di Pier Giorgio Maggiora
Nasce da umili origini, da una modesta famiglia
contadina, il 7 luglio 1936, in un’epoca di profonde
trasformazioni sociali ed economiche. Il suo luogo di
nascita è la tenuta Bausone, un’oasi di pace e di fatica
quotidiana situata a pochi passi dal placido scorrere del
fiume Bormida, nelle campagne di Alessandria.
Dopo l’arrivo di due sorelle e di un fratello, la famiglia
Vitale, spinta dalle mutevoli necessità della vita, si
trasferisce nella vicina Oviglio. Qui trascorrono alcuni
anni, assorbendo le tradizioni e i ritmi di una nuova
comunità. Tuttavia, il richiamo di Alessandria si fa
sentire, e nel 1949 i Vitale fanno ritorno nella città
natale, dove intraprendono una nuova attività, aprendo
una latteria. Intanto, la vocazione di Ezio iniziava a farsi
strada. Nel 1947, ancora giovanissimo, prende una
decisione che avrebbe segnato profondamente il suo
percorso: lascia il focolare familiare per trasferirsi a
Cuneo, dove entra a far parte della comunità dei
Gesuiti. Questo periodo di formazione e di profondo
studio, improntato alla spiritualità ignaziana, fu
fondamentale per la sua crescita intellettuale e
spirituale. Ma il destino aveva in serbo per lui un

cammino diverso. Dopo pochi anni, fa ritorno nella sua
città natale e si iscrive al seminario alessandrino. Qui,
immerso negli studi di teologia, affronta con dedizione
e passione le complesse dottrine della fede, vivendo un
periodo di intensa e profonda crescita interiore, un vero
e proprio crogiolo in cui la sua personalità spirituale si
forgiava.
Il culmine di questo percorso giunge nel 1961, un anno
indimenticabile. Il giorno della sua ordinazione
sacerdotale, celebrata nell’antica e celebre chiesa di
Santa Maria di Castello, un luogo carico di storia e
spiritualità, Ezio pronuncia una frase che si rivelerà
straordinariamente lungimirante e profetica, quasi un
annuncio del suo futuro ministero: «voglio fare il
missionario».
Nonostante la sua vocazione missionaria fosse chiara,
la Chiesa lo destina inizialmente a servire la collettività
di Bosco Marengo, un primo passo nel suo ministero
pastorale. Successivamente, gli viene affidata una
responsabilità di grande peso: la parrocchia di Santa
Maria di Castello ad Alessandria. Questo incarico,
seppur onorevole, nasce da una circostanza
drammatica, dovendo sostituire i due sacerdoti della
parrocchia coinvolti in un tragico incidente stradale.
Don Ezio si dimostra fin da subito un sacerdote
estremamente dinamico e instancabile, animato da
un’energia contagiosa e da una profonda dedizione agli
altri. Il suo impegno si estende ben oltre i confini della
parrocchia, abbracciando diversi altri servizi a favore
dei più bisognosi e degli emarginati: dagli orfani del
Collegio San Giuseppe, dove porta conforto e speranza,
agli Orti, luoghi di aggregazione e sostegno per le
comunità locali, fino all’istituto Santa Chiara. La sua
presenza è un faro di luce per tutti coloro che incontra.
Tuttavia, sarà la città di Valenza, con il suo fervore e le
sue necessità, ad accoglierlo a braccia aperte, quasi ad
«adottarlo», riconoscendo in lui una risorsa preziosa e
un punto di riferimento insostituibile.
È il 1965 quando, con il suo spirito propositivo e la sua
visione innovativa, affianca l’allora parroco, Don Luigi
Frascarolo, un’altra figura carismatica. Il suo compito è
ben definito e cruciale: perfezionare e rilanciare l’attività
degli oratori di viale Vicenza, trasformandoli in veri e
propri centri di aggregazione, educazione e formazione
per la gioventù, luoghi dove i ragazzi potevano crescere
non solo nella fede, ma anche nei valori umani e sociali,
trovando un ambiente sicuro e stimolante per
sviluppare i propri talenti e costruire il proprio futuro.
