoia
Vittorio Amedeo II, e all’incessante bombardamento che
provoca molte perdite.
L’attacco viene avviato con un martellante
cannoneggiamento concentrato nel medesimo punto in
cui i francesi erano intervenuti con successo nel 1656:
il lato nord-est compreso tra la porta di Bassignana e il
bastione Caracena. Il bombardamento causa la
distruzione del monastero dell’Annunziata (nell’attuale
parco Trecate). Come negli assedi precedenti, anche in
questa occasione si verificano scorrerie devastanti nei
territori circostanti (Piovera, Montecastello,
Pietramarazzi, ecc.) in un caos quotidiano permanente.
Valenza è governata da don Francisco Colmenero, un
comandante spagnolo che riesce a tener testa a tutti gli
attacchi degli alleati avversari (è il Leonida delle
Termopili valenzane, un condottiero carismatico al
quale verrà dedicata la Porta Bedogno, che prenderà il
suo nome).
In seguito alla Pace di Vigevano (la quale permise la
sospensione delle ostilità in Italia) l’assedio viene tolto
e Vittorio Amedeo II ottiene il riconoscimento che
cercava: la neutralità dei propri territori. Il risultato di
quest’ultima battaglia, combattuta con nervosismo e
isteria, è dunque un sostanziale pareggio, riacciuffato

per i capelli quando si sentiva già intonare il De
Profundis.
Infine, nell’aprile del 1746, c’è qualcosa di nuovo, anzi
d’antico, Valenza subisce un nuovo assedio
deplorevole che perpetua i vecchi fantasmi, a opera di
truppe austriache e piemontesi spodestate dai franco-
spagnoli dopo la maestosa battaglia di Bassignana del
27 settembre 1745, nella guerra di successione
austriaca. Decine di migliaia di francesi, spagnoli e
napoletani hanno sconfitto i sabaudi, la cui cavalleria è
stata inseguita fino a Valenza, difesa dal tremebondo
piemontese marchese di Balbiano, che, in una sorte di
excusatio non petita, si è arreso rapidamente (posizione
saggia ma inevitabilmente la meno efficace).
Ma, dopo 13 giorni di assedio e ripetuti attacchi
violentissimi, le forze armate del restaurato esercito
piemontese agli ordini del barone Leutrum (Karl
Sigmund Friedrich Wilhelm von Leutrum, tedesco di
nascita ma piemontese di adozione, noto per la sua
fama di rubacuori impenitente), ottengono la resa della
città e la riconquista di quanto era stato perduto. Una
sorta di resa dei conti finale e di implacabile riscossa,
con il ritorno della città sotto il potere del Piemonte (la
battaglia decisiva si è svolta a Piacenza il 16
giugno  1746 ).
Valenza è stata protetta valorosamente dal governatore
spagnolo don G. Giovanni Scoques. Questo è l’ultimo
assedio della città, un maldestro tentativo di difesa
dell’indifendibile da parte dei franco-spagnoli, che negli
ultimi tempi non ne hanno azzeccata una a causa della
mancanza di coordinamento e di piani strategici del
tutto disattesi.
Diversi altri tragici episodi di lotta armata si sono
verificati durante le pause tra tutti gli assedi descritti,

dove buoni e cattivi si sono sempre mescolati e confusi
tra gli intrighi dei potenti e dei prepotenti, sempre in
lotta per disarcionare qualcuno e far soffrire a lungo
questa città oltremodo attaccabile e sottomessa, ma,
forse, troppo altera con chi la opprimeva e la
minacciava. Molti gli episodi paradossali, che rendono
bene l’idea del caos che ha sempre regnato in questa
zona: ma la storia è piena di bizzarrie, diffidenze e
farabutti.
Questi popoli, che hanno dominato l’Europa per secoli,
hanno portato a Valenza, nel tempo, usanze, costumi e
alcune espressioni del linguaggio dialettale che ancora
oggi sono in uso.

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