di Maria Antonella Pratali
Presentato all’82° Mostra del Cinema di Venezia, il lungometraggio di François Ozon porta sullo schermo uno dei testi più influenti del Novecento: “L’étranger”, di Albert Camus (1942).

Dopo la trasposizione cinematografica di Luchino Visconti del 1967, Ozon sceglie un approccio differente, anche se altrettanto fedele.
Il film si apre con immagini di repertorio che mostrano l’Algeri degli anni Trenta, una città bianca e ordinata, costruita secondo l’ideale coloniale francese (le riprese sono state effettuate a Tangeri, in Marocco).
Alla notizia della morte della madre e al suo funerale, Meursault (Benjamin Voisin), giovane impiegato francese ad Algeri, non mostra alcuna emozione, atteggiamento che lo rende enigmatico e freddo agli occhi di chi lo osserva.
Di lì a poco intreccia una relazione con Marie (Rebecca Marder) e stringe amicizia con il vicino di casa Raymond (Pierre Lottin), uomo violento che sfrutta e maltratta una donna araba.
Meursault, indifferente e apatico nei confronti della vita, si lascia coinvolgere nelle diatribe col fratello della donna e i suoi amici.
In spiaggia, dopo una colluttazione tra loro e Raymond, Meursault resta solo sotto un sole accecante e si imbatte in uno degli arabi fuggiti. È qui che compie l’atto per cui verrà processato. Nonostante i privilegi di cui potrebbe godere come francese in Algeria, Meursault sceglie di non fingere e di dichiarare apertamente ciò che prova (o non prova). Verrà quindi condannato non tanto per il crimine in sé, quanto per la sua incapacità di conformarsi alle convenzioni sociali.
Nel finale, in carcere, provocato dal prete che vorrebbe offrirgli conforto, Meursault espone con lucidità il proprio pensiero sulla condizione umana: l’assurdità dell’esistenza e l’assenza di senso.
Sullo sfondo della vicenda principale, Ozon fa emergere ciò che in Camus e in Visconti era rimasto più sfumato: il colonialismo francese in Algeria e il regime di segregazione razziale messo in atto dalla Francia.
“Bisogna raccontare cosa avesse significato per la Francia il colonialismo, pagina rimossa del nostro Paese”, dichiara il regista, il cui nonno fu giudice a Bône (oggi Annaba). L’attualità del film risiede anche nella volontà di affrontare un capitolo tanto scomodo quanto gravido di conseguenze a lungo termine.
Rispetto al romanzo, Ozon dà maggiore risalto ai personaggi femminili; la sensualità e la gioia di vivere di Marie fanno da contrappunto luminoso alla distanza emotiva di Meursault.
Djemila (Hajar Bouzaouit), sorella dell’arabo ucciso, è invece una figura inedita, assente nel testo di Camus.
In definitiva, il film non si limita a essere un nuovo adattamento di un grande classico, ma si configura come una riscrittura dello sguardo e della prospettiva: Ozon apre il testo a nuove letture, senza tradirne la forza originaria.



