Il Valentia, simbolo di un’epoca

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di Pier Giorgio Maggiora

Nel periodo immediatamente successivo alla Seconda Guerra Mondiale,
si assisteva a un forte desiderio collettivo di ritornare a uno stile di vita

più sereno e senza la pesantezza delle difficoltà quotidiane passate. In
quel contesto storico, il ballo emerse come una forma d’intrattenimento
semplice e accessibile a chiunque volesse distogliere la mente dalle
preoccupazioni del tempo.


A Valenza, durante il fervente decennio degli anni Cinquanta, le feste
dell’Unità continuavano a riunire la popolazione permettendo loro di
ballare, preservando così una tradizione viva tra i nostri antenati,
imparagonabile con l’oggi. Tuttavia, i numerosi militanti e simpatizzanti
locali comunisti sentivano la necessità di uno spazio ampio e adeguato
per le loro attività politiche e per offrire ai cittadini un’occasione di
svago: nacque così l’idea di una Casa del Popolo.
La determinazione fu tale che molti decisero di contribuire sia con il
proprio lavoro, spesso offerto gratuitamente, sia con donazioni
economiche, poiché in quei luoghi la fede politica rappresentava
qualcosa di più profondo, quasi un dogma religioso che precedeva ogni
altra priorità. Alcuni intravedevano anche l’opportunità di dar vita a un
centro di aggregazione per i valenzani, dove poter godere di serate
allietate dal ritmo della musica.
Tutto ebbe inizio fra dubbi e speranze; nel maggio del 1957 fu posato il
primo mattone della Casa del Popolo di Valenza, poi conosciuta come
Circolo Culturale Rinascita Valentia, o semplicemente Valentia. Questa
struttura sorse laddove prima si trovava una fabbrica di calzature
maschili, la Valentia dei fratelli Cavallero, e fu definitivamente
acquistata dal Partito Comunista quattro anni dopo tramite un
pagamento rateale.
La costruzione fu completata in poco più di un anno grazie all’impegno
di molti volontari che si cimentarono in diverse mansioni tecniche e
manuali, sentendosi i veri protagonisti. Circa 150 persone, quasi tutte di
comprovata fede marxista, offrirono la loro opera senza badare alle
disparità economiche tra chi era benestante e chi lo era meno. Si stima
che complessivamente siano state donate ben 10.000 ore di lavoro
gratuito (una pratica che oggi potrebbe comportare conseguenze
giudiziarie), accompagnate da una notevole raccolta di fondi iniziale
pari a otto milioni di lire ottenuti tramite sottoscrizione pubblica. I
pagamenti continueranno con versamenti dilazionati per alcuni anni
fino al raggiungimento della cifra totale d’acquisto di 28 milioni.
In seguito, a rendere la struttura unica e ospitale, contribuiranno anche
artisti di grande fama come i pittori Sassu, Motti, Treccani, Aurelio e
altri, che renderanno l’ambiente affascinante con splendidi affreschi alle
pareti.
I volontari continuarono nei loro sforzi anche dopo l’inaugurazione del
cortile esterno, avvenuta il 25 luglio 1958, dotato di una pista da ballo
all’aperto. Durante questa prima memorabile serata danzante, che è
rimasta nella memoria collettiva come simbolo della rinascita culturale e

