di Pier Giorgio Maggiora
Il Percorso di Luciano Lenti tra Resistenza, Cultura e Politica
si staglia come una delle figure più eminenti e influenti che
Valenza abbia avuto dal secondo dopoguerra in poi. La sua
traiettoria di vita, intrisa di impegno civile, intellettuale e
soprattutto politico, ne fa un archetipo post-bellico
dell’attivista comunista, profondamente radicato nel tessuto
sociale e culturale della sua terra.
Nato ad Alessandria il 2 febbraio 1924, giovanissimo si
immerse nel vortice della Resistenza antifascista,
un’esperienza formativa che ne forgiò il carattere e
l’orientamento ideologico. Con il nome di battaglia «Tom», si
unì alle formazioni irregolari armate che, con coraggio e
determinazione, operavano nel difficile e complesso territorio
tra Valenza e le zone limitrofe. Il suo ruolo non era marginale:
divenne infatti Commissario del Battaglione «Nicola Marchis»,
un’unità partigiana particolarmente attiva e conosciuta
nell’area che abbracciava località strategiche come Pecetto,
Mugarone, Bassignana, Rivarone e Grava.
Questa esperienza bellica, oltre a confermargli un profondo
senso di giustizia e solidarietà, gli valse un rispetto e una
considerazione che sarebbero stati un caposaldo della sua
futura carriera politica. Terminato il conflitto, Lenti non
abbandonò la sete di conoscenza, conseguendo la laurea in
Chimica nel 1949. La sua formazione scientifica non rimase
un mero titolo accademico; al contrario, la applicò
concretamente nel mondo del lavoro, aprendo e gestendo per

un lungo periodo a Valenza il «Banco di Saggi Analisi Metalli
Preziosi» (SAMP).
Questa attività imprenditoriale, legata al settore orafo, cuore
pulsante dell’economia valenzana, gli permise di consolidare
la sua posizione nella comunità, intrecciando relazioni e
acquisendo una profonda conoscenza delle dinamiche
economiche e sociali locali. Il profilo di Lenti era quello di un
intellettuale rigoroso e di un dirigente politico comunista
disciplinato, fedele ai principi del centralismo democratico,
verso una ideologia postmarxista. Incarnava il prototipo,
forse contro intuitivo per alcuni, dell’agiato e colto militante,
ben inserito nella grande e rigorosa chiesa comunista che, in
Italia, attrasse a sé molte figure di spicco provenienti da
diverse estrazioni sociali. La sua adesione al comunismo,
come osservato ironicamente da Bakunin molto tempo prima
in relazione al «senso di colpa» di alcuni ricchi, potrebbe
essere letta anche come un profondo impegno etico e una
volontà di contribuire a una società più equa.
La sua carriera politica istituzionale iniziò ufficialmente nel
1951, quando fu eletto consigliere comunale a Valenza.
Cinque anni più tardi, nel 1956, la sua leadership emerse con
forza. Con il PCI e il PSI incessantemente alla guida
nell’amministrazione locale, Lenti fu eletto Sindaco dal
Consiglio Comunale della città. Il successo si ripeté nel 1960,
quando fu riconfermato alla guida dell’amministrazione.
In questi anni, Lenti, ormai riconosciuto come il principale
esponente del partito comunista locale, dimostrò capacità di
governo encomiabili. La sua gestione della cosa pubblica fu
caratterizzata da onestà, affidabilità e un’innata propensione a
operare per il bene comune. Sotto la sua guida, la città visse
un periodo di significativo sviluppo e modernizzazione,
affrontando le sfide della ricostruzione e ponendo le basi per
una crescita economica e sociale duratura, pur in mezzo a
tanta partigianeria politica seriosa e un esteso pensiero
militante.