La sua impronta su Valenza si sarebbe dimostrata
indelebile, plasmando intere generazioni con il suo
esempio e la sua inesauribile dedizione. Questo
sacerdote, dal fisico robusto e dall’energia inesauribile,
incarnava una figura pastorale atipica ma
straordinariamente efficace. Inizialmente, la sua agilità e
il suo spirito pragmatico lo portavano a sfrecciare tra le
vie della sua città a bordo di una lambretta, un simbolo
di libertà e immediatezza. Tuttavia, la sua vocazione
all’efficienza e al servizio lo spinse a un pragmatico
«aggiornamento tecnologico»: una 500 Fiat, che,
sebbene meno romantica, offriva maggiore capienza e
praticità per i suoi innumerevoli impegni.
La sua capacità di coinvolgere i giovani era
leggendaria. Non si limitava a predicare dal pulpito; li
accompagnava, li guidava, li ispirava. Ne è un esempio
lampante il campeggio Don Pietro a Cervinia, un’oasi di
crescita e divertimento, dove i ragazzi imparavano non
solo a godere della natura, ma anche a sviluppare un
senso di comunità e responsabilità. Qui, tra escursioni
e falò, seminava i valori della solidarietà che sarebbero
diventati il fulcro della sua missione. Il suo impegno per
il prossimo si estendeva ben oltre i confini parrocchiali.
Don Ezio era un vero motore di solidarietà,
raccogliendo con instancabile dedizione stracci, carta e
ferro per l’organizzazione «Mani Tese».
Il suo entusiasmo era così contagioso che l’intera
società collaborava, trasformando la raccolta
differenziata in un atto concreto di aiuto per il Terzo
Mondo. Questa iniziativa non era solo un modo per
raccogliere fondi o materiali; era un veicolo per
infondere consapevolezza e promuovere un senso di
responsabilità globale tra i suoi concittadini.
Ma il suo raggio d’azione non conosceva limiti
ambientali. Don Ezio si dedicava con lo stesso fervore
ai bisogni locali, visitando regolarmente i degenti
dell’ospedale Mauriziano, portando conforto e speranza
a chi soffriva. Si occupava inoltre dei meno abbienti,
distribuendo con generosità vestiti, scarpe e tutto ciò
che i valenzani, con il cuore in mano, gli consegnavano,
fiduciosi che i loro doni sarebbero arrivati a chi ne
aveva più bisogno. La sua porta era sempre aperta, un
faro per chiunque cercasse aiuto o ascolto. La sua
personalità carismatica lo rendeva una figura amata e
rispettata da tutti. Adorato dai giovani, che vedevano in
lui un mentore e un amico; apprezzato dagli anziani,
che ne riconoscevano la saggezza e la devozione; e
sostenuto dai più benestanti, che ammiravano la sua
visione e la sua capacità di trasformare le intenzioni in
azioni concrete.
Don Ezio abbatteva ogni barriera sociale ed economica,
superando pregiudizi e divisioni con la sua pura e
incondizionata umanità, senza dogmi rigidi né anatemi.
Nel profondo del suo cuore, tuttavia, c’era un sogno che
ardeva più forte di ogni altra cosa: l’Africa. Un sogno
rafforzato, quasi sigillato, da un viaggio indimenticabile
intrapreso nel 1972 in quei luoghi poverissimi,
un’esperienza che aveva inciso a fondo nella sua anima
e che lo aveva reso ancora più determinato a dedicare
la sua vita ai più bisognosi. Quella visita non fu solo
un’osservazione, ma una chiamata. La sua flessibilità e
la sua dedizione al servizio erano tali che non esitava a
celebrare messa perfino in un garage nel quartiere
Mazzucchetto, trasformando un ambiente umile in un
luogo sacro, dimostrando che la fede non ha bisogno di
cattedrali maestose per manifestarsi. Nel 1973, il suo
impegno e la sua leadership furono riconosciuti con la
nomina a primo parroco della nuova chiesa di
Sant’Antonio, un traguardo significativo che avrebbe
potuto segnare un punto di arrivo per molti. Ma per Don
Ezio, era solo un nuovo inizio.
