Sandro Camasio e Addio Giovinezza: un letterato e un’opera che non devono cadere nell’obblio

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Tempo di lettura:15 Minuti, 25 Secondi

di Pier Giorgio Maggiora

Alcuni personaggi del cinema muto, nonostante il loro
indubbio talento e la loro dedizione artistica, sono
destinati a rimanere avvolti nel velo dell’oblio,
condannati da una sfortuna implacabile: del loro lavoro
non è rimasto un singolo metro di pellicola. Questa
sorte amara è toccata in particolare a Sandro Camasio,
la cui memoria artistica è un vuoto incolmabile per la
storia del cinema italiano. Eppure, dietro questa tragica
lacuna filmica, si cela una figura complessa e
affascinante, radicata in una stirpe valenzana illustre e
intrisa di storia. I Camasio, infatti, sin dal Cinquecento,
figurano tra le famiglie più note e rispettate di Valenza.
La storia della famiglia è costellata di figure di spicco,
che hanno contribuito attivamente alla vita civile e
politica del loro tempo. Pier Paolo Camasio, nonno di
Sandro, ha ricoperto la prestigiosa carica di sindaco di
Valenza per un lungo periodo, dal 1860 al 1867, anni
cruciali per l’unificazione italiana. La sua leadership, in
un’epoca di profondi mutamenti sociali e politici,
dimostra un forte senso del dovere e un impegno civico
esemplare.
Il padre di Sandro, Giuseppe, non fu da meno in termini
di passione e dedizione, distinguendosi come un
giovanissimo garibaldino, animato dagli ideali
risorgimentali e dalla sete di libertà. Questa

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partecipazione attiva ai moti per l’indipendenza italiana
rivela una tempra coraggiosa e un’adesione convinta
agli spiriti più progressisti dell’epoca. D’altro canto, la
madre, Costanza Chiroli, proveniva da un lignaggio
altrettanto illustre, essendo una nobildonna di
Frascarolo, unendo così alla tempra risorgimentale del
marito una raffinata educazione e un’eleganza
intrinseca.
In questo contesto familiare ricco di storia e di figure
influenti, nasce Alessandro Pietro-Paolo Eugenio
Camasio, il futuro Sandro, il 5 novembre 1886. La sua
nascita, avvenuta a Isola Della Scala, in provincia di
Verona, fu quasi un evento «occasionale» rispetto alle
radici valenzane della famiglia. Il padre, infatti, ricopriva
la mansione di procuratore presso l’Ufficio del Registro
mandamentale e fu proprio a causa dei suoi impegni
professionali che l’intera famiglia si trasferì
temporaneamente in quella località veneta.
Questa mobilità, dettata dalle esigenze lavorative
paterne, non si concluse lì. Sempre per ragioni d’ufficio,
la famiglia Camasio si sposterà poi a Torino, una città
che si rivelerà cruciale per la formazione e l’ispirazione
del giovane Sandro. È in questa vivace capitale
piemontese che il destino lo porterà a vivere a poca
distanza dall’abitazione di Guido Gozzano, uno dei
maggiori poeti crepuscolari italiani. La vicinanza fisica e
intellettuale a Gozzano avrà un’influenza profonda e
duratura sul giovane Camasio, plasmando la sua
sensibilità artistica e il suo approccio alla creatività.

Nonostante la sua vita si svolgesse in contesti urbani,
Sandro Camasio mantenne sempre un legame
indissolubile con le sue origini e con il paesaggio
valenzano. Le vacanze scolastiche estive erano un rito
immancabile, trascorse nella maestosa villa Camasio,
adagiata sulle pittoresche colline di Valenza, in Valle
Citerna. Questi periodi di ritiro e di immersione nella
natura erano per lui fonte di ispirazione e di profonda
riflessione.
A testimonianza di questo attaccamento viscerale alla
sua terra, gli studiosi tramandano una sua frase
emblematica, quasi una confessione poetica: «L’uva
fresca di rugiada, l’uva staccata dal tralcio in certi
mattini d’autunno, umidi e sereni, non so perché, mi fa
sempre pensare a Valenza». Queste parole, cariche di
malinconia e di profondo senso di appartenenza,
rivelano non solo il suo amore per la terra d’origine, ma
anche una spiccata sensibilità per i dettagli, per le
sfumature sensoriali, elementi che probabilmente
avrebbero caratterizzato anche la sua opera
cinematografica, se solo avessimo avuto la fortuna di
vederla. La sua figura, quindi, pur essendo sfuggente
nella sua produzione artistica perduta, emerge vivida
dai frammenti della sua vita, dalle sue radici familiari e
dal suo profondo legame con la bellezza e la storia del
suo paese.
Con le spalle quadrate, che denotavano una
costituzione robusta e una predisposizione all’azione, e
un pizzetto sottile che incorniciava un naso forte,
Sandro si presentava come una figura affascinante e