sociale della città, si esibì il celebre jazzista Glauco Masetti. Poi nel
gennaio del 1959 fu aperta al pubblico l’ampia area al coperto: un
salone dalle dimensioni imponenti di 30 metri di lunghezza per 14 di
larghezza, destinato a sala da ballo «invernale», oltre ad altri spazi
utilizzati dal partito comunista valenzano come uffici e sedi delle tre
sezioni locali.
Il 30 agosto 1959, seppur con ritardo, venne ufficialmente inaugurata la
Casa del Popolo dal segretario nazionale del partito, Palmiro Togliatti.
Accompagnato dagli onorevoli Nilde Jotti, Audisio, Lozza e Villa e dal
senatore Boccassi, Togliatti giunse a Valenza da Alessandria, dove si
trovava per il Festival dell’Unità. Ad attenderlo c’erano i principali
promotori del progetto, il sindaco Lenti, il segretario locale del partito
Gatti, Lombardi, Ravarino, Annaratone e altri ancora. La gestione del
ballo fu affidata a Giovanni Carnevale, una figura locale carismatica e
molto amata che mantenne la sua posizione di leadership fino alla
chiusura della struttura.
Il Valentia, con la sua formidabile funzione seduttiva, diventò
rapidamente un punto di riferimento per il divertimento, offrendo la
possibilità di ballare sia all’aperto che al chiuso. Presto ospitò i
principali artisti nazionali della musica leggera e dello spettacolo,
diventando così il simbolo della vita musicale notturna del territorio.
Durante la realizzazione della sala invernale, iniziarono ad arrivare le
prime celebrità: Natalino Otto, Flo Sandon’s, Nuccia Bongiovanni, il
sestetto italiano con Basso, Valdambrini e Boneschi.
Per alcuni mesi, l’apertura domenicale stagionale vide l’esibizione del
complesso di Giulio Libano, che introdusse Mina Mazzini (la futura
«grande Mina»), Nicola Arigliano e altri al pubblico di Valenza.
Nell’estate del 1959, Fred Buscaglione apparve poco prima della sua
tragica scomparsa. Lo stesso anno, Mina si esibì due volte: al suo
spettacolo di Pasqua, il biglietto costava 500 lire per gli uomini e 300
per le donne. I Brutos portarono risate con la loro nuova comicità,
mentre il famoso Colin Hicks si esibì al Valentia mentre si stava
affermando come vedette internazionale.
Nei primi venti anni, diversi grandi nomi della musica italiana calcarono
il palco del Valentia. Tra questi Giorgio Gaber, Jannacci e Maria Monti
debuttarono nel 1960, così come un giovane Fausto Leali che venne
ospitato varie volte al Valentia per le prove con il suo complesso I
Novelli di Alessandria.
Artisti del calibro di Miranda Martino, Fausto Cigliano, Luciano Taioli,
Betty Curtis, Achille Togliani, Tony Dallara, Edoardo Vianello, Caterina
Caselli, Peppino Di Capri e Fred Bongusto solcarono queste scene.
Anche i giovani Gianni Morandi, Jonny Dorelli, Massimo Ranieri, Lucio
Battisti, Iva Zanicchi. Toto Cutugno mosse qui i primi passi con il suo
complesso Toto e i Tati.

Tra i gruppi più celebri che si esibirono ci furono i Dik Dik, i Rockets, i
Nomadi, i Giganti, i New Trolls e l’Equipe 84, ognuno con una forte
identità e un fascino particolare.
Fino al primo grande restauro nel 1970, molti volontari valenzani
s’impegnarono con dedizione per rendere il locale accogliente durante
l’estate, decorandolo con fiori e addobbi. Alla fine di ogni serata
danzante all’aperto che, purtroppo, infastidiva i vicini, la sala estiva
tornava a essere soltanto un cortile non disturbante. Era un ambiente
aperto allo stupore e alla serenità, capace di alimentare la speranza di
una vita migliore, nonostante le tensioni sociali di quei tempi.
Ora raccontiamo alcuni episodi originali o bizzarri relativi al maestoso
Dancing Valentia nei tempi d’oro delle canzoni con melodia e ritornello.
La prima volta che avrebbe dovuto esibirsi, Milva, divenuta celebre da
un giorno all’altro, cancellò l’esibizione a causa di una malattia
comunicata tramite telegramma. Per confermare la notizia, un dirigente
locale si recò dalla cantante con un termometro e verificò la veridicità:
Milva era veramente malata con febbre alta. Ritornò poi a esibirsi il
giorno del suo matrimonio con il regista Corgnati; fu un successo
eccezionale e il «pigmalione» rimase in incognito per tutta la serata.
S’ingaggiò Rita Pavone e fu un enorme successo. Rita, ormai celebre,
non era risoluta a venire a Valenza e si dovette andare a prenderla a
Venezia. Adriano Celentano giunse con un grande seguito di giornalisti,
pronto per debuttare all’Olympia di Parigi. Giorgio Gaber, insieme ai
suoi Giullari, riuscì a riempire ogni spettacolo al Valentia anno dopo
anno, fino a quando decise di abbandonare le piste da ballo per
dedicarsi al teatro. Anche i Pooh ottennero più volte il tutto esaurito,
consolidando la loro posizione nel panorama musicale italiano.
Durante gli anni Sessanta e Settanta, le competizioni canore come
«Voci d’Oro» divennero appuntamenti imperdibili per i giovani talenti
emergenti. Questi eventi erano supportati dalla maestria pianistica di
Ginetto Prandi e diretti dal celebre compositore Giovannino Danzi. Un
altro concorso di rilievo fu quello per il «Grammofono d’oro», pensato
per promuovere giovani artisti. Qui si distinse Bruno Noli, giovane
talento di Tortona, che in seguito avrebbe adottato il nome d’arte Bruno
D’Andrea diventando un affermato direttore d’orchestra di liscio. Tra i
giudici di queste competizioni figuravano illustri esponenti della
canzone e del teatro italiano, come Alberto Rabagliati, Ezio Leoni,
Cichellero e la Telman. Negli eventi teatrali spiccarono anche figure
quali Franca Rame e Dario Fo, spesso al centro di accesi e avvincenti
dibattiti.
Con l’avvento degli anni Settanta, il clima musicale cambiò
decisamente, portando con sé orchestre di musica più contemporanea
e cantanti sempre eccezionali. Andrea Mingardi fu uno degli artisti che
illuminarono la scena a Valenza per un’intera stagione. Nomi come i

