L’Ospedalino di Valenza

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di Pier Giorgio Maggiora

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Una vita più lunga dovrebbe estendere le possibilità
dell’esistenza, non prolungare l’esclusione. Gli anziani
hanno sempre tenuto insieme le generazioni,
trasmettendo competenze e alimentando relazioni. E il
loro valore non veniva meno nemmeno quando avevano
bisogno di essere accuditi: restavano persone con una
storia e con un posto fra la gente. Un tempo era così.
Nel fervente brodo culturale della Valenza del XIX
secolo, la sensibilità verso il disagio delle classi
svantaggiate era avvertita come un dovere morale
imprescindibile. Questo sentimento trovava forte eco
tra i membri dell’élite benestante e i nobili delle antiche
famiglie, spinti talvolta dal bisogno di placare una
coscienza sociale tormentata. Tale imperativo civico si
concretizzò nella nascita e nel sostegno di istituzioni
dedicate all’assistenza sociale e all’accoglienza
religiosa.
Durante la Restaurazione, la ricostituzione degli ordini
religiosi tradizionali – da secoli dediti all’ospitalità –
diede linfa a una filantropia spontanea e diffusa. Si
trattò di una vera e propria rinascita caritativa che
attraversò ogni livello della società. In questa fase, più
che di doveri sociali in senso moderno, si trattava di
una compassionevole beneficenza verso i meno
fortunati: una forma di solidarietà che oggi, talvolta, si
rimpiange come un valore perduto.
Sebbene a Valenza non si potesse ancora parlare di una
politica sociale strutturata, cominciavano a emergere i
primi organismi assistenziali. I numerosi interventi

promossi dai notabili locali riflettevano a volte la tipica
vanità valenzana, abilmente camuffata da altruismo e
prodigalità. Ciononostante, questo impulso empatico
finì per pervadere l’intera comunità, unendo in un unico
disegno chi agiva concretamente, chi prestava ascolto
e chi riponeva fiducia e speranza in un domani migliore.
Nel 1829 venne inaugurato il nuovo Ospedale
Mauriziano in via Pellizzari, all’angolo con via Cavour.
Inizialmente dotato di 24 posti letto, che divennero 28
nel 1840, l’ospedale ricevette la visita del Re nel maggio
del 1843.
Pochi anni prima, nel 1834, Don Massimo Cordara
Pellizzari – un venerato sacerdote benestante che
rigettava le disuguaglianze – aveva fondato l’insigne
Opera Pia Pellizzari con propositi messianici e con
l’obiettivo di soccorrere la povertà materiale dei
valenzani. Nel 1836, anche la contessa Carolina
Garessio Del Pero contribuì al benessere sociale
cittadino, donando un patrimonio di circa 60.000 lire per
la creazione di una casa educativa destinata alle orfane
della città.
In questo stesso fermento solidale si inserì il canonico
Vincenzo Zuffi, una figura autorevole, lungimirante e
nota per la sua indipendenza di pensiero e azione. Zuffi
fondò una benefica istituzione cittadina con le proprie
risorse e con quelle lasciate da Donna Teresa Lana,
vedova di Giovanni Grossi: la Casa di Riposo Ospedale
degli Incurabili. Questa istituzione mirava a perpetuare
tra le generazioni future i valori di carità evangelica e le
virtù civili di Valenza. In quel periodo, il termine
“incurabili” faceva riferimento a coloro che non
potevano permettersi le cure mediche necessarie;
successivamente, i cittadini di Valenza avrebbero
familiarmente chiamato questo ospizio “Ospedalino”.