complessa. Il suo viso, un amalgama irresistibile di
tratti infantili che ne suggerivano un’innocenza di fondo
e espressioni maliziose che rivelavano un acuto senso
dell’umorismo e una propensione alla burla, era
costantemente acceso di spiriti romantici e di appetiti
giovanili. Questa combinazione esplosiva di idealismo e
di desiderio di vivere lo rendeva un personaggio
carismatico e magnetico, capace di attrarre a sé artisti,
intellettuali e avventurieri.
In questo periodo vibrante della sua vita, Sandro
operava come redattore mondano alla prestigiosa
«Gazzetta di Torino», una posizione che gli permetteva
di immergersi nel cuore pulsante della vita culturale e
sociale della città. Attraverso questo ruolo, aveva
l’opportunità di tessere una fitta rete di relazioni,
frequentando i salotti più esclusivi, i caffè letterari e le
prime teatrali, sempre alla ricerca di nuove storie e
personaggi da raccontare. Questa esperienza, seppur
breve, fu fondamentale per affinare la sua penna e per
sviluppare un occhio critico sulla società del suo
tempo.
Successivamente, la sua carriera lo portò a un incarico
di maggiore prestigio come critico d’arte presso la
«Gazzetta del Popolo», dove la sua sensibilità estetica e
la sua profonda conoscenza trovarono piena
espressione, contribuendo a plasmare il gusto e le
opinioni del pubblico torinese. Parallelamente alla sua
attività giornalistica, Sandro era profondamente
immerso nel mondo teatrale, un ambiente che
considerava la sua vera vocazione. Fu proprio in questo

ambito che conobbe e strinse un profondo legame con
il commediografo Nino Berrini.
Berrini, anch’egli, come Sandro, Gozzano e Oxilia, era
uno studente di giurisprudenza all’Università di Torino,
un dettaglio che sottolinea il fermento intellettuale e
artistico che caratterizzava la città in quegli anni. Questi
giovani, sebbene iscritti a una facoltà apparentemente
lontana dal loro spirito, erano tutti «intimi e grandi
letterati per vocazione», uniti da un’insaziabile sete di
cultura, un desiderio ardente di esprimersi e una
profonda amicizia che alimentava le loro ambizioni.
Berrini fu uno dei primi a riconoscere il talento di
Sandro, raccogliendo con entusiasmo le sue prime
rivelazioni artistiche e i primi copioni, fungendo da
mentore e da cassa di risonanza per le sue prime
creazioni.
Dopo due anni di intensa attività giornalistica, anni in
cui la penna era diventata la sua estensione naturale
per raccontare il mondo, e con essa si erano involati
inevitabilmente pezzi preziosi della sua gioventù –
come spesso accade quando la passione si consuma
nella dedizione – il protagonista di questa narrazione
decide di compiere una svolta radicale. Abbandona il
frenetico mondo del giornalismo, mettendo da parte
non solo le ambizioni legate a questa professione, ma
anche dimenticando la laurea d’avvocato, conseguita
con non poca fatica, che avrebbe potuto aprirgli le porte
a una carriera più tradizionale e forse più sicura. I suoi
pensieri, la sua energia creativa, i suoi sogni, ora
convergono in un’unica, inebriante direzione: il teatro.

