Valenza e gli antichi Romani (2 – fine)

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di Pier Giorgio Maggiora

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Nella parte finale del I secolo a.C., i cambiamenti
significativi avvenuti nel nostro territorio portarono alla
concessione della cittadinanza romana per la nostra
popolazione, mentre Valentia acquisì lo status di
municipium, una posizione di grande vantaggio che
influenzò profondamenteil suo sviluppo.
Questo cambiamento segnalò un periodo di crescita
accelerata, non solo in termini demografici ma anche in
termini di rilevanza politica e culturale. Di fronte a uno
scenario completamente nuovo, i nostri antenati
trovarono il cammino verso l’integrazione e la
sottomissione in questo nuovo sistema complesso.
Ogni segno di tradizione fu cancellato per forza o per
legge.
Il territorio conquistato dai Romani fu trasformato in
ager publicus, o demanio pubblico, mentre la terra
veniva suddivisa in modo strategico: una parte restava
nelle mani dei precedenti proprietari, che ora operavano
come fittavoli con una certa autonomia, mentre un’altra
sezione delle terre fu destinata ai veterani dell’esercito
romano come premio per il loro servizio.
Durante questo periodo, si assistette a uno sviluppo
significativo dell’agricoltura, in particolare della
viticoltura, che si diffuse ampiamente attraverso tutta
l’area. La società risultante era chiaramente divisa in
due classi principali: da un lato i patrizi, ovvero gli
abbienti proprietari terrieri; dall’altro i plebei, costituiti
da commercianti, artigiani e lavoratori edili. Gli schiavi
erano considerati più come strumenti di lavoro che
esseri umani e venivano paragonati ad attrezzi agricoli
e bestiame per quanto riguardava la loro funzione

all’interno della società. La struttura sociale era
dominata dal modello familiare patriarcale, che
rappresentava l’unità fondamentale intorno alla quale
ruotavano miglioramenti nell’ordine pubblico e
nell’amministrazione della giustizia.
Avanzando nella cronologia storica fino al 14 a.C.,
l’imperatore Augusto, terminando le sue ambiziose
campagne di espansione, arrivò fino alle Alpi. Questo
portò alla riorganizzazione dell’Italia in 11 diverse
regioni. Valentia fu annoverata nella tribù Pollia e
integrata nella IX Regio Liguria, situata a sud del fiume
Po. Altre località come Pecetum Valentinum, Bassiniana
e Pontianum furono incluse nella stessa regione.
Esiste inoltre sempre l’ipotesi riguardante i due distinti
insediamenti romani collegati al nome Forum Fulvi
quod Valentinum, uno assodato presso l’attuale Villa
del Foro vicino ad Alessandria e un altro ipotetico a
Valenza. Si suggerisce persino che Valentia possa
essere stata fondata ancor prima di quanto si ritenga
comunemente, forse contemporaneamente alla
creazione della colonia romana di Derthona intorno al
120 a.C. Questa possibilità apre ulteriori prospettive
sulla storia antica della nostra regione.
Si ha ragione di ritenere che la popolazione del
municipium romano di Valenza (dopo il 49 a.C.) fosse
cospicua per l’epoca. Infatti, solo per quanto riguarda
l’apparato difensivo, la città poteva contare sull’apporto
di circa mille soldati, divisi in reparti di fanteria
(legionari o ausiliari e coorti di veterani) e in due turme
di cavalleria leggera d’assalto. Taluni storici
menzionarono persino l’esistenza a Valenza di
un’arena, la cui costruzione fu collocata tra la fine del I
e l’inizio del II secolo d.C., in un’epoca nella quale
Valenza doveva ormai essere un centro di apprezzabile

