Il Giro d’Italia a Valenza

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di Pier Giorgio Maggiora

Era un sabato vibrante di aspettative, il 1 giugno 1974,
quando un’ondata di euforia travolse la città di Valenza.
Sotto un sole primaverile che prometteva battaglie
epiche, giungeva a destinazione la carovana multicolore
del 57° Giro Ciclistico d’Italia, un’edizione destinata a
rimanere scolpita nella memoria degli appassionati,
coronata dalla vittoria incontrastata del cannibale belga
Eddy Merckx.
Il lungo e velocissimo rettilineo di via Camurati,
trasformato per l’occasione in un traguardo d’onore, fu
il palcoscenico della conclusione della 15ª frazione, una
tappa di 206 chilometri che aveva preso il via dalla
soleggiata Sanremo. Questa tappa, secondo le acute
analisi dei tecnici e degli opinionisti sportivi, era stata
fin da subito etichettata come un appuntamento
cruciale, una giornata in grado di scuotere dalle
fondamenta la classifica generale e ridisegnare le
gerarchie in vista delle ultime decisive frazioni.
L’aria era elettrica, palpabile l’attesa di un possibile
colpo di scena che avrebbe potuto scombinare i piani
dei favoriti. Fin dai primi istanti della partenza da
Sanremo, alle ore 9:30 precise, i «girini» – come
venivano affettuosamente chiamati i ciclisti – furono
chiamati a misurarsi con le prime asperità del percorso.
La strada si inerpicava sinuosa e implacabile lungo i
tornanti del Capo Berta, un promontorio che, seppur

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modesto con i suoi 130 metri di altitudine,
rappresentava il primo vero test per le gambe degli
atleti.
Superato questo primo «strappo», che servì a
sgranchire i muscoli e a scremare leggermente il
gruppo, il tracciato si addolcì per diversi chilometri. La
costa ligure si dispiegava in un susseguirsi di
saliscendi dolci, che fiancheggiavano le suggestive
insenature della Riviera di Ponente, regalando scorci
mozzafiato ma, dal punto di vista agonistico, non
portando a selezioni significative in seno al gruppo. I
corridori procedevano compatti, studiandosi,
conservando energie in vista delle sfide più
impegnative.
Fu superata la soglia dei 100 chilometri che la
narrazione della corsa subì un’accelerazione intensa,
introducendo la parte più impegnativa e selettiva della
15ª tappa. Precisamente al chilometro 104 dal via, il
tracciato iniziò a salire in modo deciso, abbandonando
la costa per avventurarsi tra le verdeggianti e imponenti
dorsali appenniniche, verso la vetta del Passo del
Sassello. Era un’ascesa che metteva a dura prova la
resistenza e la preparazione degli atleti, un dislivello
notevole che li portava dai soli 10 metri sul livello del
mare di Albisola Superiore fino ai 385 metri di altitudine
del culmine della salita.
Le gambe bruciavano, il respiro si faceva affannoso, e
le maglie colorate si sgranavano lungo le pendenze. Era
qui che gli uomini di classifica iniziavano a muoversi, a
saggiare la condizione degli avversari, e i gregari si
immolavano per i propri capitani. La successiva e
altrettanto tecnica discesa, affrontata a velocità

vertiginose tra curve e controcurve, condusse infine i
ciclisti sino alle porte di Acqui Terme, storica città
termale, da cui si preannunciava il tratto finale verso
Valenza, con la promessa di un epilogo al cardiopalma
sul rettilineo di via Camurati, dove il pubblico già
fremeva per accogliere gli eroi della strada.
Valenza e la sua Colla che, pur non presentando
altimetrie proibitive o difficoltà estreme, ha avuto in
diverse altre corse ciclistiche il ruolo cruciale di
trampolino di lancio per il successo finale, un crocevia
strategico per le sorti della corsa rosa. In quel
memorabile appuntamento con il ciclismo, il traguardo
della tappa era strategicamente posizionato in via
Camurati, un lungo e invitante rettifilo che si prestava in
maniera esemplare allo sprint di gruppo, un’opportunità
irrinunciabile per i velocisti.
Fu proprio su questo nastro d’asfalto che Ercole
Gualazzini, con uno scatto potente e ben calibrato, si
aggiudicò la vittoria di tappa, festeggiando un successo
meritato tra gli applausi della folla. Nonostante
l’intensità della volata, la classifica generale rimase
saldamente nelle mani del campione indiscusso
dell’epoca, Eddy Merckx, il «Cannibale», che con la
maglia rosa cucita addosso continuava a dominare la
corsa, la sua leadership incontrastata era una certezza
per gli appassionati e un monito per i suoi avversari.
La fastosa cerimonia di premiazione, un momento di
celebrazione e riconoscimento degli sforzi compiuti
dagli atleti, si svolse all’interno del Palasport, gremito di
tifosi entusiasti e addetti ai lavori. Conclusi i
festeggiamenti, il Giro d’Italia riprese il suo cammino
con la sedicesima tappa, un’emozionante frazione di