Fu proprio in questo prolifico periodo che Sandro dava
vita a opere significative. Scrisse «Senza guida», un
testo che probabilmente esplorava temi di incertezza e
ricerca di identità, tipici dell’età. A questo si aggiunsero
gli abbozzi di opere come «Il solco», forse un’indagine
sui segni che l’uomo lascia nel mondo e «Sotto la
cenere», un titolo che suggerisce la presenza di
passioni sopite o di verità nascoste pronte a
riemergere. Tra queste opere, spiccava la «Zingara»,
un’opera teatrale di notevole interesse. Descritta come
un’esile favola, essa riproduceva il dissidio eterno e
sempre attuale «tra una zingara, primitiva selvaggia, e il
mondo borghese scivoloso ancorato alle convenzioni».
Questa commedia, scritta in collaborazione con l’amico
inseparabile e collaboratore Nino Oxilia, evidenziava già
la sensibilità di Sandro verso le tematiche sociali e la
sua capacità di analizzare le contraddizioni della
società. La zingara, con la sua libertà indomita e il suo
spirito ribelle, si contrapponeva all’ipocrisia e alla
rigidità del mondo borghese, offrendo uno spunto di
riflessione sulla vera natura dell’esistenza e sulle
catene invisibili imposte dalle norme sociali.
Ciò che colpiva di Sandro era la sua innata facilità nel
creare. Scriveva le commedie con una disinvoltura
impetuosa, quasi che le parole e le situazioni sceniche
sgorgassero da lui con una naturalezza sorprendente.
Tutto in lui era istintivo, facile e gaio. Non c’era traccia
di fatica o di sforzo nel suo processo creativo; le idee
fluivano liberamente, trasformandosi in dialoghi
frizzanti e scene vivaci. Questa spontaneità era il

riflesso del suo carattere esuberante, della sua visione
ottimistica della vita e della sua profonda gioia di
vivere. Ogni commedia era un’esplosione di vitalità, un
invito al riso e alla riflessione, un testimone del suo
spirito indomito e della sua irrefrenabile passione per il
teatro.
Con un impeto creativo che stupisce per la sua rapidità
e la sua profondità, scrive in breve tempo la commedia
in tre atti intitolata «Addio giovinezza!». Quest’opera,
destinata a segnare un punto di svolta nella sua carriera
e nella sua vita, lo proietta verso la fama, donandogli
quella notorietà e quel riconoscimento che tanto aveva
cercato e che ora, inaspettatamente, gli giungevano
dalle tavole del palcoscenico. In questa avventura
teatrale, come in molte altre che costellano la gioventù
scapigliata e irriverente, egli non è solo. Al suo fianco
c’è sempre l’amico inseparabile, il sodale e complice
Nino Oxilia.
Oxilia, una figura eclettica e multiforme, era a sua volta
un giornalista acuto, uno scrittore prolifico, un poeta
sensibile e persino un regista di talento. Era il
compagno ideale per le sue esuberanti scorribande
intellettuali e artistiche, un’anima affine con cui
condividere sogni e ambizioni, ma anche la cruda realtà
di un’esistenza che, per quanto brillante, si sarebbe
rivelata tragicamente breve. Nino Oxilia, infatti, morirà
anch’egli ancor giovane, vittima del primo conflitto
mondiale, durante la drammatica ritirata di Caporetto,
lasciando un vuoto incolmabile nel cuore dell’amico e
nel panorama culturale dell’epoca.

