Ci sono film che sulla carta hanno tutte le credenziali per riuscire al meglio, un ottimo regista, un buon cast, una vicenda umana che merita di essere raccontata. Può però accadere che l’opera, una volta vista sullo schermo, lasci un senso di insoddisfazione per qualcosa che non convince del tutto, come per un’occasione mancata. Così è per il film “Nel tepore del ballo”, quarantaquattresima opera di Pupi Avati.
Il titolo conferma il tratto nostalgico che caratterizza lo stile del regista. «La vicinanza dell’altro – ha affermato infatti in un’intervista – è un bene prezioso ma te ne rendi conto troppo tardi, quando quel bene se ne è già andato e quel tepore non lo avverti più, però lo ricordi e ti rimane dentro».

Il tema è interessante anche se non molto originale, si tratta della parabola di uomo di successo che cade in disgrazia e cerca la propria identità aggrappandosi al passato, alle persone che gli erano state vicine, la zia, la ex moglie, persone lontane dal mondo nel quale il protagonista si era fatto strada.
In questo racconto Pupi Avati alterna i toni malinconici del rimpianto a quelli crudi dell’ambiente cinico e spietato dello spettacolo. Gli attori superano molto bene la prova richiesta dal ruolo. Massimo Ghini offre un’interpretazione convincente del personaggio famoso che sa che ormai la sua carriera è finita e cerca di capire chi è e che cosa realmente desidera, fra lo spaesamento e la necessità di trovare nuove opportunità. Giuliana De Sio impersona in modo efficace la conduttrice sgradevole e senza scrupoli pronta a sacrificare tutto e tutti pur di aumentare gli indici di ascolto del suo show.
Per il resto però il racconto si sfrangia in dettagli che poco aggiungono alla storia principale e che qualche volta si risolvono in cliché di genere. Era veramente necessario quel lungo flashback iniziale con Raoul Bova, la nascita del bambino, la partenza del padre e il ritorno della sua salma per raccontare il senso di una mancanza? E la sequenza con due personaggi, madre e figlio, che assistono all’arresto in tv del protagonista e che poi non compaiono più nel resto della storia? Aspetti trascurabili, penserà qualcuno, ma a volte sono proprio certe sbavature a rendere meno riuscito l’esito globale di un lavoro.
Il momento di svolta di un individuo a partire da un dramma personale è un tema universale che va al di là della singola storia e ci riguarda un po’ tutti. «Il dolore – afferma il regista – è fondamentale per crearci un’identità e farci capire la sofferenza degli altri».
Con questo film Pupi Avati ha voluto raccontare il secondo tempo di una vita, mostrando come a una caduta possa seguire una maggior consapevolezza e la possibilità di una rinascita verso qualcosa di più vero, di più genuino, di più umano. Il suo “Nel tepore del ballo” è uno di quei film che nell’insieme può essere considerato un lavoro discreto ma che come opera ha perso l’occasione per essere qualcosa di più.



