di Pier Giorgio Maggiora
A Valenza, uno dei temi che da anni anima accese
discussioni è quello della piscina comunale. Però

ultimamente ci sono pareri discordanti: da una parte chi
lamenta l’assenza di un servizio perso da tempo e
dall’altra chi, con un tono più pragmatico, sottolinea i
costi necessari per una sua ristrutturazione,
suggerendo che tali risorse potrebbero essere
impiegate in maniera più utile. Da parecchio tempo
molti valenzani, affezionati al buonsenso, pensano a
delle ottusità, perché solo degli stolti possono
esprimere tanta inadeguatezza a intendere la realtà
della piscina comunale. Vale quindi la pena
ripercorrerne brevemente la storia.
Alla fine degli anni Settanta, l’amministrazione
comunale riuscì a reperire circa 800 milioni di lire per
dare vita al progetto della piscina pubblica, promesso
più volte ma mai portato a termine per via delle
difficoltà finanziarie del Comune (sempre governato dai
comunisti locali, in buona parte ancora filo-sovietici e
anti-cattolici, altro che compromesso storico, e dai
socialisti ormai quasi contrapposti a tutti).
L’idea originale risaliva al 1972 e prevedeva la
costruzione dell’impianto sulla strada provinciale per
Bassignana, nei pressi dell’Istituto d’Arte. Tuttavia,
questo piano fu abbandonato per motivi logistici e
complicazioni legate alle caratteristiche del terreno. Per
superare questi ostacoli, si decise di collocare la nuova
struttura sportiva nel vallone della Madonnina, tra la
strada per San Salvatore e quella per Astigliano.
Nonostante non fosse stato ancora completato
l’esproprio del terreno, proprietà della parrocchia,
l’amministrazione raggiunse un accordo con
quest’ultima per avviare comunque i lavori. I cantieri
procedettero rapidamente, tanto che verso la fine del
1981 la piscina comunale coperta venne finalmente
inaugurata. Essa rappresentava un’operazione tanto
ambiziosa quanto oltremodo dibattuta: il sogno di una
città, ma anche una struttura complessa e onerosa nel
suo mantenimento, destinata a rivelarsi una delle
infrastrutture più problematiche di Valenza.
L’impianto vantava caratteristiche notevoli. Una vasca
principale a sei corsie di 25 x 15 metri, con profondità
variabile tra 1,20 e 1,80 metri; una vasca dedicata ai
principianti, più piccola, di 15 x 5 metri con due corsie e
una profondità compresa tra 60 e 80 centimetri; sale
sotto-gradinate destinate a riunioni, uffici e persino una
biblioteca; tribune capaci di ospitare fino a 600
spettatori. Il costo complessivo dell’opera fu di tre
miliardi di lire, mentre il mantenimento giornaliero
ammontava a circa un milione, una cifra impensabile
per molti.
Questa situazione generò subito polemiche infarcite di
ideologia e partitocrazia . Alcuni (soprattutto
democristiani e loro stretti alleati), sospettavano che
dietro all’opera si celasse un progetto di pura
propaganda politica o un esercizio di vanità
amministrativa, piuttosto che una reale risposta alle
esigenze della cittadinanza. Dicevano con inconcludenti
discorsi: funziona bene come réclame, ma poi chi paga.
La gestione dell’impianto fu affidata alla neonata A.S.
Valenza Nuoto, presieduta dal consigliere comunale
comunista Dario Raspagni. Tra i vertici della società
figuravano anche Franca Annaratone Ravarino, moglie
del capogruppo comunista, in qualità di revisore dei
conti, e Matilde Pisani, consorte del sindaco, in veste di
segretaria. Quest’ultima, nota per il suo impegno e il
suo coraggio, si dedicò anima e corpo al progetto.
Tuttavia, questa composizione societaria scatenò aspre
critiche, persino tra i socialisti alleati, causando la
definitiva rottura dei fragili equilibri in Comune.