158 chilometri che da Valenza avrebbe condotto la
carovana al suggestivo traguardo di Mendrisio. Questa
tappa era particolarmente attesa, in quanto avrebbe
portato i ciclisti dalla «città dell’oro» alle vette dei 1202
metri di altitudine del monte Generoso, sulle cui ripide
pendici era stato posizionato il traguardo. E, come è
noto agli annali del ciclismo, questo non era un
traguardo qualunque: per la prima volta in quella
edizione, i corridori avrebbero varcato i confini
nazionali, trovando la linea d’arrivo in territorio elvetico,
una sfida in più per gli atleti e un’ulteriore conferma del
carattere internazionale del Giro.
La partenza della sedicesima tappa da Valenza avvenne
con la precisione di un orologio svizzero, alle ore 11:30,
da viale della Repubblica, una delle arterie principali
della città, addobbata per l’occasione con bandiere e
striscioni. Il raduno dei corridori, un momento di attesa
e di preparazione febbrile prima del via, si svolse
nell’ampia e storica piazza Gramsci, dove i ciclisti,
circondati da tecnici e tifosi, si prepararono
mentalmente alla nuova sfida. Alle 11:50 di quella
domenica 2 giugno, la scena che si presentava a
Valenza era di quelle che rimangono impresse nella
memoria: l’imponente folla, che sino a pochi minuti
prima gremiva all’inverosimile i marciapiedi che
fiancheggiavano viale della Repubblica, con un tripudio
di applausi e incitamenti, iniziò lentamente a defluire. La
carovana del 57° Giro d’Italia, con i suoi colori, i suoi
suoni e le sue storie, aveva definitivamente lasciato la
città orafa, diretta con decisione verso l’affascinante e
impegnativo territorio elvetico, lasciandosi alle spalle

un’altra pagina di storia ciclistica e un’onda di emozioni
indelebili.
Valenza, con il suo fervore e la sua tradizione, aveva
onorato il «Giro d’Italia» in un modo indimenticabile,
contribuendo entusiasticamente e con un senso di
profonda appartenenza al successo di quella che è,
senza dubbio, la più importante manifestazione
ciclistica italiana. La città, avvolta in un’atmosfera di
festa e aspettativa, aveva accolto con un largo e
genuino senso di ospitalità non solo i corridori, veri eroi
della strada, ma anche l’intera carovana che li
accompagnava e i numerosi giornalisti al seguito,
trasformandosi in un vero e proprio epicentro di
passione sportiva.
Fin dalle prime luci dell’alba, la popolazione, in un
tripudio di colori e bandiere, aveva fatto ala ai
concorrenti lungo tutto il percorso cittadino, in un
abbraccio collettivo che sprigionava energia pura.
Applausi scroscianti, urla di incoraggiamento e
fischietti festosi avevano accompagnato ogni singolo
corridore, creando un’onda di entusiasmo che pulsava
all’unisono con il ritmo delle pedalate. La sede di tappa
valenzana, con la sua impeccabile organizzazione e la
calda accoglienza, si era dimostrata senz’altro
all’altezza della situazione, se non addirittura superiore
alle aspettative, lasciando un segno indelebile nei
ricordi di tutti i partecipanti.
Il merito principale di questo straordinario avvenimento,
che aveva trasformato Valenza in un palcoscenico di
eccellenza sportiva, fu senza ombra di dubbio della
scuderia valenzana dell’Anpi Sport. Questa società,
storicamente e profondamente indirizzata al ciclismo,

non era solo un’organizzazione sportiva, ma un vero e
proprio faro per la comunità. La sua dedizione e la sua
meticolosa organizzazione ha permesso di avvicinare
un numero considerevole di giovani della zona a questa
nobile disciplina, trasmettendo loro valori come la
perseveranza, il gioco di squadra e il rispetto per la
strada.
La tappa del Giro non era stata solo un evento isolato,
ma la culminazione di anni di lavoro e passione profusi
dall’Anpi Sport nel tessuto sociale valenzano. La sosta
del Giro d’Italia a Valenza non si limitò a essere un mero
passaggio nel calendario sportivo; essa rimase vivida e
impressa nel cuore e nella memoria di tutti gli sportivi
locali e non solo.
Ma l’impatto di quella giornata andò ben oltre le
emozioni immediate. Non di meno significativo, e forse
ancor più esteso, sarà poi il ricordo e la visione di chi,
con l’ausilio dei teleschermi e la potenza delle
trasmissioni nazionali e internazionali, ha potuto dare
lustro e ulteriore visibilità a questa affascinante città.
Valenza, già conosciuta in tutto il mondo come
sinonimo di perfezione artistica orafa, grazie al Giro ha
potuto mostrare un altro lato della sua identità: quello
di una comunità accogliente, passionale e
profondamente legata ai valori dello sport, proiettando
la sua immagine ben oltre i confini del proprio prestigio
artigianale.
Quel giorno, Valenza brillò non solo per l’oro dei suoi
gioielli, ma anche per l’oro delle sue strade e dei suoi
cuori.

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