Valenza e gli antichi Romani (prima parte)

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di Pier Giorgio Maggiora

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Spostandoci nelle profondità della storia antica, Roma
diviene una potenza regionale di un certo rilievo
all’inizio del V secolo a.C., sebbene gran parte della
Pianura Padana venga a lungo percepita come un’entità
distinta dal resto della penisola.
In quel periodo, il nostro territorio è attraversato da
tribù celtiche e liguri — talora definite celtoliguri, una
popolazione di frontiera, con tratti indoeuropei pre-
celtici in età protostorica — adusi a combattersi l’un
l’altro, che hanno varcato le Alpi, dando inizio a vere e
proprie ondate migratorie che culmineranno nelle
invasioni del IV secolo a.C. La cultura celtica, più
evoluta di quella autoctona ligure, lascerà un’impronta
profonda in queste aree.
La zona di Valenza venne ascritta in seguito alla tribù
romana Pollia — risaputo anche da un’iscrizione trovata
negli scavi del Castello di Casale, dove compariva che il
municipio di Casale (Vardacate) fu dai Romani censito
alla Tribus Pollia, la stessa di Pollenzo (Pollentia),
Monteu (Industria) e Valenza (Valentia).
L’area, inizialmente scarsamente popolata e priva di
un’organizzazione politica solida e strutturata,
caratterizzata solo da nuclei integrati di Celti e Liguri
(Galli Cisalpini), cade sotto il dominio dei nuovi
conquistatori romani verso il 222 a.C., quando i Galli (in
particolare le tribù degli Insubri e dei Gesati) del nostro
territorio vengono sconfitti a Clastidium (importante
località degli Anamari o Marici, l’odierna Casteggio) e
definitivamente sottomessi.
Anziché inaugurare un’era di pace, tuttavia, la vittoria
delle legioni di Roma apre un nuovo capitolo di scontri
e sottomissioni per le nostre terre.
Nel 218 a.C., il condottiero cartaginese Annibale, mosso
da una profonda rivalità verso Roma, giunge in Italia,

presumibilmente attraverso il valico del Monginevro,
dopo una tormentata spedizione durata cinque mesi, e
si muove lungo la valle del Po come una valanga
inarrestabile priva di buone intenzioni.
Le popolazioni locali si ribellano agli occupanti romani
per unirsi, insieme a numerosi altri popoli celtici
cisalpini, all’esercito cartaginese, al quale forniscono
un massiccio supporto in termini di uomini e
vettovaglie, rappresentando una seria minaccia per la
Repubblica romana. In seguito, condividendo i destini
della campagna militare di Annibale, queste genti
andranno incontro alla medesima, drammatica sconfitta
finale.
Un primo scontro tra l’esercito punico e quello romano,
entrambi sostenuti da ragguardevoli contingenti gallici,
avviene nelle nostre zone, al confine con l’adiacente
Lomellina. Successivamente, nel novembre del 218 a.C.,
i romani, guidati dal console Publio Cornelio Scipione,
vengono sconfitti lungo il Ticino e nei pressi di
Piacenza, trovandosi costretti ad abbandonare
completamente il nostro territorio, sottomesso a loro
solo da poco tempo.
Dopo aver reso sicura la propria posizione, Annibale
dispone le truppe per l’inverno tra le popolazioni locali;
tuttavia, la loro dedizione alla causa punica comincia
ben presto a calare a causa degli altissimi costi di
mantenimento dell’esercito invasore, composto da
decine di migliaia di uomini.
Il condottiero permane nella nostra zona sino alla
primavera del 217 a.C., quando decide di spostarsi a
sud alla ricerca di una base operativa più protetta.
Supera quindi l’Appennino con le sue milizie e con
l’unico elefante sopravvissuto all’inverno (Surus).