L’opposizione accusò la società sportiva di
rappresentare una gestione «a responsabilità
comunista quasi illimitata» e di essere un’entità dal
sapore «partitico-familiare». Il già discusso sindaco
Luciano Lenti, un tempo celebrato e circondato da
numerosi sostenitori, si trovò bersagliato da accuse di
insensibilità morale e arroganza. Tali critiche non
provenivano solo dagli avversari di lungo corso o dagli
scontenti alleati socialisti, ma anche da alcuni membri
del PCI, preoccupati che questo caso potesse
danneggiare il partito in vista delle future elezioni.
I tentativi di insabbiare le polemiche con spiegazioni
poco convincenti non fecero che peggiorare la
situazione.
Il rapporto tra comunisti e socialisti si trascinava già
stanco e conflittuale da tempo; la polemica sulla piscina
diventò la scintilla che fece esplodere un barile già
traboccante. La rottura definitiva avvenne il 17 marzo
1982, durante una seduta consiliare infuocata: i
socialisti, accusando il PCI di arroganza e manie
egemoniche, abbandonarono la giunta. Il PCI rimase
così solo al comando della città con una maggioranza
risicata (16 consiglieri su 30), ottenuta grazie a un colpo
di fortuna nelle ultime elezioni comunali (45% dei voti).
Politicamente, però, si ritrovò isolato e in palese
difficoltà.
Al posto degli assessori socialisti dimissionari Siligardi
e Lottici, furono nominati i comunisti Bellini e Leoncini.
Intanto il PSI adottò una posizione ambigua: né in
maggioranza né all’opposizione, spesso optando per
l’astensione, che andò a sommarsi all’antica abitudine
di considerarsi tutori di una sorta di preminenza.
L’alleanza reggerà a fatica fino alle elezioni del 26
giugno 1983, trascinandosi tra tensioni e ritorsioni.
La questione della piscina, intanto, continuava a
mettere i comunisti, sempre più indistricabilmente
connessi, a disagio. La gestione del bar dell’impianto
venne affidata a una persona vicina al PCI, alimentando
nuove critiche da parte degli oppositori che definirono
l’episodio un segno di superficialità amministrativa. Il
dibattito assunse toni farseschi ed esasperò
ulteriormente gli animi in un clima già teso.
Negli anni successivi, nonostante le difficoltà politiche
iniziali, la gestione dell’impianto sportivo proseguì con
un discreto successo: la piscina, che includeva anche
una vasca esterna, attirava un buon numero di
frequentatori sia per i corsi giovanili (con un valore
formativo ed educativo importante) che per le attività di
nuoto libero. Tuttavia, con il passare delle stagioni e
l’esaurirsi dell’entusiasmo legato al denaro facile dei
primi tempi, i problemi strutturali e gestionali emersero
lentamente ma inesorabilmente. Verso la fine del secolo
comparvero i primi segnali più preoccupanti, culminati
nel 2003 con la necessità di chiudere temporaneamente
l’impianto per interventi urgenti di depurazione delle
acque e dei locali.
Nonostante vari tentativi di riqualificazione negli anni
successivi, ogni sforzo fallì. I metodi di conduzione
della struttura misero ulteriormente in difficoltà
l’amministrazione comunale che, piuttosto che fornire
soluzioni concrete, tra scelte ambigue e indecisioni
disarmanti, navigò male schiantandosi contro certi
muri.
In assenza di meglio, ecco l’idea ingegnosa:
mascherata da buone intenzioni e per dare l’illusione
che si stesse facendo qualcosa di concreto, nel
novembre del 2007 la gestione della piscina comunale
fu affidata all’AMV S.p.A. Nel contempo, l’Associazione
Sportiva Dilettantistica Swimming Club di Alessandria,
con il supporto della Scuola di Nuoto Federale, gestiva
tutta la parte sportiva del vecchio impianto e garantiva
una conduzione dal taglio professionale grazie ai propri
istruttori e assistenti bagnanti. C’era una squadra di
nuoto che copriva molte categorie, un gruppo di nuoto
sincronizzato molto valido e una squadra di pallanuoto,
tuttavia, i conti non tornavano, e il nuovo approccio,
dettato più dalla ricerca del consenso che da una
visione strategica futura, rischiava di rivelarsi carente di
lungimiranza.
