Presentato fuori concorso all’ultimo Torino Film Festival, è arrivato ora nelle sale “Il prigioniero” di Alejandro Amenábar. Con il suo titolo originario “El cautivo” ha incassato in Spagna 5 milioni di euro e ottenuto 7 candidature ai Premios Goya 2026, strappando alla fine un solo riconoscimento come “Miglior Trucco e Acconciatura”.
In Italia sbarca accompagnato da recensioni piuttosto tiepide per un’opera che ha ottimi spunti narrativi e bellissime immagini ma che fatica a trovare un equilibrio fra avventura, film storico e riflessione esistenziale. Anche se imperfetto e forse un po’ patinato, resta per certi aspetti un film affascinante, un racconto che ci trasporta nell’Algeri del 1575, dopo la battaglia di Lepanto, con atmosfere da “Mille e una notte” grazie a una raffinata fotografia e ai bellissimi i costumi dell’italiana Nicoletta Taranta.

La storia, basata sulle poche informazioni documentate, racconta la prigionia di Miguel de Cervantes dopo sua cattura da parte dei corsari ottomani, terminata solo nel 1580 dietro pagamento di un riscatto com’era d’uso all’epoca. Nel film viene raccontata non solo come privazione di libertà ma anche come esperienza di trasformazione, di ricerca di una nuova dimensione del sé. Il regista colma i vuoti della storiografia immaginando che per Cervantes quei cinque anni ad Algeri abbiano contribuito a definirne la personalità futura e a offrigli gli spunti che confluiranno nel suo romanzo più famoso.
È l’arte di raccontare storie l’elemento centrale attorno al quale ruota la trama, un’arte che Cervantes scopre dapprima con i compagni e poi con Hasán Bajá, il Bey di Algeri detto il Veneziano (1544-1591), un italiano convertito all’Islam affascinato dai racconti e dal talento narrativo del prigioniero spagnolo. Fra i due nasce un rapporto di ambigua complicità che alterna attrazione e paura, sopraffazione e istinto di sopravvivenza.
Una delle immagini che rimangono più impresse dopo la visione del film è proprio il volto di Alessandro Borghi che, nell’interpretare il personaggio del Bey, ci restituisce la figura di un uomo diviso fra potere e desiderio, crudele, calcolatore e al tempo stesso fragile e affascinante.
Con la consulenza di uno dei massimi esperti dello scrittore e poeta spagnolo, il professor José Manuel Lucía Megías, il regista Amenábar ha liberamente romanzato questo periodo particolare della giovinezza di Cervantes che solo in età avanzata conoscerà la fama grazie al suo “Don Chisciotte della Mancia”. Il romanzo fu pubblicato in due volumi nel 1605 e nel 1615, oggi con oltre 500 milioni di copie vendute è uno dei libri più letti della storia della letteratura. “Il racconto del prigioniero”, che in spagnolo ha titolo proprio “El cautivo”, è una novella di Cervantes ricca di spunti autobiografici che si ritrova all’interno del romanzo. Ad essa si è ispirato Alejandro Amenábar per inserire nella sceneggiatura del film anche l’avventura della giovane musulmana Zoraida che si converte al Cristianesimo e con il prigioniero organizza la fuga via mare verso la Spagna.



