La famiglia Hamilton, che nel libro di Steinbeck era simbolo dell’epopea americana e memoria autobiografica dell’autore, nella serie tv Netflix “La valle dell’Eden” ha un ruolo marginale.
La storia che si dipana sullo schermo ruota intorno alla famiglia Trusk. Alla prima generazione, segnata dal difficile rapporto fra padre e figli e dalla rivalità fra i fratelli Charles e Adams, e alla seconda, quella di Caleb e Aron, che si ritrovano a vivere lo stesso rapporto di amore e odio. Uno schema fatto di rivalità e gelosia che si ispira alla storia di Caino e Abele le cui iniziali dei nomi, C e A, ritroviamo nei protagonisti.
La valle di Salinas non è la paradisiaca “valle dell’Eden” che ci si potrebbe aspettare dal titolo, è una valle di conflitti e solidarietà, di speranze e di fallimenti, è la valle del mondo che abitiamo dove eterna è la lotta fra il bene e il male. Il titolo inglese, “East of Eden”, meglio rappresenta il luogo simbolo dove si svolge il racconto, “all’est dell’Eden” infatti è dove Caino va a vivere dopo aver ucciso Abele, dopo aver conosciuto il male, il peccato, la colpa.

Il regista Elia Kazan nel 1955 aveva girato il famoso film con James Dean, un melodramma hollywoodiano che traeva spunto dall’ultima parte del romanzo. Zoe Kazan, sua nipote, ha scelto la serialità per avere un respiro più ampio nel portare sullo schermo un libro di oltre seicento pagine e ha cercato di riproporlo in modo abbastanza fedele. Nel farlo però ha dato un taglio più nuovo, più moderno alla storia rendendo centrali i personaggi di Cathy e di Lee.
Cathy, madre di Caleb e Aron, nel romanzo è il simbolo del male: abbandona i figli, non esita a uccidere chi intralcia il suo desiderio di libertà e vendetta, diventa tenutaria di una casa di tolleranza per rendersi indipendente e dominare gli altri. La regista ripropone la sua figura mettendone in risalto la malvagità e la mancanza di empatia con scene crude, con immagini scure che riflettono il colore della sua anima, ma nel farlo la rende umana. Porta a galla il suo passato cercando il trauma che può aver innescato un tale comportamento, non la giustifica ma cerca di comprenderla, senza per questo farne una vittima.
Florence Plugh, con una superba interpretazione, sa dare al personaggio di Cathy/Kate di volta in volta le sfumature della manipolazione, della spietatezza ma anche della fragilità. Una donna che si nasconde dietro a diverse maschere per difendere e vendicare la bambina che è in lei e che era stata offesa dal mondo.
Il secondo personaggio è Lee, un americano di origine cinese che rappresenta l’uomo saggio, che si prende cura dei figli di Adam, che sa dare il giusto consiglio al momento opportuno. Attraverso le sue vicende emerge l’emarginazione sociale dei lavoratori cinesi emigrati in America. Svolge un ruolo fondamentale nell’accompagnare la famiglia Trusk verso il suo epilogo, un finale doloroso che però apre la porta alla speranza.
La parola biblica “Timshel”, con la quale si chiude la storia, significa “tu puoi” ed è un’esortazione ad andare avanti superando il nostro lato oscuro anche quando abbiamo commesso il male, lasciandoci alle spalle il passato e il peso dell’eredità famigliare.
È la parola che permette a Caleb/Caino di guardare a un nuovo futuro, perché questo è il messaggio che Steinbeck aveva voluto lasciare al lettore: la consapevolezza del libero arbitrio, la possibilità della scelta.