La struttura, che ormai si reggeva a stento, versava in
uno stato di grave obsolescenza e richiedeva interventi
strutturali radicali (spogliatoi, tunnel di raccordo, piani,
motori e fondo vasca, ecc.) che l’amministrazione
comunale, già in difficoltà economiche e sempre più
imbarazzata, non era in grado di sostenere
autonomamente. Nonostante la presenza dell’ormai
preziosa vasca olimpionica, l’impianto non era più
adeguato alle moderne esigenze gestionali. A conferma
della criticità economica, il bilancio 2012 registrava un
passivo di 169mila euro accumulato dal gestore AMV
(Azienda Multiservizi Valenzana S.p.A.), a cui si
sommavano i 230mila euro che il Comune di Valenza
conferiva annualmente secondo convenzione.
Lo stato d’insicurezza e precarietà divenne presto
terreno fertile per ambigue speculazioni elettorali. Forse
sarebbero state necessarie figure amministrative più
lungimiranti e capaci, ma queste si sono sempre
dimostrate merce rara. Con oltre trent’anni d’età,
l’impianto necessitava non solo di una completa
riqualificazione strutturale ma anche di risorse
economiche per far fronte agli elevati costi legati alla
gestione e ai consumi.
Tuttavia, invece di agire risolutivamente, si continuò a
proporre soluzioni temporanee, spesso costose e
inefficaci: coperture amovibili installate e rimosse a
caro prezzo ad ogni cambio di stagione, tunnel di
collegamento fragili e poco adatti ai mesi invernali, e
altri palliativi che poco contribuivano alla risoluzione
dei problemi reali. Con il passare del tempo, lo scenario
era perciò destinato a peggiorare. Il controsenso era più
che manifesto, si seguitava a investire in soluzioni
provvisorie anziché attuare quelle strutturali.
Nel 2013 l’attività fu sospesa per consentire la
preparazione di un bando destinato alla costruzione di
un nuovo impianto. Si parlava di una chiusura
temporanea, della durata di circa un anno, ma ben
presto le promesse si trasformarono in un limbo
apparentemente senza uscita, con lunghe discussioni e
divisioni interne tra diverse fazioni.
A dispetto dell’amore per la struttura, la chiusura
definitiva sembrò sempre più inevitabile, lasciando
nell’aria il rammarico per non essere intervenuti con
decisione anni prima. A complicare ulteriormente la
situazione ci fu la proposta un filo spregiudicata della
Swimming Club, che chiese di gestire direttamente
l’impianto senza però affrontare i necessari interventi di
riqualificazione. Tale iniziativa si sovrappose al già
evidente degrado, con la piscina coperta ancora in stato
d’abbandono. Ciò che si stava affermato non erano
semplici menzogne da politici «arrivati da Marte» ma
precise certezze falliate e paginate di parole riuscendo a
non dire nulla lo stesso.
Forse l’errore più grande fu commesso quando si
decise di destinare milioni di euro per la costruzione
dell’impianto esterno, trascurando completamente la
manutenzione e l’ammodernamento della vasca
coperta.
Poi nel 2018, il Comune deliberò la risoluzione del
contratto di project financing stipulato con la Swimming
per la progettazione, costruzione e gestione di una
nuova piscina. A questa decisione si aggiunse
l’intenzione, mai concretizzata, di acquisire il vecchio
complesso per 450 mila euro, pianificando un reintegro
tramite un mutuo dello stesso importo con la società
Vi.Val srl. Tuttavia, tale progetto non solo non fu portato
a termine, ma non fu nemmeno mai stato ufficialmente
avviato.
Tutte queste mosse inconcludenti hanno così
alimentato progetti irrealistici e aspirazioni infarcite di
retorica vacua, sprecando tempo prezioso e
diffondendo ulteriore malcontento tra i cittadini.