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Del passaggio di Annibale nelle nostre terre sono stati
rinvenuti segni concreti nell’area compresa tra Valenza
e Casale Monferrato: in un campo nei pressi di
Frassineto Po sono venuti alla luce zanne d’elefante e
resti ossei che gli esperti hanno attribuito proprio al
periodo del conflitto.
Più tardi, sconfitto Annibale nel 202 a.C. (la definitiva
distruzione di Cartagine avverrà poi nel 146 a.C.), i
romani volgono nuovamente le armi contro i ribelli
liguri e gallo-celtici della nostra area. Per queste
popolazioni, l’iniziale desiderio di riscatto si trasforma
in un rancore che finisce per nuocere alla loro stessa
causa. Ne consegue una guerra sistematica, lunga e
logorante che risuonerà poi come un rituale funebre.
Esemplare è la feroce resistenza delle tribù liguri a sud
dell’alessandrino, disposte a difendersi fino all’estremo.
Tra queste, la tribù degli Statielli vede il proprio centro
principale, Carystum (nei pressi dell’odierna Acqui
Terme), completamente distrutto. Ma tant’è, non si può
essere risparmiati dai combattenti romani.
Alla fine, sconfitte e stremate, le popolazioni locali sono
costrette a cedere e ad accettare il dominio romano che
è sempre pronto a spargere sangue e ad esercitare la
volontà di predominio.
I residenti e le forze militari stanziate nella zona
valenzana furono poi coinvolti nella celebre Battaglia
dei Campi Raudii, combattuta nel 101 a.C. poco più a
nord del territorio locale. Lo scontro avvenne nei pressi
della confluenza del Sesia con il Po, nella stessa area in
cui Annibale aveva affrontato la sua prima battaglia sul
suolo italiano, un territorio limitrofo all’insediamento
dei Cimbri a Vercellae (Vercelli).
La battaglia vide contrapposti l’esercito della
Repubblica Romana, guidato dal console Caio Mario, e

un imponente corpo di spedizione di tribù germaniche
dei Cimbri, affetti da incessante nomadismo. Questi
ultimi furono totalmente sterminati, con un bilancio di
oltre 140.000 morti e 60.000 prigionieri, tra cui
moltissime donne e bambini.
In questa drammatica vicenda, non tutti i vinti morirono
per mano romana: molti Cimbri si tolsero la vita a
vicenda pur di non cadere prigionieri. Numerose donne,
che avevano preso parte al combattimento secondo le
tradizioni della tribù, uccisero i propri figli e si
impiccarono ai carri disposti ai bordi del campo di
battaglia. Sebbene la ricostruzione dettagliata sia
offerta da Plutarco, la localizzazione precisa del sito
rimane ancora oggi oggetto di dibattito storiografico.
Come ricompensa per il valoroso servizio prestato,
Mario concesse la cittadinanza romana ai guerrieri
locali alleati, anche se gran parte del merito della
vittoria fu poi attribuito a Lucio Cornelio Silla.
La definitiva sottomissione della popolazione ligure-
gallica aprì un periodo di pace per la zona, ponendo fine
a un lunghissimo periodo di instabilità, tensioni,
malcontento e rivolte.
L’espressione citata da Plinio “Forum Fulvii quod
Valentinum” ha generato un appassionato dibattito
storiografico sull’effettiva concomitanza o estensione
territoriale tra l’insediamento originario di Forum Fulvii
(oggi Villa del Foro) e la vicina Valentia. Il primo era un
antico emporio fluviale risalente all’Età del Ferro,
trasformato in centro romano alla fine del II secolo a.C.
per opera del console Marco Fulvio Flacco, figura
chiave per la penetrazione romana nel territorio.
Fu proprio Flacco a guidare le campagne militari contro
le tribù celto-liguri della zona (come Statielli, Bagienni e
Marici) e a promuovere la fondazione di centri

