Giuseppe Gervino e al pont d’la furca

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di Pier Giorgio Maggiora

Nella notte carica di presagi e speranze, tra il 9 e il 10
marzo del 1821, la città di Alessandria divenne teatro di
un evento destinato a incidere profondamente nel
tessuto della memoria risorgimentale. In un clima
politico incandescente, dove le rivendicazioni
patriottiche fermentavano sotto la cenere
dell’oppressione monarchica, scoppiò una rivolta
carbonara che, sebbene da molti fosse attesa come
un’epopea di lunga durata, si rivelò invece un lampo
fugace, una scintilla breve ma intensa.
Questo moto, per alcuni una deriva schizofrenica, a
tratti quasi furtivo nella sua repentinità, fu l’espressione
di un desiderio ardente di libertà che covava da tempo
nei cuori di patrioti coraggiosi di deriva giacobina. Il
cuore pulsante di questa insurrezione fu la Cittadella, il
massiccio baluardo difensivo che dominava la città,
simbolo del potere sabaudo e della sua inespugnabilità
apparente. Fu proprio questo imponente complesso
fortificato a cadere, con un’audacia che rasentava
l’incoscienza, nelle mani di un manipolo di uomini
determinati.
La guida di questo assalto audace era duplice, a
testimonianza della trasversalità del movimento
carbonaro: da un lato, quattro militari di provata fede
patriottica – Ansaldi, Baronis, Bianco e Palma – che
misero a disposizione la loro conoscenza strategica e la
loro esperienza sul campo; dall’altro, quattro esponenti
della borghesia illuminata – Appiani, Dossena, Luzzi e

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Rattazzi – che apportarono al moto la loro visione
politica e la loro capacità organizzativa.
Una volta conquistata la Cittadella, l’atto più simbolico e
carico di significato fu compiuto da Santorre di
Santarosa, una figura carismatica e uno dei principali
orchestratori di quei moti rivoluzionari che avrebbero
punteggiato la storia d’Italia. Fu Santarosa a issare sulla
vetta più alta della fortezza, per la prima volta nella
storia risorgimentale, la bandiera tricolore italiana,
affiancandola a quella, altrettanto significativa, della
Carboneria. Quel drappo verde, bianco e rosso, che
oggi sventola orgoglioso su ogni edificio pubblico,
apparve allora come un vessillo di speranza, un segno
tangibile di un’Italia che osava sognare la propria unità
e indipendenza, rompendo con i secoli di
frammentazione e dominazione straniera.
Contemporaneamente, a Valenza si agitava un altro
personaggio di spicco, la cui figura era avvolta in un
alone di mistero e fascino: Giuseppe Gervino.
Comandante della Guardia Nazionale di Valenza,
Gervino era un uomo dalle mille sfaccettature, un
«originale» nel senso più pieno del termine, una forza
genuina contro il potere.
Medico di professione, il suo intelletto era «circonfuso
di luce mistica», un’aura che lo rendeva quasi un
profeta agli occhi di alcuni. La sua vita era un continuo
oscillare tra l’azione e la contemplazione, tra il ruolo di
combattente impavido e quello di brillante salottiero,
capace di incantare con la sua oratoria.
Era, per citare una suggestiva analogia, «un angelo
sterminatore alla Saint Just», una figura enigmatica
capace di ispirare tanto ammirazione quanto timore. La
sua presenza a Valenza, con la sua personalità inquieta,
non lasciava indifferenti: c’era chi lo elevava al rango di

eroe di un’opera drammatica, un protagonista
romantico e tormentato della lotta per la libertà,
ammirandone il coraggio e la visione. Altri, invece, lo
percepivano come un irriducibile agitatore, un
sovversivo la cui passione, seppur sincera, rischiava di
trascinare la comunità in avventure pericolose e forse
premature. Questa dicotomia di percezioni era
sintomatica di un più ampio malcontento che
serpeggiava tra i valenzani. Essi, infatti, erano
largamente critici verso la monarchia sabauda, ma per
motivazioni spesso diverse, se non addirittura
diametralmente opposte, rispetto a quelle che
animavano le visioni di questo «affabulatore
straordinario» che era Gervino.
A Valenza, alcuni potevano desiderare riforme interne e
maggiore autonomia, altri sognavano una repubblica,
altri ancora erano semplicemente stanchi delle tasse e
delle ingiustizie. La complessità del quadro politico e
sociale, dunque, era ben lungi dall’essere monolitica,
prefigurando le sfide e le divisioni che avrebbero
caratterizzato l’intero percorso del Risorgimento
italiano.
Gervino, il nostro Che Guevara, quando el Che non
esisteva ancora, informato dei preparativi in corso, con
la sua grande capacità carismatica di essere seguito,
riuscì a convincere otto suoi concittadini, avventori del
caffè gestito da Giovanni Morosetti, considerati da molti
degli scappati di casa, o presunti tali, a seguirlo ad
Alessandria per unirsi alla rivolta: tutti insieme
appassionatamente con tratti di involontaria comicità. Il
gruppo eterogeneo, trascinato verso la pugna e stipato
su di un grosso carro, alle tre del mattino si mise in
marcia verso Alessandria per partecipare alla
sommossa.