Il battesimo ufficiale di «Addio giovinezza!» si tiene al
prestigioso teatro Manzoni di Milano, il 27 marzo 1911.
La prima milanese è un successo, ma è a Torino, il 5
aprile dello stesso anno, che l’opera raggiunge un
successo grandioso, consacrando definitivamente la
commedia e i suoi autori. Il pubblico torinese, forse più
sensibile alle atmosfere evocate, accoglie con
entusiasmo questa rappresentazione che cattura
l’essenza di un’epoca. L’opera è una descrizione
elegiaca, intrisa di una dolce malinconia e di una
pungente nostalgia per un tempo che sta per svanire. È
probabile che si tratti anche di un’opera parzialmente
autobiografica, un ritratto delicato e sentito della vita di
giovani universitari che popolavano la sentimentale
Torino di inizio secolo.
La città, con i suoi portici, i suoi caffè letterari e il suo
spirito romantico, diventa quasi un personaggio a sé
stante, scenario ideale per le vicende dei protagonisti.
La commedia, aggraziata nella sua struttura e nel suo
linguaggio, descrive con una freschezza e una
leggerezza ineguagliabili la storia d’amore tra la sartina
Dorina e lo studente di medicina Mario. È un amore
fatto di sguardi, di timidezze, di piccoli gesti e di grandi
speranze, un amore che incarna la purezza e l’ingenuità
di un’età che, come suggerisce il titolo stesso, è
destinata a congedarsi, lasciando dietro di sé il ricordo
di giorni spensierati e di emozioni indimenticabili.
L’opera, con la sua delicata ironia e la sua profonda
umanità, riesce a catturare l’essenza di un’epoca di
transizione, in cui i vecchi valori si confrontano con le

nuove istanze, e la giovinezza, con la sua effimera
bellezza, si prepara a lasciare il posto all’età adulta,
portatrice di nuove sfide e inevitabili rinunce.
Quest’opera, emersa nel fervore del trionfo dell’operetta
italiana, si rivelò un fedele compagno per un’intera
generazione, quella dei giovani chiamati a combattere
nelle trincee della Prima Guerra Mondiale. Essa divenne
quasi un documento tangibile di uno stato d’animo
nostalgico e introspettivo, un ritratto commovente in
cui gli autori, con una sincerità disarmante, riversarono
la loro ingenuità giovanile e il loro profondo
sentimentalismo. Questi elementi, lungi dall’essere
banali, si fondevano armoniosamente con un’arte
poetica raffinata, creando un connubio che toccava le
corde più intime dell’animo. Era un’opera che, pur
celebrando la leggerezza e la gioia, non sfuggiva alla
malinconia intrinseca del passaggio dal mondo
spensierato della giovinezza a quello più responsabile,
pedestre e austero degli adulti, un passaggio spesso
brusco e doloroso.
La fervida attività creativa di Camasio non si limitava
all’operetta. In una collaborazione ancora fruttuosa con
Oxilia e con Nino Berrini, diede vita alla rivista teatrale
satirica intitolata «Cose dell’altro mondo». Questo
spettacolo, un acuto e brillante commento sui costumi e
le idiosincrasie della società dell’epoca, fu accolto con
enorme successo l’8 marzo 1912 al Politeama Chiarella
di Torino, affermando ulteriormente la sua versatilità e
la sua capacità di cogliere lo spirito del tempo.

Ma l’audacia di Camasio non conosceva limiti. Nei primi
mesi del 1913, spinto da un innato desiderio di
sperimentare e innovare, decise di cimentarsi anche
come regista cinematografico. Si gettò a capofitto nella
nascente arte del cinema muto, dirigendo due pellicole:
«Addio, giovinezza!» e «L’antro funesto», quest’ultima
caratterizzata da un intrigante filone satanico che ne
sottolineava l’approccio anticonformista. In questo,
Camasio e Oxilia si distinsero come veri pionieri.
Andando risolutamente controcorrente rispetto alle
convenzioni dell’epoca, furono tra i primissimi autori di
teatro a riconoscere il potenziale rivoluzionario del
cinematografo, un’arte ancora agli albori e spesso
guardata con scetticismo dagli ambienti più
tradizionalisti. La loro lungimiranza e il loro coraggio
aprirono nuove strade, guadagnando loro un crescente
consenso e alimentando ambizioni sempre più grandi in
un campo artistico in rapida evoluzione. Essi
compresero che il cinema non era un mero surrogato
del teatro, ma un linguaggio nuovo, con le sue
specifiche potenzialità espressive e la capacità di
raggiungere un pubblico ancora più vasto.
Tuttavia, il destino aveva in serbo per Camasio un
epilogo tragico e improvviso. Mentre la sua carriera
artistica era in piena ascesa e nuove prospettive si
aprivano dinanzi a lui, fu colpito gravemente da
meningite. La malattia progredì rapidamente,
costringendolo al ricovero presso l’ospedale Mauriziano
di Torino. Fu lì che, con una crudeltà inaudita, in breve
tempo perse la vista. Quei suoi occhi, che fino a poco

