Al Cinema per voi: con ‘The Father’ un Anthony Hopkins da Oscar

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Tempo di lettura:2 Minuti, 21 Secondi

di Patrizia Monzeglio

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Il film “The Father” (per chi ancora non l’ha visto è disponibile su Raiplay) rappresenta uno di
fortunati momenti che il cinema d’autore ci ha regalato in questi ultimi anni.
La pellicola, uscita in Italia nel 2021 quando ancora erano in vigore misure restrittive per il Covid,
ha conquistato notorietà vincendo l’Oscar per la miglior sceneggiatura e offrendo ad Anthony
Hopkins la seconda statuetta della sua vita, a quasi trent’anni da “Il silenzio degli innocenti”.
Il drammaturgo e regista francese Florian Zeller, sceneggiatore insieme a Christopher Hampton,
ha adattato per lo schermo il testo della sua opera teatrale “Le père” che dal 2012 riscuote
successi in tutto il mondo, rappresentata in 45 nazioni. Nel nostro paese era stata portata sul
palcoscenico nel 2017 dal regista Piero Maccarinelli, con Alessandro Haber e Lucrezia Lante della
Rovere.
Che cos’ha di così speciale quest’opera che tratta un tema, quello della demenza senile, già
affrontato in altre pellicole? Il suo pregio principale è l’aver cambiato il punto di vista: lo spettatore
non osserva dall’esterno ciò che accade al protagonista ma vede il mondo come appare a lui,
come lo percepisce. Si fatica a decodificare ciò che succede perché i vari frammenti di realtà che
si susseguono non riescono a comporre un quadro coerente, non si riesce a dare un senso
compiuto e un ordine alle cose, a vincere la sensazione di disorientamento che ci provocano eventi
e luoghi che non riconosciamo. Al quadro d’insieme manca sempre un pezzo.
«”The Father” è un thriller che chiede allo spettatore di far parte della storia, come accadeva in
teatro. – ha confessato il regista – Non volevo che fosse solo una storia, volevo fosse
un’esperienza». E in effetti, così è.
Gli scambi di persona, la perdita di memoria, il venir meno dei punti di riferimento fanno vacillare le
sicurezze di una vita, minano nel profondo il senso d’identità. “The Father” ci parla di chi vive tutto
questo attraverso la malattia e anche di chi si deve prender cura del malato, di chi è testimone di
un declino che ribalta il ruolo genitori-figli.
Anthony Hopkins sa trasmetterci l’angoscia e la rabbia di chi vive in uno stato di continua
incertezza, con una recitazione misurata ma ricca di sfumature alterna sarcasmo ed egoismo a
momenti di fragilità e tenerezza. Olivia Coleman regala al personaggio della figlia un’umanità fatta
di affetto, pazienza e sofferenza, dovendo affrontare l’eterno dilemma fra il dovere che sentiamo
verso gli altri e il diritto di vivere la nostra esistenza.
Zeller ha dichiarato: «I film sono fatti per condividere emozioni e far sentire le persone parte di
qualcosa di più grande di loro, parte dell’umanità, anche quando tutto ciò può nascere dal dolore».
Chi ha apprezzato il film riconosce al regista la capacità di esser riuscito a trasmettere queste
emozioni senza mai cadere nel melodramma strappalacrime, nel facile ricatto morale.

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