mercantili e colonie strategiche lungo il fiume Po e le
principali vie di comunicazione. A lui si deve, di
conseguenza, la nascita del centro di Forum Fulvii
(situato tra Alessandria e Valenza), assegnato alla
Tribus Pollia.
Nelle fasi iniziali, Forum Fulvii fu strettamente collegato
a Valenza (Valentia), un’altra colonia di concomitante
fondazione romana. Questo legame creò un graduale
spostamento o accrescimento del centro vitale verso la
vicina rupe di Valentia affacciata sul Po, un’evoluzione
documentata in epoca imperiale e nella Tabula
Peutingeriana. Tuttavia, allo stato odierno delle
conoscenze, i rapporti gerarchici e amministrativi tra i
due centri non sono ancora del tutto definiti.
I Romani, ormai certi del pieno controllo del territorio,
avviarono un’intensa opera di colonizzazione basata
sulla propria egemonia culturale e politica sui popoli
sottomessi. Fondarono centri abitati strutturati, intorno
a Valentia, e costruirono una fitta rete stradale per
garantire alle truppe spostamenti rapidi e rifornimenti
sicuri. Lungo queste arterie edificarono numerosi
piccoli fortini, all’interno dei quali era possibile
garantire il presidio militare e la sicurezza delle
comunicazioni.
Fra questi avamposti, nella nostra zona, ci sono Pecetto
di Valenza, Mugarone-Bassignana e Rivarone.
I Romani chiamavano Pecetum Valentinum (Pecetto) il
borgo collocato sul Bric Castellar, che domina due
solchi collinari — la Valle delle Redini e Montariolo —
capaci di interrompere la catena delle colline del Po
affacciandosi sulla pianura lomellina, a quel tempo
malsana e paludosa.
Si può dire che la Pecetto vera e propria sia nata
proprio come accampamento romano nel I secolo a.C. Il

Castrum Peceti, un abitato già preromano, tramite un
percorso di cresta si ricollegava alla vicina strada della
Serra, un’antichissima via di comunicazione tra i guadi
del Po e quelli del Tanaro.
Nelle vicinanze, alla confluenza del Tanaro con il Po,
sorse fin dall’antichità un borgo (Bassignana) posto su
un terrazzo fluviale naturale che controlla la pianura
circostante: un importante villaggio etrusco-padano,
snodo commerciale e militare fluviale.
La navigazione è stata la costante di tutta la protostoria
di Valenza e Bassignana, un sistema in seguito
rivoluzionato dalla rete stradale di età romana. Grazie
alle rotte d’acqua, i rapporti commerciali pre-romani con
l’Etruria raggiunsero il massimo nel VI-V secolo a.C.,
con l’asse Po-Tanaro come via privilegiata per gli
scambi con i mercanti etruschi e per i contatti con
l’ambito villanoviano-etrusco dell’Emilia occidentale.
Nel II secolo a.C., con l’avvento dei Romani, il borgo
prese il nome di Villa Bassiniana (poi contratto in
Bassiniana), da ricondurre all’eponimo Bassinus,
derivante inequivocabilmente dalla gens Bassinia, la
famiglia romana a cui fu attribuito il possesso del
territorio. Le comunità locali subirono l’influenza e il
controllo di queste grandi casate, inserite in un nuovo
ordine sociale ed economico.
Accanto a Bassignana erano presenti i villaggi
dipendenti di Rivarone e Mugarone (Mugaronium),
quest’ultimo dotato di un importante fortino di sosta.
Il promontorio di Montecastello ha sempre avuto una
notevole rilevanza su questo territorio, perché domina
l’ansa del Tanaro e offre un’ampia veduta della pianura.
L’antico generico villaggio chiamato Villaro, con un
percorso sinuoso e farraginoso, in epoca romana
assunse il nome di Pontianum dal patronimico Pontius