Ormai determinato a compiere quello che sentiva
essere il «gran passo» della sua vita, e progettando di
mettere le sue nuove abilità al servizio delle comunità
africane, intraprese un percorso di preparazione
straordinariamente meticoloso. Con l’umiltà del
discepolo, imparò l’antica arte della lavorazione del
legno da un falegname locale, consapevole che in quei
luoghi lontani le mani che sanno costruire sono
preziose quanto le parole che sanno consolare.
Infine, spinto dalla necessità di comunicare senza
barriere, si recò in Gran Bretagna per apprendere
l’inglese, lingua che gli avrebbe aperto le porte di un
mondo più vasto e di opportunità maggiori per la sua
missione. La sua vita era una testimonianza vivente di
come la fede possa ispirare un impegno senza limiti,
unendo il sacro e il profano, il locale e il globale, in un
unico, grande progetto di amore e servizio.
Nell’anno 1974, dopo anni di preparazione spirituale e
un profondo desiderio che ardeva nel suo cuore, Don
Ezio corona finalmente il suo sogno e intraprende la
sua avventura di missionario nel continente africano. La
sua prima destinazione, una terra sconosciuta eppure
così carica di promesse, è la missione di Kasikeu,
situata nel cuore del Kenya. Qui, si immerge
immediatamente nella realtà locale, iniziando a
conoscere le persone e le loro necessità. L’anno
successivo, mosso da nuove esigenze pastorali e
logistiche, si trasferisce nella comunità di Makueni,
continuando il suo impegno con dedizione incrollabile.
Il vero crocevia della sua missione, tuttavia, giunge nel
1975, quando approda a Kathonzweni, un piccolo
centro a circa 150 km dalla vibrante capitale Nairobi.
È qui che la sua vocazione trova piena espressione e
responsabilità. Il 16 aprile 1976, infatti, viene
ufficialmente nominato responsabile della missione di
Kathonzweni, un incarico di vasta portata che lo vede a
capo di un’area imponente. La missione si estendeva
per circa 100 ettari, un territorio vastissimo punteggiato
da ben 23 villaggi e abitato da una popolazione stimata
di circa 30 mila persone. Di queste, circa 5 mila erano
cristiani, e la loro assistenza spirituale e materiale
divenne la sua priorità assoluta.
Kathonzweni, come gran parte di quella regione, era
una terra segnata dalla povertà estrema e dalla siccità
implacabile, dove persino la sopravvivenza quotidiana
rappresentava una sfida ardua. Le risorse
scarseggiavano, l’accesso all’acqua potabile era un
lusso e le malattie mietevano vittime, specialmente tra i
più vulnerabili. Di fronte a un tale scenario, Don Ezio
non si lasciò scoraggiare, ma piuttosto si concentrò su
due obiettivi primari, che riteneva fondamentali per
innescare un processo di riscatto e sviluppo:
l’assistenza sanitaria e la costruzione di scuole.
Con una tenacia che stupì tutti, si dedicò
instancabilmente a questi progetti. In un tempo
sorprendentemente breve, grazie al suo incessante
impegno e alla collaborazione della popolazione locale,
i villaggi furono dotati di scuole primarie, offrendo per
la prima volta a centinaia di bambini l’opportunità di
ricevere un’istruzione. Ma la sua visione andava oltre:
comprendendo l’importanza di un’istruzione più
completa per il futuro delle nuove generazioni, nel loro
territorio sorsero pure alcune scuole superiori, aprendo
nuove prospettive e speranze.
L’ammirazione e la gratitudine del popolo locale per il
suo ardimento, la sua instancabile energia e la sua
profonda competenza, sia pratica che spirituale,
crebbero a dismisura. In riconoscimento della sua forza
d’animo e del suo coraggio nel fronteggiare le avversità,
il popolo cominciò a chiamarlo affettuosamente «Padre
Leone», un nome che riassumeva perfettamente la sua
determinazione indomita e il suo cuore generoso.