Nel caos della situazione, il comitato cittadino per la
difesa della piscina ha pure avanzato la proposta di
riaprire almeno l’impianto scoperto. Tuttavia, le
condizioni disastrate della parte interna dell’edificio
complicarono sensibilmente ogni intervento. In un
clima già segnato da risorse economiche scarse,
qualcuno suggerì una raccolta fondi o un crowdfunding
per finanziare il restyling della struttura, ma l’entità
dell’investimento necessario era imponente. Basti
pensare che il project financing avviato nel 2014
prevedeva un budget di 4 milioni di euro, destinato alla
demolizione, ricostruzione e gestione dell’impianto, con
la partecipazione comunale di circa 150 mila euro annui.
Le promesse e i desideri sono stati pertanto molteplici e
talvolta contraddittori, mettendo in seria difficoltà gli
amministratori locali, già appesantiti da confusione e
pressioni da più fronti, con il tentativo impossibile di
mettere ordine in una faccenda che ne era sicuramente
priva. Recentemente, però, l’amministrazione comunale
di Valenza sembrò essersi risvegliata dall’inattività e
decise di affidarsi a seguito di gara pubblica alla società
esterna ASMEL CONSORTILE s.c. a r.l., che avviò le
procedure per la pubblicazione di un bando relativo ai
lavori di «riqualificazione e riorganizzazione funzionale
del centro natatorio sito in Valenza, via Castagnone –
Primo lotto funzionale di intervento». I lavori
includevano interventi edilizi e impiantistici, con
particolare attenzione al rispetto degli standard
normativi e alla valorizzazione dell’infrastruttura
esistente. Inizio lavori previsti nel marzo 2025, tempo di
realizzazione meno di un anno.
Ma poco tempo fa, ultimo capitolo della saga e forse
anche il più emblematico, il sindaco Oddone ha
spiegato che «i lavori sono fermi, una situazione
che consente di revocare l’incarico alla ditta che aveva
vinto il bando. Le operazioni dovevano essere concluse
il 14 gennaio del 2026 e quindi da quel giorno verranno
pagate le penali previste». Siamo all’inquietudine totale.
È stato un rimescolio di idee e visioni con pulsioni,
velleità, irrealistiche pretese ed esacerbazioni, che
apparivano e scomparivano. La ricetta era sempre la
stessa, una tiritera quasi immutabile per alcuni decenni
e goffi tentativi infruttuosi. Risultano oltremodo ipocrite
anche molte delle lacrime che sono state versate da chi
ha tirato sassi, salvo poi ritrarre la mano, o di chi è
andato a governare la città e a fatto le stesse cose di chi
c’era prima.
Oggi, con la rimozione dell’amministrazione di stampo
«destrorso», la piscina comunale di Valenza rimane una
promessa incompiuta per i cittadini. L’idea è da sempre
quella di offrire una struttura capace di accogliere
famiglie, bambini, atleti e persone di ogni età,
promuovendo sport, salute, socialità e inclusione.
Forse, superando luoghi comuni carichi di ipocrisia e
vecchi schemi ormai radicati, e con un approccio
rinnovato che sembri ispirarsi a un «progressismo»
autentico, si potrebbe intravedere la possibilità
concreta di realizzare finalmente un nuovo impianto
funzionale. Tuttavia, l’entusiasmo appare contenuto: se
da una parte qualcuno nutre certezze in questo
progetto, dall’altra permangono diffusi dubbi e
scetticismo. Il cammino verso il completamento
dell’opera resta insicuro, segnato da un clima di
crescente preoccupazione in un paesaggio stantio.
Ad oggi, ciò che rimane della piscina è un rudere in fase
di lavori, uno scenario di tale degrado che suscita più
imbarazzo che ironia. Un destino increscioso per una
città spesso celebrata per altri pregi, ma bloccata in
questa intricata vicenda fatta di disorganizzazione,
incertezze e continue contraddizioni.


