Domenica 19 aprile 2026, alle ore 16,30 presso la Biblioteca Nino Sannazzaro di Vignale Monferrato, verrà presentato il libro “Il Passo del Bacio” di Maria Antonella Pratali, un romanzo che si legge tutto d’un fiato, che affronta temi delicati e importanti, temi che fanno riflettere. Qualcosa è successo nel passato della protagonista e quel qualcosa ritorna a distanza di anni. Ne parliamo con l’autrice
«Il romanzo ruota attorno a Fulvia – ci racconta Antonella Pratali – una donna adulta che, durante un viaggio in treno, riconosce il suo ex maestro di pianoforte, l’uomo che, quando era una ragazzina, l’ha coinvolta in una relazione abusante. Da questo incontro nasce un conflitto interiore molto forte: seguire o no quell’uomo, affrontarlo o lasciarlo andare, vendicarsi o liberarsi, uccidere o non uccidere. Quindi c’è un’alternanza tra introspezione psicologica e narrazione visiva. Le descrizioni (il mare, il vento, il paesaggio) funzionano come specchio emotivo della protagonista: lo scirocco, il movimento delle onde accompagnano il suo stato interiore.

Uno dei temi principali del romanzo è l’elaborazione del trauma: il senso di colpa, la vergogna, il silenzio, la distorsione della percezione di sé. Il libro affronta il tema della manipolazione e dell’abuso in modo diretto e senza edulcorazioni: il carnefice non è un mostro evidente, anzi è affascinante, empatico, credibile. Costruisce una relazione di fiducia.
Da che cosa è nata l’idea di questo romanzo?
R: La storia è nata da una sensazione precisa: ci sono esperienze che non finiscono quando accadono. Restano, cambiano forma, si nascondono, riemergono. E, spesso, continuano a vivere dentro le persone. Mi interessava raccontare questo: non il trauma come evento, ma il trauma come presenza da elaborare e metabolizzare. Ho insegnato per circa 35 anni in scuole private e pubbliche, italiane e straniere. Mi è capitato non una volta sola, bensì tre, di ascoltare dai ragazzi vicende simili, in forme diverse, ognuno con la sua storia, differente dalle altre. Questo mi ha profondamente colpito. Ho fatto delle ricerche in ambito psicologico, letto atti di convegni, testimonianze di vittime, insomma ho cercato di documentarmi sia prima di scrivere che durante la scrittura, per avere conferma della credibilità di quanto scrivevo. Le vicende narrate e le emozioni che attraversano i personaggi sono totalmente inventati. Però questo romanzo desidera dare voce anche a chi non ha avuto, o non ha ancora, il coraggio di far sentire la propria e vuole invitare gli adulti a rendersi disponibili a un ascolto autentico e a uno sguardo aperto e attento, capaci di accogliere anche le verità più difficili e scomode
Fulvia, la protagonista, è un personaggio complesso. Come lo hai costruito?
Fulvia è fatta di contraddizioni, come tutte le persone reali. Non volevo una vittima perfetta, ma una donna che porta dentro di sé fragilità, rabbia, ambiguità. Il suo percorso non è lineare: oscilla tra desideri di vendetta e bisogno di liberarsi. È proprio questa oscillazione a renderla viva. Il contesto familiare in cui cresce è fondamentale: è cresciuta in un ambiente emotivamente carente, dove mancava uno spazio sicuro in cui esprimersi.
Anche il co-protagonista, Marco, è stato lui stesso una vittima. Questo non spiega ciò che accade, ma contribuisce a creare una vulnerabilità.
Nella famiglia di Fulvia, e anche in quella di Marco, non si parla veramente, certi argomenti sono tabù. Addirittura si rischia di non essere creduti. La famiglia non è dunque un porto sicuro, ma un luogo di silenzi emotivi. Il romanzo suggerisce che il silenzio non nasce solo dall’evento traumatico ma anche da ciò che lo circonda.
A proposito di Marco, nel libro sviluppi anche il punto di vista del carnefice. Non è una scelta rischiosa?
Sì, lo è ma è stata anche una scelta molto consapevole. Credo che per comprendere davvero certi fenomeni sia necessario guardarli anche dalla prospettiva più scomoda, non per giustificare ma per capire i meccanismi di autoassoluzione e di manipolazione. Il vero pericolo è pensare che il male sia sempre riconoscibile a prima vista. Definire i colpevoli dei “mostri” non fa che allontanarli dal resto dell’umanità, mentre ne fanno parte.
Fulvia prova un forte senso di vendetta. Secondo te è legittimo?
Più che altro direi che è umano. Non volevo giudicare quel desiderio di vendetta, ma mostrarlo per quello che è: una reazione possibile al dolore. Allo stesso tempo il romanzo suggerisce che la vendetta non è necessariamente una via d’uscita.
La copertina del libro trasmette un senso di solitudine e inquietudine, il titolo incuriosisce: “Il passo del bacio”. A che cosa ti sei ispirata?
La copertina è ispirata a un quadro di Balthus, “Il gioco delle carte”, in cui si vedono un adulto e una bambina che giocano a carte, e l’adulto tiene una carta nascosta dietro la schiena. Nella copertina elaborata da Neos Edizioni, l’adulto e la bambina sono separati da un pianoforte, anziché da un tavolo da gioco, ma permane il senso di ambiguità.
Il titolo si riferisce a un tratto di ferrata, quindi potenzialmente pericoloso, sul sentiero che collega Camogli a San Fruttuoso, nel Parco Naturale del Monte di Portofino.
Il “passo” rappresenta un passaggio, una soglia, un limine. Qualcosa che si attraversa e dopo non si è più gli stessi. È un passaggio anche metaforico tra sé e un altro sé. Ma anche tra sé e gli altri, o in questo caso l’altro. Possiamo dire che il passo è parte di una geografia interiore, il personaggio in conversazione con sé stesso, prima che con l’altro. Il “bacio”, che normalmente evoca un gesto affettuoso, qui assume una connotazione disturbante.
In quella ambiguità si consuma la frattura: quando un gesto apparentemente innocuo diventa qualcosa di profondamente sbagliato.
L’ambientazione ligure è molto presente. Che ruolo gioca nel tuo libro?
L’ambientazione ligure non è solo uno sfondo. Il mare, il vento, i paesaggi riflettono lo stato interiore di Fulvia. la Liguria è un luogo concreto, ma anche simbolico: è bellezza e asprezza insieme, proprio come il mondo emotivo della protagonista.
In che genere letterario inquadreresti il tuo romanzo?
Si potrebbe definire un thriller psicologico, ma anche un romanzo di formazione, se si considerano il trauma, la sua elaborazione e la crescita del personaggio: vediamo Fulvia bambina vivace che si trasforma in un’adolescente chiusa, fino a diventare un’adulta in bilico, che tenta di risolversi. Il libro viene comunque inserito nella narrativa sociale. In ogni caso non è un thriller puro, perché la suspense è più interiore che d’azione.
Che cosa vorresti che restasse al lettore dopo aver chiuso il libro?
Vorrei che restasse più che altro una domanda piuttosto che una risposta. E forse una maggiore attenzione verso ciò che spesso non viene detto, verso i segnali deboli. Se il romanzo riesce a generare consapevolezza anche minima, allora ha raggiunto il suo scopo.