prima erano stati specchio di fanciullezza, di gioia e di
un’innocente allegria, e che avevano saputo cogliere le
sfumature della vita e tradurle in arte, non videro più
nulla. Non videro più né il mondo esterno, né le
innumerevoli speranze che, come si suol dire, sono le
ultime a dileguarsi, prima di soccombere
definitivamente alla malattia.
La sua giovane vita si spense il 23 maggio 1913, a soli
27 anni, lasciando un vuoto incolmabile nel panorama
culturale italiano e un rammarico per tutte le opere che
non ebbe il tempo di realizzare.
Per una tragica ironia del destino, una sorta di
maledizione che sembrava avvolgere la famiglia, la sua
affezionatissima sorella Clara, legata a lui da un affetto
profondo e incondizionato, non riuscì a sopportare
l’immenso dolore causato dalle indicibili sofferenze e
dall’imminente scomparsa del fratello. In un gesto di
disperazione acuta e incomprensibile, che testimoniava
la profondità del suo legame, tentò di anticiparlo
nell’ombra della morte. Ingurgitando disperatamente
alcune pastiglie di sublimato corrosivo, cercò di
seguirlo nel buio, quasi a voler mitigare la sua
solitudine nell’aldilà. Tuttavia, il suo gesto non ebbe
l’esito sperato. Sandro, purtroppo, partì prima,
lasciandola indietro nella sua agonia. Ma la poveretta,
già prostrata e consumata dal dolore, era ormai agli
estremi. La giovane vita di Clara, così come quella del
fratello, fu recisa prematuramente. Addio giovinezza
anche per lei, che spirò appena due giorni dopo,
stroncata dal veleno e dal cuore infranto.

La notizia della duplice tragedia si diffuse rapidamente,
gettando un velo di profonda tristezza su Valenza e sui
circoli torinesi. La salma di Sandro, accompagnata da
un silenzio rispettoso e rotto solo dai singhiozzi
sommessi, fu trasportata a Valenza con una carrozza
ferroviaria insolitamente adornata, stracolma di fiori
bianchi e rossi che simboleggiavano l’amore e la
perdita. Il feretro, seguito da una folla commossa di
cittadini, amici torinesi e conoscenti, attraversò le
strade di Valenza fino al cimitero, dove trovò l’ultimo
riposo.
Il dramma, con il suo epilogo così straziante, rimase a
lungo impresso, come una cicatrice indelebile, nei
ricordi dei valenzani, trasformandosi in una leggenda
locale tramandata di generazione in generazione.
Nonostante il dolore e la perdita, l’arte trovò il modo di
perpetuare la memoria di Sandro e della sua opera. Già
la prima riduzione cinematografica di quella che
sarebbe diventata un’icona della goliardia e del
sentimento, «Addio Giovinezza!», ottenne un
grandissimo successo nazionale. Fu un evento
culturale di notevole risonanza, che toccò le corde più
profonde del pubblico.
Furono quaranta minuti di intensa commozione,
un’esperienza catartica, quando il film fu proiettato per
tre sere consecutive a Valenza, nel maestoso Salone
Varietà Diamante (che oggi corrisponderebbe all’attuale
viale Cellini), poco dopo la morte dell’autore. La
pellicola, con le sue immagini evocative e la sua
narrazione toccante, offrì un’occasione unica per