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Inaugurato il 29 novembre 1832, il luogo – frutto di uno
sforzo operativo immane e qualificato come una novità
straordinaria – accoglieva inizialmente gli anziani in un
modesto locale con soli due letti. Ben presto emerse la
necessità di una regolamentazione costituzionale e
legale per lo “Spedale degli Incurabili”, che ottenne il
riconoscimento ufficiale con il Regio Brevetto di Carlo
Alberto il 23 aprile 1833 e con la successiva
approvazione del regolamento il 23 settembre 1833 (il
quale conteneva, tuttavia, alcune norme di difficile
applicazione futura). Dopo l’epidemia di colera degli
anni 1835-1836, e per rispondere ai bisogni crescenti
dei poveri e degli anziani indigenti che imploravano
continuamente ospitalità, i letti dell’ospizio furono
aumentati a otto. Le suore si mostrarono estremamente
attente alle esigenze del tempo e del territorio,
rispondendo prontamente alle richieste di aiuto della
comunità.
Tra le prime generose donazioni si annoverano quelle
del capitano Seidrich, seguite da quelle di Teresa
Piacentini Zeme, Amedeo Annaratone, l’Opera Pia
Pellizzari, la Congregazione di Carità e altri benefattori.
Il 14 marzo 1835, poco prima di morire nell’ottobre dello
stesso anno, il canonico Vincenzo Zuffi venne insignito
dal re Carlo Alberto delle insegne dei SS. Maurizio e
Lazzaro e del titolo nobiliare di barone. Questo titolo era
destinato a trasmettersi alla sua famiglia, nello
specifico al nipote appartenente all’antica casata
valenzana dei Tarony, poiché la sorella del canonico,
Antonia di Giovanni Zuffi, aveva sposato Carlo Raffaele
Tarony nel 1778.
Nonostante il dolore per la perdita del canonico,
l’istituzione continuò a operare nella piccola sede
originaria. Successivamente, a fronte delle crescenti

esigenze e grazie a nuove risorse, nel 1860 si decise di
costruire un edificio più ampio. Il nuovo complesso,
dotato di spazi estesi e servizi adeguati, comportò un
costo complessivo di 75.000 lire (pari a circa 500.000
euro odierni).
Per coprire la spesa vennero raccolte 40.000 lire
attraverso un prestito ventennale cittadino – che fu poi
generosamente condonato nel 1881 – e 25.000 lire
tramite la vendita del vecchio immobile e l’accensione
di un mutuo. Il re Vittorio Emanuele II contribuì con una
donazione di 2.000 lire, mentre il Comune offrì
gratuitamente una parte del terreno necessario.
Fuori dalle mura meridionali di Valenza, sulla sinistra
per chi usciva da Porta Alessandria, nel 1865 fu
inaugurato il nuovo edificio corrispondente all’attuale
facciata, che portò i posti letto a 40. Questo
ampliamento rappresentò un miglioramento
significativo rispetto al passato, sebbene fosse ancora
insufficiente per soddisfare l’intera domanda. Nel 1882
la gestione interna venne affidata alle suore della
Congregazione delle Figlie di Sant’Anna, che si
dedicarono alla cura dei malati poveri con abnegazione
e carità cristiana.
Fino al 1898 l’ex cappellano interno don Francesco
Conterio si distinse come direttore, dedicando la
propria vita e le sue risorse alle esigenze dell’ospedale.
Successivamente, la presidenza passò a Vincenzo
Ceriana, che rimase in carica fino al 1934, anno in cui
gli succedette il sagace Ferdinando Abbiati.
Quest’ultimo guidò l’ente fino al 1958, quando subentrò
il barone Alberto Tarony, lontano parente del fondatore,
seguito poi da altri amministratori. Sostenuti da un
consiglio d’amministrazione che rappresentava il cuore
dell’istituzione, questi leader carismatici affrontarono

con realismo e buon senso un contesto di continue
difficoltà, superando spesso anche ostacoli di natura
politica.
Nei primi anni del ventesimo secolo, l’Ospedalino
beneficiò di significative donazioni che segnarono un
ulteriore periodo di sviluppo e miglioramento. Nel 1903
ricevette un’ingente eredità da Bartolomeo Sassi,
seguita nel 1905 da una generosa donazione di Pietro
Ceriana Retazzini e, nel 1911, da un’altra da parte di
Giovanni Marchese. Grazie a queste elargizioni furono
realizzati importanti lavori di ampliamento e
riqualificazione della struttura esistente: tra il 1910 e il
1912 vennero costruite due nuove ali laterali, furono
chiusi i porticati e i corridoi e l’edificio fu elevato di un
piano, aumentando così la capacità ricettiva a circa
cento posti.
Durante il periodo bellico l’istituto manifestò immediate
difficoltà nel soddisfare le crescenti esigenze
assistenziali della popolazione, principalmente a causa
del razionamento delle risorse alimentari e
dell’inflazione. Nonostante ciò, molti agricoltori della
zona di Valenza continuarono a fornire all’ospizio generi
di prima necessità come uova, latte fresco, verdura e
frutta di stagione.
Negli anni successivi, fino al secondo conflitto
mondiale, vennero apportate diverse migliorie sia alle
infrastrutture sia agli impianti. Tuttavia, persistevano
notevoli disparità tra gli ospiti, che ricevevano livelli di
assistenza differenti in base alle quote contributive
versate. Rimase così costante la tensione tra i bisogni
del popolo – spesso percepiti come disorganizzati e
confusi – e i privilegi delle élite che sostenevano
l’istituto, il tutto avvolto in una facciata di rispettabilità e