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importanza, utilizzata principalmente per
l’addestramento di truppe scelte.
Altri attribuiscono alla città la presenza di un reparto dei
temibili arcieri frigi, impiegati solitamente – per la loro
fedeltà all’Impero – nella scorta o nella protezione di
importanti personalità; un’ipotesi non del tutto
verificata, ma verosimile. Di conseguenza, l’apparato
militare esigeva la presenza di solide strutture
economiche, necessarie sia per l’approvvigionamento
delle truppe sia come diretta conseguenza del loro
stanziamento.
Nel mercato valenzano era perciò probabile che
comparissero merci d’ogni tipo, incluse quelle di lusso
o voluttuarie. Era normale che tra i beni in commercio vi
fossero anche gioielli, e nulla vieta di ipotizzare che la
loro manifattura fosse opera della popolazione locale.
Alcuni scrittori latini hanno tramandato che a Valenza
arrivassero profumi e stoffe preziose dal lontano
Oriente, transitati per i mercati del porto di Genova sino
a raggiungere questo punto di raccordo fra la via Fulvia
e le strade che conducevano a nord, in direzione delle
Alpi.
Influenzate dalla civiltà romana, le località vicine di
Pecetto, Bassignana e Rivarone progredirono nella
pastorizia e nell’agricoltura, le principali occupazioni
degli abitanti. L’esistenza, poi, del vicino centro
amministrativo valenzano – importante luogo di
mercato, di amministrazione e di giustizia, punto di
raccordo di vie militari e di riunione di forze d’ordine –
fece sviluppare tutto il commercio agricolo della zona in
questa città.
Nella Tabula alimentaria di Veleia (risalente all’epoca di
Traiano, 102-103 d.C.), incentrata sull’istituzione degli
alimenta e sui prestiti ipotecari da concedere ai

proprietari terrieri per far fronte alla crisi della piccola
proprietà agricola e alla stasi demografica —
un’istituzione imperiale pensata per sostenere
economicamente i bambini e le bambine delle famiglie
povere, offrendo il primo esempio di intervento statale a
favore delle fasce più deboli — si parla anche del
territorio del Pago Valentino (V, 80). Tra i 32 pagi citati
nel documento compaiono i seguenti nomi:
Aestinianum, Betunianum e Munatianum, identificabili
forse con le località valenzane di Astiliano, Bedogno e
Monasso.
Il pago (pagus) era una circoscrizione territoriale rurale
che comprendeva più vici (villaggi) e che possedeva un
proprio consiglio (le cosiddette converticole) e un
magister pagi. Paonum o Pavonium era l’antico pagus
di Pavone-Pietra Marazzi, denominato in seguito Locus
Petra e Castrum Petra, forse in origine un oppidum,
cioè un insediamento fortificato con impeto militaresco.
Le popolazioni locali consumavano soprattutto cereali
macinati e bolliti (sotto forma di puls o polente),
formaggi, uova, frutta, verdura e abbondante pesce. È
inoltre accertata la presenza di una strada alla destra
del Po che collegava la zona valenzana con Torino
passando per Auximianum (Occimiano), Vardacate (nei
pressi di Casale Monferrato), Pontestura e Industria
(Monteu da Po): un’arteria basilare e mediana della rete
stradale della Liguria Padana, costruita nel II secolo a.C.
Non si conosce con esattezza il corso originario della
famosa via Fulvia — aperta nel 125 a.C. dal console
Marco Fulvio Flacco, attivo militarmente nella regione
— e si può presumere uno spostamento di una parte del
suo tracciato verso questa direzione nella seconda
metà del I secolo d.C. Infatti, Lazzarium (l’odierna
Villabella) era un luogo di sosta e rifornimento per le

truppe romane di passaggio, un villaggio sorto
probabilmente lungo la via militare che da Tortona (Iulia
Dertona) portava a Torino (Augusta Taurinorum).
Tratti di strada sono stati rinvenuti nei pressi della
stazione ferroviaria di Valenza, nella zona tra Gropella e
Villabella. In quest’area circoscritta il ritrovamento di
armi, macine, vasellame, tegoloni per sepolcreti e una
tomba conferma l’esistenza di un insediamento di
epoca antica.
È da notare come Valentia abbia acquisito
un’importanza sempre maggiore grazie all’asse fluviale
del Po, a discapito degli antichi centri sorti lungo la via
Fulvia. Si ritiene che già i Celto-Liguri navigassero il
fiume; la romanizzazione potenziò quindi le rotte e i
traffici preesistenti, affidando al trasporto fluviale i
commerci su lunga distanza, in primo luogo per i
carichi più pesanti e ingombranti. Secondo Polibio, il Po
era navigabile fino a Bassignana, alla confluenza con il
Tanaro, mentre, un secolo e mezzo più tardi, Plinio il
Vecchio lo descriveva come percorribile fino ad
Augusta Taurinorum (Torino).
Rimane impossibile stabilire le cause e il momento
esatto in cui gli abitanti della Valenza ligure-romana si
unirono a quelli dei piccoli borghi limitrofi. È probabile
che nei due nuclei collaterali di Gropella (dove esistono
le prove di una necropoli romana) e Colombina si siano
convogliati nel tempo altri piccoli agglomerati rurali
preesistenti—i vici (villaggi) di Astiliano, Bedogno e
Monasso—delineando così, con maggiore precisione, i
nuovi confini del territorio.
Un sarcofago romano riconducibile al II secolo d.C. è
oggi conservato nel parco di Villa Gropella. L’iscrizione
presente si può tradurre così: “A Lucio Calusio Marco,