di una autorevole famiglia latina insediatasi a
Montecastello.
Dopo l’assoggettamento a Roma (in forma di
vassallaggio), il nostro territorio non faceva ancora
parte dell’Italia romana, ma era considerato una
provincia con un’organizzazione giuridica differente.
Tra il II e il I secolo a.C., tuttavia, Valentia – fino ad
allora un piccolo borgo ligure scarsamente popolato e
in costante conflitto – visse una profonda
trasformazione e si romanizzò, in una sorta di mitica
palingenesi.
Fino all’89 a.C., i Romani promuovevano iniziative
federative per controllare le tribù locali, siglando patti
(foedera) che assicuravano l’egemonia romana senza
conflitti. Tuttavia, una svolta significativa si verificò
nell’89 a.C. con la promulgazione della Lex Pompeia de
Transpadanis e della Lex Plautia Papiria.
Mentre quest’ultima concesse la piena cittadinanza
romana alle comunità italiche a sud del Po (Cispadana),
la Lex Pompeia conferì il diritto latino (ius Latii) alle
popolazioni a nord del fiume (Transpadana),
manifestando concretamente l’intenzione di Roma di
consolidare la sua presenza anche nella nostra zona.
Nel 49 a.C., tutte le colonie latine dell’area padana
vennero trasformate in municipi e anche gli abitanti di
Valentia ottennero la piena cittadinanza romana. Nel 42
a.C., la provincia della Gallia Cisalpina, istituita nella
prima metà del I secolo a.C. e comprendente tutta l’Italia
settentrionale, venne abolita. Questo passaggio fu
cruciale, poiché il nostro territorio entrò così a far parte
dell’Italia romana.
Dal punto di vista politico-amministrativo e ideologico,
tale inclusione fu rafforzata da Augusto nelle sue vaste

riforme, che immaginavano l’intera penisola, fino al
confine alpino, come zona sacra e inviolabile di Roma.
Quest’integrazione non era in contrasto con il sistema
di governo decentrato dell’impero romano, il cui perno
era l’autonomia cittadina. Valentia, come altre città,
godeva di autonomia amministrativa totale e si regolava
attraverso leggi municipali e istituzioni ispirate al
modello repubblicano romano, che l’avvento del
principato di Augusto non aveva cancellato.
I cittadini valenzani usufruivano di diritti civili attivi e
passivi (questi ultimi solo se in possesso del censo
richiesto dalla legge locale) e godevano di doppia
cittadinanza, romana e della loro «civitas». Sebbene
fossero esclusi dalle decisioni governative centrali di
Roma, i cittadini avevano un’importante partecipazione
politica nella loro città. Essi, pur nella condizione un po’
appartata in cui avevano fino ad allora vissuto, e
superata l’ostilità dimostrata nei primi tempi, furono
disponibili quando i Romani si impegnarono di dare
ordine, disciplina e opportunità di sviluppo anche al
nostro territorio.
Le leggi del 49 e del 42 a.C., insieme agli interventi
successivi di età augustea, definirono così il conclusivo
inserimento di Valentia, appartenente alla Regio IX
Liguria, nel cuore geopolitico dello Stato romano.
Valentia nel Forum Fulvi si svilupperà come un’entità
politica-amministrativa con uno specifico profilo
istituzionale, cornice di un processo più profondo: la
romanizzazione del territorio, che avverrà attraverso la
diffusione di modelli urbanistici, architettonici,
linguistici e giuridici.
Si suppone che, evolvendosi in seguito, Valentia diventi
un forum (Forum Valentinus), che oltre a essere un
mercato e centro di amministrazione, si afferma come

un importante luogo d’incontro fortificato e una
straordinaria opportunità di crescita. Assumerà la forma
di una fortezza permanente (castrum), cioè un
accampamento militare protetto da un fossato (campo
trincerato), progettato per controllare il passaggio sul
Po e costituirà parte di una colonia militare pronta a
sostenere le politiche di potenza a favore delle
ambizioni romane.
Fine delle sfide e delle minacce? Ma neppure per idea.
Età romane: regia (753-509 a.C.), repubblicana (509-31
a.C.), alto-imperiale (da Augusto all’anarchia militare; 31
a.C.-284), tardo antica (da Diocleziano alla caduta
dell’impero romano d’Occidente nel 476).
(continua)

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