L’aria fredda e pungente dell’alba preannunciava un
giorno che sarebbe entrato nella storia. Un fermento
inarrestabile animava gli animi di quel gruppo di
estemporanei patrioti, decisi a unirsi alla rivolta. Stretti
gli uni agli altri, quasi a volersi infondere coraggio a
vicenda, pigiati su di un carro robusto ma non certo
confortevole, il loro goffo viaggio iniziò nel cuore della
notte.
Erano le tre del mattino quando le ruote pesanti
cominciarono a scricchiolare sulla strada sterrata,
portandoli inesorabilmente verso la città, fulcro di
quella sommossa destinata a cambiare il volto del
Piemonte. Il percorso, seppur breve, fu intriso di
un’attesa palpabile. Ogni sobbalzo del carro, ogni
rumore lontano, ogni ombra proiettata dalla luna
calante sembrava amplificare la tensione e la speranza
che animavano quei cuori audaci.
Discutevano a bassa voce, ripassando i punti salienti
del loro piano, rinforzando la convinzione nella
giustezza della loro causa. I due più giovani, avevano
gli occhi pieni di un ardore quasi infantile, non del tutto
consapevoli dei pericoli che li attendevano, ma pieni di
un entusiasmo contagioso. Gli altri più anziani, invece,
mostravano sui volti le rughe di un’esperienza che li
rendeva più cauti, ma non meno determinati.
Finalmente, con le prime luci grigie che filtravano
all’orizzonte, raggiunsero la località conosciuta come
«Osteriette». Qui, il viaggio in carro giungeva al
termine. Con un sospiro collettivo, misto a sollievo e
nuova adrenalina, i visionari compatrioti scesero con
agilità, sentendo la terra ferma sotto i piedi come un
promemoria della loro imminente azione.
La Cittadella si stagliava di fronte a loro, imponente e
silenziosa, un bastione di potere che presto sarebbe

stato investito dal vento del cambiamento. La loro
destinazione finale non era solo un luogo fisico, ma il
simbolo di un’aspirazione collettiva: partecipare alla
solenne promulgazione di una nuova costituzione. Non
si trattava di un semplice ritocco alle leggi esistenti, ma
di un vero e proprio atto fondativo, ispirato al celebre
«Pronunciamento» spagnolo, un modello che aveva
acceso le speranze di libertà e giustizia in tutta Europa.
Questa nuova carta prevedeva conquiste significative
per il popolo piemontese: maggiori diritti individuali,
una più equa ripartizione del potere, e, aspetto cruciale,
una drastica riduzione delle prerogative del sovrano. Si
trattava di un passo audace verso un governo più
rappresentativo, un tentativo di limitare l’assolutismo
monarchico e di dare voce alle istanze di una
popolazione stanca di oppressione e privazioni. La
Cittadella, da fortezza militare, si apprestava a diventare
il teatro di un evento politico di portata storica, un
giuramento collettivo che avrebbe cercato di
ridisegnare il futuro del Piemonte, infondendo nuova
linfa vitale in una società che anelava alla libertà e alla
giustizia.
Alimentando sogni di gloria, l’altra successiva iniziativa
fu che il comandante della Guardia Nazionale Gervino e
i suoi seguaci, issarono uno stendardo sul balcone del
Comune di Valenza e proclamarono la costituzione, il
tutto accompagnato dalla fascinazione della banda
musicale, tra una certa esultanza generale.
La notizia dell’estensione della rivolta, che ormai aveva
raggiunto l’epicentro della politica piemontese con
l’agitazione fortemente sentita anche a Torino, scosse
profondamente la corte e spinse il re Vittorio Emanuele
I a prendere una decisione drastica e, per molti,
inaspettata. Il 13 marzo 1821, nel tentativo disperato di