Tribuno della prima Coorte Flavia, Seconia Vera al figlio
carissimo”.
È inoltre oggetto di riflessione una lapide funeraria
romana murata nel Duomo di Valenza, che in passato
aveva spinto a localizzare in città il centro di Forum
Fulvii quod Valentinum citato da Plinio. La lastra è
dedicata da un figlio al padre — veterano della legione
IX Hispaniensis — e alla madre. Alla famiglia è stata
storicamente attribuita l’iscrizione alla tribù Pollia, ma
sulla pietra si legge con difficoltà anche la menzione
della tribù Pomptina, la stessa a cui appartenevano i
residenti dell’antico municipio romano di Dertona.
La porzione abitativa della Valenza romana appariva
come un insieme di edificazioni in muratura — innalzate
dai conquistatori dopo la loro affermazione sui Liguri —
e di strutture in materiali più semplici come il legno e
l’argilla. Le prime accoglievano i dominatori e i mercanti
arricchiti, mentre le seconde costituivano l’umile dimora
degli abitanti originari. Presso i Romani,
l’allontanamento di scarichi e liquami dal centro urbano,
così come la prevenzione di allagamenti causati dalle
precipitazioni più intense, era considerata una priorità
igienica. Si presume pertanto che la rete di deflusso
verso il Po sia stata realizzata nella seconda metà del I
secolo d.C.
Sotto il dominio romano regnava l’ordine: la vita
economica e sociale progrediva, il territorio veniva
bonificato riducendo le aree incolte, e si costruivano
strade e canali d’irrigazione. L’agricoltura
rappresentava l’attività più rilevante, con produzioni
eccezionalmente abbondanti di orzo e miglio. Inoltre, la
vasta estensione dei boschi e la ricchezza di ghiande
favorivano l’allevamento dei suini. La straordinaria
fertilità del territorio valenzano è documentata da

diverse fonti storiche: già nel II secolo a.C., infatti,
Polibio affermava che la produzione di vino e grano era
talmente copiosa da mantenere i prezzi di questi beni
nettamente inferiori rispetto ad altre regioni.
Si può senz’altro affermare che, a partire dal I secolo
d.C., si consolidò nell’area una romanizzazione
organica e profonda. Il territorio fu toccato solo
marginalmente dalle guerre civili scoppiate alla morte di
Nerone. Agli inizi del II secolo d.C., l’imperatore Adriano
nominò legatus iuridicus (magistrato consiliare) della
Gallia Cisalpina il futuro imperatore Antonino Pio;
secondo alcuni storici, fu proprio quest’ultimo il vero
promotore dello sviluppo della Valenza romana,
legando così il suo nome al locale “Bricco Antonino”.
Di fatto, la cultura e il costume romano erano ormai
penetrati profondamente e con vistose concessioni tra
la popolazione locale. La lingua latina si era
progressivamente adattata alle parlate preesistenti,
favorendo la nascita del dialetto locale come lingua
neolatina, mentre il latino classico rimaneva un idioma
per pochi dotti.
Valentia (o Forum Valentinus) non fu mai indicata come
oppidum, ovvero come città fortificata; l’assenza di
mura difensive appare comprensibile se si considera il
suo periodo di massima espansione.
In un clima di incertezza e di disgregazione dei valori
tradizionali, e in netta contrapposizione al lusso e alla
tracotanza dell’élite romana, anche in queste zone si
affermò una minoranza definita “turbolenta”: quella dei
cristiani. Questi ultimi erano considerati sovversivi e
pericolosi per il loro fermo rifiuto di adorare
l’imperatore, ponendo le basi per un dissidio esplosivo.
Secondo alcune fonti agiografiche, seppur accolte con
cautela dagli storici, la figura di Siro (identificato da