aristocratica dignità che nascondeva una realtà ben più
severa.
Nel corso della seconda guerra mondiale, l’istituzione si
trovò a navigare nell’incertezza, tra gravi
preoccupazioni e timori. Nonostante la profonda crisi
economica del periodo bellico, si riuscì comunque a
garantire il ricovero gratuito a numerosi anziani che
versavano in condizioni precarie.
La situazione migliorò sensibilmente nel primo
dopoguerra: un momento di svolta si ebbe nel 1952,
con la costituzione della “Associazione morale benefica
pro ospedalino”. Per dare continuità all’assistenza,
l’associazione faceva affidamento su raccolte
periodiche di contribuzioni volontarie tra i cittadini
valenzani e gli istituti bancari locali. Questo sostegno
diede il via a una serie di trasformazioni e ampliamenti
strutturali a getto continuo. Grazie a
un’amministrazione dinamica e a un’atmosfera di
grande operosità, l’istituto abbandonò la vecchia
concezione di ricovero tradizionale per trasformarsi in
un soggiorno moderno ed efficiente, dotato di impianti
igienico-sanitari e servizi all’avanguardia. Gli impianti
sanitari, i servizi di riscaldamento, la cucina, la
lavanderia e il guardaroba dell’Ospedalino vennero
completamente rinnovati con apparecchiature moderne.
Nei primi anni Sessanta fu edificato un nuovo
complesso attraverso l’elevazione di due piani della
struttura esistente, aggiungendo venti nuove camere
per i pensionati e ulteriori alloggi per il personale civile
e religioso. Questo significativo progetto fu eseguito
secondo criteri d’avanguardia, in particolare per quanto
riguarda il nuovo ingresso su via Canonico Zuffi.
L’amministrazione poté sostenere il peso di queste
trasformazioni e migliorie grazie all’eredità di oltre 35

milioni di lire lasciata dalla benefattrice Anna Farelli
Cardarelli, all’offerta di 10 milioni da parte della
concittadina Donna Bice Trecate e alla generosa
donazione della signorina Angeleri, ospite del pio
istituto. A queste si aggiunsero numerose altre offerte
che, confermando la tradizionale generosità valenzana,
consentirono — insieme alle rette incassate — di
mantenere un bilancio annuale che sfiorava i 40 milioni
di lire negli anni Sessanta.
Le reverende Suore di Sant’Anna continuavano a
dedicarsi con impegno alla gestione e alla cura
materiale e spirituale degli assistiti. Tuttavia, in seguito
ai successivi mutamenti sociali e al progressivo
processo di laicizzazione, le religiose interruppero in
seguito il loro servizio all’interno dell’istituto; un
cambiamento che riaccese il dibattito politico e suscitò
preoccupazione e malcontento tra la popolazione
locale.
Durante la seconda metà del Novecento, la società
locale subì radicali trasformazioni. Il modello di famiglia
patriarcale si affievolì e la vecchiaia divenne
progressivamente un vero problema sociale. Le case di
riposo iniziarono a essere percepite non solo come
luoghi destinati all’assistenza fisica degli anziani, ma
anche come spazi in cui incentivare le interazioni
sociali e promuovere il benessere mentale, con la
finalità di garantire una buona qualità della vita.
Tuttavia, tramutare queste intenzioni in realtà si
dimostrò spesso difficile, alimentando dibattiti che,
talvolta, sembravano più retorici che concreti, specie se
provenienti da chi era immerso nel mondo astratto delle
ideologie socio-politiche.
La situazione generale sollevava però una riflessione
amara: se un tempo gli anziani erano rispettati, protetti