Questo soprannome non era solo un attestato di stima,
ma un simbolo del legame profondo e rispettoso che si
era creato tra il missionario e la comunità che serviva.
La sua opera instancabile investì ogni campo della vita
della missione. Non si limitò solo all’educazione e alla
salute, ma si occupò anche di migliorare le
infrastrutture, di promuovere l’agricoltura sostenibile in
un ambiente ostile e di sostenere spiritualmente le
famiglie.
Sotto la sua guida, la missione di Kathonzweni conobbe
un prodigioso sviluppo, trasformandosi da un luogo di
mera sopravvivenza a un faro di speranza e progresso.
Tutto ciò avvenne tenendosi in contatto costante e
profondo con la generosa comunità valenzana, la sua
terra d’origine, che lo sosteneva non solo
economicamente, con collette e iniziative benefiche, ma
anche spiritualmente, con preghiere e lettere di
incoraggiamento, dimostrando una solidarietà che
superava ogni distanza geografica. Il loro supporto fu la
linfa vitale che permise a Padre Leone di continuare la
sua straordinaria missione, costruendo ponti tra culture
e offrendo un futuro migliore a migliaia di persone.
Piccoli, malati, emarginati, sofferenti – Don Ezio non
faceva distinzione, il suo cuore immenso e la sua
inesauribile energia lo rendevano un faro di speranza
per chiunque incontrasse. E nei suoi frequenti ritorni e
ripetuti incontri nella sua amata Valenza, la sua città
originaria e spirituale, Don Ezio non si limitava a
toccare le persone: le travolgeva letteralmente con
un’ondata di entusiasmo contagioso e una carica di
umanità così pura e disarmante da lasciare un segno
indelebile in ogni anima.
Era un vulcano di idee, un fiume di parole benevole, un
uragano di fede che smuoveva le coscienze e
accendeva la speranza anche negli animi più avviliti. Il
suo operato non era solo spirituale, ma si traduceva in
azioni concrete, in progetti di sviluppo e in un
incessante aiuto materiale per le comunità che serviva
con devozione assoluta.
Per sostenere la sua vasta e ambiziosa opera
missionaria, con progetti che spaziavano dalla
costruzione di scuole e dispensari medici alla
formazione professionale, si costituì il Centro
Missionario Valenzano. Questa realtà, nata
dall’ammirazione e dall’affetto profondo della
popolazione valenzana, divenne la spina dorsale
finanziaria e logistica delle iniziative di Don Ezio.
Attraverso raccolte fondi, eventi benefici e un
instancabile lavoro di sensibilizzazione, il Centro
provvide a finanziare le necessità più urgenti e
incombenti della missione, assicurando che l’aiuto
potesse arrivare tempestivamente e in modo efficace a
chi ne aveva più bisogno. Ogni mattoncino, ogni pasto,
ogni medicinale che raggiungeva le terre lontane
portava con sé l’amore e l’impegno della Valenza.
Arriva, purtroppo, il tragico e incomprensibile
pomeriggio del 7 aprile 1985. Una data che rimarrà per
sempre scolpita nella memoria collettiva, macchiata da
un dolore acuto e inesprimibile. Era la Santa Domenica
di Pasqua, giorno di resurrezione e di gioia, e Don Ezio,
il «padre Leone» come affettuosamente era chiamato
per la sua forza e il suo coraggio, era sul sagrato della
sua amata missione, o forse già all’interno, sul procinto
di celebrare la Santa Messa. Un momento sacro e di
profonda comunione, atteso da tutti i fedeli, ma il
destino, con la sua crudeltà inattesa, aveva in serbo
un’amara sorpresa. Senza alcun preavviso,
un’improvvisa e violenta tromba d’aria si abbatté sulla
chiesa, squarciando la serenità del pomeriggio festivo.
Il fragore fu assordante, il terrore palpabile. In un
istante che sembrò dilatarsi all’infinito, una pesante
trave del tetto, vinta dalla furia degli elementi, crollò
rovinosamente. Don Ezio, che si trovava esattamente
sotto la traiettoria mortale, venne investito senza
scampo.
