Delitto fratricida nella Valenza del sedicesimo secolo

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di Pier Giorgio Maggiora

Nella seconda metà del Cinquecento, un’epoca di
profonda trasformazione sociale e culturale che vedeva
l’Italia al centro di innovazioni artistiche ma anche di
aspre contese politiche e private, Valenza fu teatro di un
evento che gettò un’ombra lugubre su una delle sue più
illustri famiglie. Tutto ebbe luogo in un’imponente
dimora signorile che ancora oggi si erge, muta
testimone di secoli di storia, all’incrocio nevralgico tra
via Cavour e via Pellizzari. Via Cavour, all’epoca, era
l’antica «strada degli Stanchi», un’arteria vitale che si
snodava attraverso il cuore pulsante della città, mentre
via Pellizzari, la «vecchia strada al Castello», conduceva
verso le fortificazioni che dominavano il panorama
urbano. Proprio di fronte a quella che oggi è una
moderna farmacia, allora forse una spezieria o un’altra
bottega artigiana, si consumò un delitto agghiacciante
e, per molti versi, profondamente insensato.
La dimora apparteneva all’epoca all’antica e nobile
famiglia Guazzo, un lignaggio che aveva contribuito a
plasmare la storia locale, vantando possedimenti e un
prestigio che si era consolidato attraverso generazioni.
Nel Quattrocento, Giovanni Antonio Guazzo si distinse
per la sua munificenza e devozione religiosa fondando
la cappella, o altare, del Corpus Domini all’interno della

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chiesa di San Francesco a Valenza. A corredo della
cappella, quasi dissacrando il luogo in nome della
propria autorevolezza, fece erigere due sepolcri
gentilizi, destinati ad accogliere i membri illustri della
famiglia, sancendo così la presenza e l’importanza della
casata all’interno della comunità religiosa valenzana.
Tuttavia, nemmeno il blasone più illustre poteva
proteggere da quelle tensioni interne che talvolta, come
veleno insidioso, corrodevano i legami più sacri.
Non correva, a quanto pare, buon sangue tra i fratelli
Guazzo, Giovanni Matteo e Giacomo Vincenzo. I motivi
profondi di questa acrimonia rimangono avvolti nelle
nebbie del tempo, persi tra i documenti polverosi e le
testimonianze orali che, inevitabilmente, si sono
dissipate nei secoli. Forse si trattava di una questione
ereditaria, di rivalità per l’amore di una donna, o di
semplici, ma corrosive, divergenze di carattere. O forse,
come talvolta accade nelle dinamiche familiari più
complesse e distruttive, era un legame di amore
fraterno, un vincolo indissolubile e profondo, che si era
lentamente, inesorabilmente, trasformato in odio. Un
odio alimentato da incomprensioni, da aspettative
deluse, da un cumulo di piccole offese accumulate nel
tempo, fino a giungere a una ragione che, nel suo
epilogo funesto, apparve di una banalità sconcertante,
producendo l’evento più tragico e crudele per questa
stimata famiglia.
La cronaca dell’epoca, tramandata oralmente e poi forse
da qualche appunto privato, narra di un episodio
apparentemente insignificante che si trasformò nel

catalizzatore di questa violenza inaudita. Si racconta
che la contesa scoppiò durante il banale atto della
scomposizione di un cocomero. Un frutto estivo,
simbolo di freschezza e convivialità, divenne
improvvisamente il pomo della discordia.
I due fratelli, forse già con gli animi tesi da precedenti
dissapori, giunsero a litigare aspramente, le parole si
trasformarono in urla, gli sguardi in lampi di furore. La
discussione degenerò rapidamente, fino al punto in cui
entrambi misero mano ai coltelli, utensili domestici
trasformati in armi letali dalla cieca furia. E fu in quel
frangente, al culmine di un raptus incontrollabile, che
Giacomo Vincenzo, accecato dalla rabbia e forse da una
profonda frustrazione, perse completamente la testa.
Con un gesto che per sempre avrebbe macchiato il suo
nome e la storia della famiglia, affondò la lama nel
corpo del fratello, uccidendo Giovanni Matteo.
L’eco di quel grido, o del silenzio improvviso che seguì,
deve aver squarciato la quiete pomeridiana della
dimora. Un atto di violenza così efferato, compiuto tra
consanguinei e per un motivo così futile, scosse
profondamente la comunità valenzana. La notizia si
diffuse a macchia d’olio, alimentando chiacchiere e
timori, mentre la giustizia dell’epoca doveva fare i conti
con un crimine che metteva in discussione l’ordine
sociale e morale.
Quella casa, un tempo simbolo di prosperità, divenne
così teatro di un orrore domestico, un monito silente
sulla fragilità dei legami umani e sulla potenza
distruttiva delle passioni inconfessate.