e considerati custodi delle tradizioni e fonti di saggezza,
ormai sembravano essersi trasformati da figure
preziose a numeri superflui, privati del valore che un
tempo veniva loro riconosciuto.
Un evento significativo in questo campo si verificò nel
1980, quando un provvedimento regionale stabilì la
chiusura dell’Ospedalino. Le sue funzioni, il personale e
i beni furono trasferiti sotto la gestione
dell’Amministrazione comunale. Questo atto segnò la
fine dello “Spedale degli incurabili” e diede il via alla
Casa di Riposo Comunale. In sostanza, l’epoca della
beneficenza volontaria lasciava spazio a una nuova fase
di sicurezza sociale, teoricamente garantita dallo Stato
per il benessere dei cittadini.
Nel 2002, di fronte a significativi deficit nei bilanci
comunali (nel 2001 si registrava una perdita di ben 1,6
miliardi di lire imputata all’ospizio), fu deliberata
un’ulteriore trasformazione della struttura. La casa di
riposo divenne così “L’Uspidalì”, un ente strumentale
legato all’amministrazione locale per la gestione dei
servizi sociali.
Questo cambiamento, motivato dall’utopistica speranza
di una maggiore efficienza finanziaria, conferì alla
struttura un certo grado di autonomia gestionale, pur
mantenendo il sostegno economico del Comune; gli
eventuali deficit, infatti, continuarono a gravare
sull’ente locale.
A capo della nuova istituzione si sono susseguiti
diversi presidenti: Giorgio Assini, seguito da Giuseppe
Gatti, Maria Maddalena Griva, Silvia Raiteri e, di recente,
nuovamente Gatti. Figure irreprensibili e animate da
una sincera umanità, hanno ricoperto un ruolo che non
concedeva pause, anche se, in alcuni casi, sono
rimaste troppo legate agli equilibri della politica locale.

Purtroppo, come spesso accade, la gestione di
determinati problemi sociali ha risentito del peso delle
ideologie.
Intanto, in circonvallazione Ovest, stava sorgendo la
Residenza Sanitaria Assistenziale (RSA) per anziani non
autosufficienti, opera di spicco della Fondazione
Valenza Anziani, costituitasi nel 1997. Inaugurata il 18
dicembre 2006 e costata circa 10 milioni di euro, la
struttura — autorizzata e convenzionata dalla Regione
Piemonte — può accogliere oggi fino a 66 ospiti con
diversi gradi di non autosufficienza.
Nel 2009, le due case di riposo di Valenza contavano
complessivamente circa 60 dipendenti e affrontavano
un deficit di circa un milione di euro. Nel 2011, per
avviare interventi di ristrutturazione della Casa di
Riposo Comunale, fu promossa una sottoscrizione da
parte della comunità locale.
Nel 2016, le entrate totali dell’Istituzione “L’Uspidalì”
raggiunsero i 3.848.274 euro, di cui una quota rilevante
(1.833.600 euro) proveniva dalle rette degli ospiti e dai
contributi. Nello stesso anno, le spese dell’istituzione
ammontarono a 3.811.691 euro, con 743.618 euro
destinati al personale dipendente e 1.554.633 euro
impiegati per prestazioni di servizi, chiudendo il
bilancio in sostanziale pareggio.
Nel 2019, i 20 posti di Continuità Assistenziale a
Valenza Sanitaria (Cavs), collocati al primo piano del
vecchio Ospedale Mauriziano, vennero trasferiti
all’Uspidalì.
Se a livello nazionale il settore ha purtroppo registrato
in questi anni gravi casi di incuria e maltrattamenti nelle
residenze per anziani, la realtà di Valenza ha mantenuto
standard diversi. Restano tuttavia aperte le complessità

umane e sociali legate al distacco dalla propria casa per
molti ospiti che affrontano l’ultimo tratto della loro vita.
Attualmente la R.S.A. – Casa di Riposo “L’Uspidali”
ospita circa un centinaio di anziani autosufficienti e non
autosufficienti. I servizi offerti comprendono l’ospitalità,
l’intrattenimento e l’assistenza igienico-sanitaria alla
persona, con lavanderia interna e un servizio di
ristorazione attivo anche per gli esterni. Si organizzano,
inoltre, interventi di ginnastica dolce per la riabilitazione
e il mantenimento fisico. Le quote mensili per la
sistemazione sono le seguenti: Anziani autosufficienti:
€ 1.350,00 in camera doppia; € 1.630,00 in camera
singola. Anziani non autosufficienti: € 1.900,00 in
camera doppia; € 2.100,00 in camera singola.
Purtroppo, in un limbo tra statalismo e liberismo, a
finanziare la struttura finora provvedono solo il Comune
e, soprattutto, gli assistiti tramite le loro rette, in
assenza di un vero piano nazionale di assistenza
sociale pubblica, essenziale soprattutto per chi non ha
più la possibilità di scegliere.

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