La vita terrena di Padre Leone si spense in quell’attimo
straziante, non da solo ma insieme con altri tre fedeli,
anch’essi vittime innocenti di quella catastrofe
imprevedibile. Una tragedia incredibile, sconvolgente,
che lasciò un vuoto incolmabile nei cuori di tutti coloro
che lo conoscevano e lo amavano. Il dolore fu
immenso, la disperazione profonda, ma subito dopo lo
shock iniziale, un’onda di commozione e di
riconoscimento si levò potente.
La sua scomparsa prematura non fece che rafforzare la
convinzione della sua sacralità, una «santificazione»
non imposta dall’alto ma celebrata a furor di popolo, un
coro unanime che attestava la grandezza del suo spirito
e l’eccezionalità del suo percorso terreno. Il ricordo del
suo sorriso, della sua dedizione incondizionata e del
suo sacrificio continuò a vivere e a ispirare, rendendolo
un’icona indelebile di fede e amore per il prossimo.
Le nostre voci s’incrinano, i nostri occhi si velano di
lacrime, nel ripensare e nel commemorare la figura di
questo sacerdote della nostra terra che nel suo
impegno verso gli altri non ossequiava i forti, ma
difendeva e metteva al primo posto gli ultimi. Un uomo
straordinario, la cui memoria risplende vivida e
indimenticabile nei cuori di quanti l’hanno conosciuto e
amato. Egli incarnava un esempio di fede concreta e di
carità autentica, distinguendosi per un impegno verso
gli altri che trascendeva le convenzioni e le gerarchie
terrene. Non fu mai un uomo che cercasse il favore dei
potenti o che si chinasse a ossequiare i forti, coloro che
detenevano le leve del potere o della ricchezza.
La sua bussola morale puntava risolutamente altrove,
verso chi era più vulnerabile e meno ascoltato. Con una
determinazione incrollabile e un amore sincero, egli
difendeva strenuamente gli oppressi, gli emarginati, i
dimenticati. Non esitava a schierarsi apertamente dalla
parte dei più deboli, prestando loro voce dove regnava
il silenzio, offrendo protezione dove c’era abbandono.
Era, infatti, nel volto e nelle storie degli ultimi che
riconosceva il suo prossimo, e a loro dedicava la sua
energia, il suo tempo, il suo cuore. Li metteva
costantemente al primo posto, non solo nelle sue
preghiere e nei suoi pensieri, ma soprattutto nelle sue
azioni quotidiane, rendendo la sua vita una
testimonianza vivente di giustizia e compassione. La
sua eredità non è fatta di monumenti o di grandi opere
architettoniche, ma di cuori toccati, vite risanate e la
profonda consapevolezza che, anche nei tempi più bui,
l’amore disinteressato e la dedizione ai bisognosi
possono davvero illuminare il cammino.
Oggi il ricordo di questo speciale e ammirevole uomo
della Chiesa emerge ancora con una forza
sorprendente, dimostrando una resilienza e una
profondità che travalicano le mode del momento. La
sua memoria, lungi dall’essere sbiadita o dimenticata,
rimane vibrante e palpabile in questa prodiga città. Non
è un caso, né una mera formalità, che Valenza abbia
voluto tributargli un omaggio significativo: la dedica di
una piazza. Questo gesto non è solo un atto di
riconoscenza postumo, ma una dichiarazione eloquente
del profondo legame che ancora oggi unisce la
cittadinanza a questa figura esemplare.
La vita di Don Ezio e il suo messaggio continuano a
risuonare, offrendo un esempio di dedizione, altruismo
e integrità, principi che, anche nell’era digitale,
mantengono intatta la loro fondamentale importanza e il
loro valore universale. La sua presenza, seppur
immateriale, continua a vegliare su Valenza, ricordando
ai suoi abitanti l’importanza di valori duraturi e di un
impegno autentico verso il prossimo e verso la
collettività.