Ricchi e Poveri, Marcella Bella, Orietta Berti, Edoardo Bennato e molti
altri segnarono il periodo con esibizioni memorabili. Quasi tutte le
grandi stelle del tempo passarono da Valenza, ad eccezione di
Domenico Modugno e Ornella Vanoni (un rammarico per il patron
Carnevale). Tuttavia, persino artisti del calibro di Francesco De Gregori
subirono qui momenti difficili, come quando il popolare cantautore fu
costretto a lasciare il palco tra le proteste.
Altri eventi curiosi arricchirono questo periodo leggendario: Renato
Zero trasformò una serata ordinaria in uno spettacolo indimenticabile;
ritornò ancora, sempre con grande successo. Claudio Baglioni venne
quasi «assediato» dai suoi fan, la gran massa di giovani cercò di
sottrargli il pianoforte dalle dita e le ragazze all’uscita lo volevano
mettere in frigorifero per conservarlo; Lucio Dalla andò a cena a
Pecetto, ma per la stravaganza del suo abbigliamento suscitò la
curiosità di tutto il paese. Edoardo Bennato arrivò nei bei tempi della
contestazione: molti spettatori non volevano pagare l’ingresso (1.500
lire) e alcuni raggruppamenti di giovani cercarono di impedirgli di
accedere nel locale, così fu fatto entrare con una scala a pioli
dall’annesso cortile. Quando si resero conto che Bennato stava
esibendosi con grande successo, entrarono anche loro e non
accaddero ulteriori incidenti.
In quel periodo, si vissero due stagioni molto importanti: quella del jazz,
con grandi nomi internazionali, e quella del cabaret. Da ricordare sono
Grillo, Sardi, Magni, Svampa, Patruno, i Santoanastaso e le incredibili
Sorelle Bandiera.
In seguito, il cachet richiesto da questi famosi artisti divenne
insostenibile. Nei primi anni Settanta, mentre il socialismo mutava con
l’aggiunta dell’aggettivo «reale», anche la struttura visse ulteriori
trasformazioni. Si decise di ampliare gli spazi culturali e sociali con
nuovi locali per eventi e attività di partito. Un’importante opera
commissionata in quegli anni fu un murale realizzato da Aurelio, un
progetto che lo tenne impegnato per ben otto mesi.
Era il 26 dicembre 1969 quando l’Orchestra Folklore di Romagna
inaugurò ufficialmente la nuova stagione dedicata principalmente al
liscio, pur continuando a proporre per un certo tempo anche artisti
celebri, ma non si ottenne più il successo di pubblico del passato. Fu
l’inizio di una transizione musicale che si sarebbe consolidata sempre
più nel tempo. Il progressivo cambiamento nei gusti del pubblico rese
certi eventi meno frequentati rispetto al passato. Con il passare degli
anni e l’accrescente solitudine del suo cordiale e carismatico
patrocinatore, il futuro del locale appariva sempre più incerto.
Nonostante gli sforzi e i riposizionamenti per adattarsi al nuovo clima, il
declino e la progressiva dissoluzione erano inevitabili.

Dopo un’interruzione durata alcuni anni, nel gennaio 2005, l’edificio di
proprietà del partito DS venne venduto a un’impresa di costruzione,
liquidando i suoi valori, la sua identità e la sua storia. Al suo posto
sorsero poi due nuovi condomini. La decisione di vendere, presa a
malincuore e senso di umiliazione dalla direzione del partito nel 2003,
allineò quell’ex luogo affascinante al destino di molti altri locali da ballo
di quell’epoca, suscitando forte perplessità tra gli abitanti di una città
quasi depoliticizzata e sempre meno coesa.
Il Valentia rappresentò un’epoca di spensieratezza e progresso,
ricordato con nostalgia come uno dei simboli di quel periodo. Cicerone
sosteneva che la memoria è il tesoro e il custode di tutte le cose.

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