21 agosto 1968, finisce la Primavera di Praga. Per non dimenticare Jan Palach e Jan Zajic immolatisi per la Libertà

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di Massimo Iaretti

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Erano le 23 del 21 agosto del 1968, esattamente cinquantotto anni fa, quando con lo scattare dell’Operazione Danubio, le forze del Patto di Varsavia, a fortissima trazione dell’Unione Sovietica e del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, guidato da Leonid Breznev, mettevano fine alla breve esperienza del ‘Socialismo dal volto umano’ in Cecoslovacchia, voluta da Alexander Dubcek allora segretario del Pc cecoslovacco. Ricordo che il giorno dopo bambino di otto anni, tutto spaventato chiesi a mia mamma Lucia – mentre eravamo in campagna a Serralunga di Crea (a poche decine di metri da dove Cesare Pavese aveva soggiornato durante il suo periodo casalese nella seconda guerra mondiale) – se i russi non sarebbero arrivati anche da noi. Impressioni personali a parte (e immediate tranquillizzazioni materne) l’episodio suscitò scalpore ed indignazione in tutto il mondo. E pochi mesi dopo, ancora con stivale dell’Orso Russo sulla schiena per il popolo ceco e slovacco fece un enorme effetto la tragedia di Jan Palach, ventenne studente dell’Università di Praga che si diede fuoco per protestare contro l’occupazione sovietica, dopo essersi cosparso di benzina davanti al Narodnì Museum di Praga, il Museo Nazionale . Il fatto avvenne il 16 gennaio 1969 seguito dalla sua morte il 19 gennaio e da imponenti esequie cui presero parte circa 200mila persone. Il suo esempio venne seguito il 25 febbraio dello stesso anno dal 18enne Jan Zajic studente di liceo che voleva iscriversi poi all’università. Ad un mese esatto ripetè il gesto di Palach per svegliare il popolo che stava cedendo nell’apatia di una rinnovata ‘normalità socialista’. Per entrambi il regime comunista fece calare una coltre di silenzio e di censura. La vicenda ebbe un riflesso artistico nella canzone ‘La Primavera di Praga’ scritta nel 1972 dal cantautore Francesco Guccini ed uscita nel 1973 nell’LP ‘Stanze di vita quotidiana”: “E di colpo ritorna la primavera e di colpo ritorna la memoria di un ragazzo che brucia nella sera e che urla una speranza di vittoria” recita la prima strofa di una canzone che è anche poesia che parla anche di “una storia senza eroi di un popolo che muore in una seria e che cerca la libertà per noi”. A ricordare Jan Palach c’è una targa sulla facciata del Museo Nazionale e una Croce di Bronzo sempre in piazza Venceslao vicino al Museo Nazionale. Sono stato a Praga tre volte nel corso degli anni, l’ultima in ordine di tempo a inizio agosto. Ma, a proposito di questa Croce di Bronzo che ne ricorda il sacrificio, ho avuto modo di notare un cambiamento. La prima volta fu nel 1993, pochi anni dopo la caduta del regime comunista e pochi mesi dopo la separazione consensuale (e civilissima) dei Cechi e degli Slovacchi. In piazza Venceslao in questo sito c’erano molti fiori e lumini e così pure nel 2005. Nell’anno 2026 invece, in visita al Museo Nazionale, dopo aver chiesto a un paio di persone che non mi avevano saputo dare alcuna indicazione, una terza mi ha praticamente invitato a non andarlo a vedere, perché non ne valeva la pena. Infine sul posto attualmente, sulla Croce che ricorda il sacrificio delle due giovani vite non c’è praticamente niente, ho trovato soltanto un mazzo di fiori buttato lì. Troppo poco per una Uomo (anzi per due con l’altro giovane) che ha immolato la propria giovane vita per la libertà del suo Paese e, perché no ?, di tutti noi. Ho voluto con queste note ricordarne, sia pure brevemente, ed incompiutamente, la figura, auspicando che nelle nostre scuole, nelle nostre istituzioni, non venga meno, il ricordo di chi si è immolato per un’idea, analogamente a quanto fecero altre splendide figure come Sophie Scholl e i ragazzi della Rosa Bianca nella Germania nazista.

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E, infine, soprattutto che la memoria di Jan Palach e di Jan Zajic non vada mai persa nel loro Paese, come ovunque. Mai mai mai.

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