alcuni con un San Siro, poiché talune leggende lo
legano all’epoca apostolica e a San Pietro) fu molto
attiva nella diffusione della fede in tutto il territorio tra il
50 e il 70 d.C.
L’esistenza di una chiesa nel territorio di Pecetto,
risalente ai primi secoli dopo Cristo, ha dato il nome al
toponimo di San Siro-Cascine Vecchie. Questo luogo è
ritenuto il primitivo centro post-romano, un’ipotesi
confermata dal ritrovamento di una necropoli con
sepolture in laterizio (ricavato da precedenti strutture
romane) disposte secondo un preciso orientamento.
Dopo il II secolo d.C., l’Impero Romano iniziò a perdere
la sua originaria sovranità. La costante pressione sui
confini richiedeva uno sforzo militare ed economico
immane, che portò le finanze pubbliche al collasso.
L’Impero si impoverì, soprattutto in Italia, non riuscendo
più a reggere la concorrenza economica delle province,
mentre ovunque si diffondevano disordini, guerre civili,
brigantaggio e pirateria. Del resto, quando un grande
sistema politico e sociale si disgrega, il ricorso alla
forza e all’anarchia diventa inevitabile.
Nel 370 d.C., l’imperatore Valentiniano I deportò i
prigionieri alemanni sconfitti per coltivare queste terre,
ormai cadute in rovina e spopolate (il cosiddetto piano
di Bassignana). Fu un vero e proprio terremoto sociale
che scatenò profonde contraddizioni, alimentando una
spirale di tensioni, comportamenti irrazionali e desideri
di vendetta in quella massa di schiavi costretti a
spaccarsi la schiena nei campi.
Eppure, all’epoca di Valentiniano III, imperatore
d’Occidente (425-455 d.C.), e durante l’invasione di
Attila — che segnò il definitivo tramonto dell’Impero —
Valentia e i suoi dintorni costituivano ancora uno dei
presidi romani dell’Italia settentrionale. Nel Pago

Valentino comparivano i terreni Alfia (Fea e Anfea),
Delianus (Doglia), Calventianus e Calvianus (Calvario),
Varianus-Verianus (Variano), Rosianus (Rosa), Olliani
(Bricco dell’olio-Pecetto).
Il territorio era protetto dalle legioni dei Sarmati, quasi
ripiegate all’interno di mura ormai diroccate e libere di
spadroneggiare. La convivenza tra lingue, storie,
tradizioni e mentalità così dissimili, ferocemente divise
e conciliabili solo con la forza, creò continui problemi
alla popolazione locale, che non sapeva più a quale
santo votarsi e che abbandonò a poco a poco gli
insediamenti dei dintorni per rifugiarsi in un nucleo
urbano più consistente e difendibile, l’attuale centro
storico.
Passo dopo passo, tra guerre civili, discordie interne e
invasioni barbariche intrise di lacrime e sangue, si
consumò il terribile crepuscolo di un’era. Quel declino
portò con sé la perdita del senso di appartenenza e il
disfacimento del sistema istituzionale: i principi
fondativi romani non abitavano più qui, in una guerra
tra poveri alimentata da una costante insicurezza, da
esseri umani in fuga da qualcosa e bisognosi d’asilo,
inseguendo sogni di un’epoca ormai tramontata e
scaricando sui valenzani l’abbassamento della qualità
della vita.
Alla distruzione fisica di Valentia e del suo territorio,
che agonizzavano tra assedi e carestie, seguì per lungo
tempo l’oblio. Fu una mutazione totale, che travolse
fondamenta e tradizioni, creò un vero e proprio luogo di
«post-società romana». Anche la civiltà romana dovette
così tramontare, quasi chiedendo scusa del disturbo.
Tuttavia, estendere l’etica del presente al passato resta
un’operazione scorretta e presuntuosa.

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