La notizia di un simile efferato delitto non poteva che
suscitare una profonda e diffusa indignazione,
permeando ogni strato della società e lasciando
un’ombra di sgomento in tutti coloro che ne venivano a
conoscenza. In secondo luogo, ciò che rese l’evento
ancora più sconvolgente e difficile da elaborare fu la
sua assoluta imprevedibilità; nessuno avrebbe mai
potuto immaginare una cosa del genere, una violenza
così cieca e fratricida, scoprendo con amara sorpresa
che persino il diavolo, inteso come il male più oscuro e
la depravazione più profonda, può arrivare a insinuarsi
e a manifestarsi anche nei luoghi apparentemente più
morigerati, dove la virtù e la pacifica convivenza
sembrano regnare incontrastate.
Questa rivelazione scosse le fondamenta di una certa
percezione di sicurezza e ordine, proiettando un’ombra
di inquietudine su cittadini che si credevano immuni da
tali atrocità. La reazione delle istituzioni fu immediata e
severa, seppur complessa nelle sue implicazioni. In
contumacia, poiché l’imputato era latitante e si era
sottratto alla giustizia, l’inflessibile Podestà di Valenza,
Tommaso Capanna, non solo lo condannò per l’atto
compiuto, ma aggiunse l’aggravante della sua vile
latitanza.
Con una sentenza datata 22 settembre 1576, il Podestà
comminò la pena capitale, la massima sanzione allora
prevista per un crimine di tale portata, con l’intento di
ripristinare l’ordine e di offrire un esempio dissuasivo.
Per alcuni il fratricida fu dannato in saecula

saeculorum: un rigagnolo continuo e simbolico che non
si arresterà mai.
Tuttavia, poi la trama degli eventi prese una piega
inaspettata e moralmente ambigua con deliranti
avvitamenti burocratici e adesione supina a ordini di
scuderia usuali per i ceti colti e benestanti.
Dopo due anni di ostinata renitenza e di vana ricerca del
colpevole, un’azione del tutto sorprendente e
controversa venne intrapresa dalla madre del
condannato. Margherita Basti, vedova di Antonio Maria
Guazzo e madre di Giacomo Vincenzo – il fratricida e
erede universale dell’ucciso – il 24 novembre 1578, con
un atto che sfidava ogni logica e sentimento comune,
concesse il perdono al figlio. Questo gesto, che si
presentava come una forma di misericordia materna,
sfociò in una grazia inquietante la cui natura fu
giudicata farsesca da molti contemporanei e dagli
storici successivi.
L’intero andamento si sviluppò in modo tortuoso, poco
giustificabile alla luce della giustizia e della morale
collettiva, e fu percepito come frutto di una ruffiana e
opportunistica furbizia, quasi come se il perdono fosse
stato concesso non per un sincero pentimento o
un’autentica commiserazione, ma per motivazioni meno
nobili e più pragmatiche, forse legate alla preservazione
del patrimonio familiare o a complessi giochi di potere,
pressoché una messa in scena per fingere qualcosa.
Questo atto, infatti, risultò essere un gesto
completamente slegato da qualsiasi obbligo di legge o
da una condanna morale universale, un’azione che

travalicava ogni supremazia e logica di equità. In esso,
lo spazio di discrezionalità del singolo o di chi deteneva
un’influenza eccezionale si manifestava in modo
lampante.
Il provvedimento di clemenza, che oggi definiremmo
una vera e propria «bestialità giuridica» se applicato ai
nostri tempi, la dice lunga su un potere extra e sovra
istituzionale, un’autorità quasi illimitata che poteva
essere posseduta dal Principe o da chi, per rango o
influenza, deteneva una potestà tale da piegare le leggi
e la giustizia ai propri voleri o a quelli di ristretti circoli
di interesse. In un’epoca in cui le norme giuridiche
erano spesso meno codificate e più suscettibili
all’interpretazione e all’intervento dei potenti, episodi
come questo servono a ricordarci quanto fosse labile il
confine tra diritto e arbitrio, e quanto fosse potente la
voce di chi si trovava ai vertici della società retta
ambiguamente, e spesso con disdoro, dagli spagnoli.
Come dicevano gli antichi latini con la loro saggezza
atemporale: «Est modus in rebus», ovvero «C’è una
misura in tutte le cose», un monito che, in questo caso,
sembra essere stato tragicamente ignorato, lasciando
un’eredità di dubbi e interrogativi sulla intrinseca
debolezza della giustizia di quei tempi.
Il palazzo, luogo della malaugurata tragedia, che sarà
acquistato nel 1609 dal famoso giureconsulto
Bernardino Stanchi (narratore locale che vagheggiò
l’avvento del razionalismo cartesiano prima che si
palesasse), in tempi più recenti era noto come casa
Menada.

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