elaborare il lutto collettivo e per celebrare, attraverso
l’arte, lo spirito immortale di quei giovani.
Il successo di questa prima trasposizione fu così
significativo da aprire la strada a una lunga serie di
riedizioni. Dopo la prima versione cinematografica, la
commedia della goliardia subalpina, con il suo
intramontabile fascino e la sua capacità di parlare al
cuore delle nuove generazioni, verrà riproposta con
nuovi film di successo. La storia di Mario e Elena,
simbolo di un’epoca e di un sentimento universale,
rivivrà sul grande schermo nel 1918, in piena Prima
Guerra Mondiale, offrendo un momento di evasione e di
riflessione. Poi, nel 1927, in un’epoca di grandi
cambiamenti e innovazioni tecnologiche, verrà
presentata una versione parlata, che aggiungerà una
nuova dimensione all’esperienza cinematografica.
Infine, nel 1941, in un contesto storico ancora più
complesso e turbolento, verrà realizzata la versione più
riuscita e assai applaudita di «Addio Giovinezza!», che
ancora oggi è considerata un classico del cinema
italiano e che ha contribuito a consolidare il mito di
un’opera capace di trascendere il tempo e le
generazioni. Il film lodato dalla critica seppe mantenere
la gentilezza e il profumo del lavoro originario, con
Maria Denis, Adriano Rimoldi, Clara Calamai e un
giovanissimo Carlo Campanini.
L’operetta fu anche seguita a ruota dalla celeberrima
cantata dei soldati e dei fascisti, «Giovinezza,
Giovinezza, primavera di bellezza». Questa
composizione, pur associata in seguito a contesti

politici controversi, catturava in origine lo spirito di
un’intera generazione, la vitalità e le speranze di una
gioventù che si affacciava alla vita con un misto di
ingenuità e ardore. Il successo di quest’opera fu tale da
trascendere i confini del teatro, diventando una sorta di
inno generazionale. La commedia originale, fulcro di
questa narrazione, ha conosciuto nei decenni
successivi una notevole risonanza, tanto da essere
riproposta in tempi più recenti con ben tre edizioni
televisive. Questi adattamenti moderni, pur ispirandosi
maggiormente alla leggerezza e alla musicalità
dell’operetta, hanno comunque mantenuto viva la
fiamma della storia originale, testimoniando la sua
atemporalità.
Il Teatro Sociale di Valenza, cuore pulsante della vita
culturale cittadina, ospitò la commedia più volte, come
testimoniano le prime date del 10 settembre 1913 e del 3
novembre 1916. Queste rappresentazioni non erano
semplici spettacoli ma veri e propri eventi sociali che
scandivano la vita della cittadinanza, offrendo momenti
di evasione e riflessione. La profonda risonanza
dell’opera nella città di Valenza fu tale che, nel
novembre del 1921, vi fu fondata la Filodrammatica
«Sandro Camasio», un chiaro omaggio all’autore, a
riprova dell’indelebile impronta lasciata dal suo lavoro
sul tessuto culturale locale.
Non è un caso che la Città di Valenza abbia voluto
rendere un tributo duraturo a questo suo illustre
personaggio, dedicandogli una via. Questo gesto non è
solo un riconoscimento al suo genio artistico, ma anche

un simbolo del legame profondo tra l’autore e la sua
terra d’origine, un legame che trascendeva i confini
della mera biografia per toccare le radici dell’identità
culturale valenzana. La canzone di Frati e
Raimondo « Piemontesina » (1936) è chiaramente anche
se non esplicitamente ispirata ai personaggi di Mario e
Dorina in «Addio giovinezza!».
A noi, osservatori di oggi, giunge un’eredità preziosa: la
visione di un mondo ormai perduto, quello intimistico e
giovanile degli anni che precedettero la Grande Guerra.
Un mondo descritto con una delicatezza e una
morbidezza inconfondibili in «Addio, giovinezza!» da
questo personaggio di razza valenzana, ma che Torino
adottò con affetto.
Il suo stile narrativo era intriso di quel sentimentalismo
decadente, tipico della letteratura dell’epoca, che si
nutriva di malinconia e di una dolce, quasi elegiaca,
rassegnazione. Un mondo racchiuso, per citare una
celebre espressione, fra «le buone cose di pessimo
gusto» – un ossimoro che ben sintetizza l’atmosfera di
un’epoca contraddittoria, fatta di eleganza e di
superficialità, di sogni e di velate premonizioni. Un
mondo, ahimè, destinato a essere spazzato via con
brutalità e senza appello dalla furia devastatrice della
Grande Guerra, che segnò la fine di un’era e l’inizio di
un nuovo, incerto capitolo della storia umana. L’opera
di Sandro Camasio, in questo senso, si erge come un
monumento letterario a ciò che fu, un commovente
addio a un’innocenza perduta.

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