placare gli animi ribelli e ristabilire un ordine che
sembrava ormai compromesso, abdicò in favore del
fratello, il duca Carlo Felice. Quest’ultimo, pur non
essendo presente a corte in quel momento, si ritrovò
investito di una responsabilità enorme in un periodo di
grande turbolenza. Tuttavia, le speranze riposte in
questo cambio di leadership si rivelarono effimere. La
reazione non tardò ad arrivare e si manifestò con una
forza implacabile. Ben presto, nella piana di Novara, le
truppe austriache, schierate a sostegno della
monarchia e della Santa Alleanza, si unirono a quelle
fedeli a Carlo Felice. Insieme, queste forze congiunte
riuscirono a sconfiggere gli insorti, un evento che pose
momentaneamente fine alle aspirazioni liberali e
unitarie dei patrioti piemontesi.
La repressione che seguì fu severa, ma la maggior parte
degli ispiratori della rivolta, tra cui figure di spicco
come il coraggioso Gervino, riuscì fortunatamente a
fuggire fuori dal Regno di Sardegna, nella terra di altri.
Questo esilio forzato rappresentò una strategia vitale
per sottrarsi alla furia delle forze reazionarie,
garantendo che il seme della rivolta potesse un giorno
germogliare nuovamente. Questa rivolta carbonara, pur
nella sua breve e travagliata durata e chiusa nel
peggiore dei modi, non fu un fallimento senza
significato. Al contrario, rappresentò un importante e
sanguinoso passo nel lungo e tortuoso percorso verso
l’indipendenza e l’unificazione italiana. Fu un’ulteriore
conferma che il desiderio di libertà e democrazia, ormai
radicato nel cuore di un popolo finalmente desideroso
di riscattarsi dal giogo dell’oppressione straniera e
monarchica, non poteva più essere ignorato. Ogni
scintilla di ribellione, anche se spenta, alimentava la
fiamma della coscienza nazionale e preparava il terreno

per le future lotte che avrebbero portato alla nascita del
Regno d’Italia.
Gervino, ormai ripudiato da molti dopo l’ondata
adulatoria e gli applausi cortigiani che lo hanno fatto
sentire quasi onnipotente, fu condannato in contumacia
alla pena capitale, la morte, una sentenza che,
fortunatamente per lui, non fu mai eseguita data la sua
fuga precipitosa. La giustizia popolare valenzana,
tuttavia, trovò una sua macabra e simbolica
espressione: Gervino venne giustiziato in effigie, in una
cerimonia pubblica che si svolse sul ponte che allora
attraversava il suggestivo vallone di San Giovanni, in
località nota come il Giro dello Zuccotto, o, nel
vernacolo locale, «al gir dal sucòt».
Quella non fu un’esecuzione reale, ma una cerimonia
solenne e al tempo stesso grottesca, intrisa di un’ironia
amara e di un tentativo patetico di emulazione della
vera giustizia. Durante l’evento, un fantoccio,
confezionato con cura per raffigurare il fuggiasco
Gervino, fu impiccato in un atto di condanna simbolica.
Questo gesto, per quanto finto e ritualistico, fu così
potente da imprimersi nella memoria collettiva dei
valenzani, che da quel giorno iniziarono a chiamare
quel luogo «al pont d’la fúrca», il ponte della forca, un
nome che risuonò come monito di una giustizia tanto
implacabile quanto a volte impotente.
Il vallone di San Giovanni era una profonda depressione
naturale attraversata dal ponte strategico che
conduceva direttamente alla vecchia Porta Casale, uno
degli accessi principali alla città; lungo questo vallone
scorreva l’omonimo rio, un corso d’acqua che confluiva
infine nel maestoso fiume Po. Questo canalone ha
subito nel corso dei secoli profonde trasformazioni. Il
suo parziale riempimento, frutto di decisioni

urbanistiche spesso discusse e controverse, ha
permesso la nascita e lo sviluppo di infrastrutture
cruciali per la città. È su questo lembo di terra
bonificato che oggi sorgono importanti strade, parchi e
piazze cittadine, come l’ampio Largo Machiavelli e la
trafficata via Camurati. Tra queste, spicca l’area su cui
sorge imponente il Palazzetto dello Sport, tempio delle
attività sportive cittadine, e il tratto finale del vallone,
che si estende oltre viale della Repubblica,
congiungendosi tra viale Padova e viale Brigate
Partigiane, testimoni silenziosi di un passato ormai
inghiottito dall’avanzare dell’urbanizzazione.
Questo singolare episodio storico, intrinsecamente
legato alla figura di Gervino e alla sua ineffettiva
condanna, trascende la sua apparente e inutile
destrezza. Ha lasciato per lungo tempo un segno
indelebile, un ricordo profondamente radicato nella
memoria collettiva di Valenza, fungendo da
catalizzatore nella plasmazione di una certa identità
cittadina tra coraggio e follia. Poi il tempo farà
precipitare nel dimenticatoio tutto e tutti.
La storia di Gervino, un leader cristallino e inflessibile
che oggi non abbiamo, con la sua esecuzione in effigie
e il ponte della forca, non è solo un aneddoto
folkloristico, ma un elemento che ha contribuito a
definire non solo il nome di un vecchio luogo, ma anche
a intessere la complessa trama della geografia urbana
di Valenza, arricchendola di significati e stratificazioni
storiche che hanno influenzato la percezione e la
narrazione della città.

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