La sua statura politica trascendeva i confini comunali. Nel
1963, Luciano Lenti compì il salto nella politica nazionale,
candidandosi alle elezioni politiche per la Camera dei
Deputati nelle liste del PCI. Il suo radicamento territoriale e la
fiducia che la sua comunità riponeva in lui furono ripagati con
un successo notevole: fu eletto con ben 16.080 voti di
preferenza. Il suo mandato parlamentare (IV legislatura, dal 16
maggio 1963 al 4 giugno 1968) lo vide protagonista di un
periodo cruciale per la storia repubblicana italiana, con la
successione di governi guidati da figure di spicco come
Leone e Moro. Alla Camera, Lenti portò la sua esperienza
amministrativa, la sua integrità morale e la sua profonda
conoscenza delle problematiche locali. La sua carriera,
dunque, è un esempio luminoso di come l’impegno civico,
nato dalla Resistenza, possa tradursi in una leadership
illuminata al servizio della collettività.
Sindaco e parlamentare per più di un anno, nello specifico da
aprile 1963 a novembre 1964, una congiunzione di ruoli che,
per la sua intrinseca complessità e l’impegno richiesto, è un
po’ come possedere il dono taumaturgico dell’ubiquità, la
capacità di essere contemporaneamente presente in più
luoghi e con la medesima efficacia. Questo periodo denso di
responsabilità rifletteva la sua straordinaria statura politica,
infatti, non è semplicemente il sindaco della città, una figura
di per sé già apicale e impegnativa; egli è anche, con una
visibilità e un’influenza degne di nota, il parlamentare zonale
di riferimento. Non si tratta di una mera carica onorifica, ma di
un ruolo che lo vede protagonista sulla scena nazionale,
portavoce delle istanze del territorio nel cuore della politica
romana.
La sua presenza è in pompa magna, quasi scenografica, a
sottolineare il peso e la preminenza del suo operato. In
questo duplice ruolo, egli si configura non solo come
rappresentante eletto, ma come il vero e proprio direttore-
governatore della città, l’ondata adulatoria e gli applausi
cortigiani lo fanno sentire quasi onnipotente. È lui il leader
che decide le linee guida, che decreta le azioni fondamentali,
che esprime pareri vincolanti, orientando in modo decisivo le
sorti amministrative e politiche locali. La sua impronta è
ovunque, la sua voce risuona in ogni deliberazione, e la sua
influenza si estende ben oltre i confini formali delle sue
cariche.
In questo contesto di potere e autorevolezza, è raro, quasi
eccezionale, trovare chi non sia profondamente colpito dalla
sua eloquenza. Lenti possiede l’arte della parola, un’abilità
oratoria che affascina e persuade, capace di muovere la folla
e di influenzare le decisioni. Questa dote, unitamente alla sua
pervasività politica, lo rende una figura controversa e
carismatica: un nume, per i suoi sostenitori, per coloro che ne
ammirano la visione e l’efficacia; un demonio, per i suoi
detrattori, per chi ne contesta l’autoritarismo o la linea
politica, a seconda degli umori e delle fazioni politiche del
momento.
È una personalità polarizzante, leader carismatico che non
lascia indifferenti. La sua legacy, inoltre, è destinata a
perdurare. Dal dopoguerra in poi, Lenti sarà ricordato come il
sindaco più duraturo, un record di longevità politica che
testimonia la sua capacità di mantenere il consenso e di
guidare la città per un lungo periodo. Questa durata si
accompagna a un’altra dicotomia: egli sarà il sindaco più
amato dai suoi concittadini che ne apprezzano l’operato, la
dedizione e i risultati concreti, ma al contempo sarà anche il
più detestato dall’opposizione. Questa opposizione, spesso
accecata da un pregiudizio radicato e da una critica
preconcetta, fatica a riconoscere i meriti di Lenti,
concentrandosi piuttosto su una demonizzazione sistematica:
tutti pronti a sentenziare, ma amministrare è un’altra cosa.
La sua attività parlamentare, pur con le sue ramificazioni
locali, non si limita alla rappresentanza generica. Alla Camera
dei Deputati, Lenti svolge funzioni di segretario della
Commissione speciale deputata all’esame dei progetti di
legge relativi alle zone depresse del centro nord. Questo
incarico, ricoperto dal 20 giugno 1966 sino al termine della
legislatura, evidenzia il suo impegno per la risoluzione delle
problematiche territoriali e il suo ruolo attivo nella
legislazione nazionale. Non meno importanti sono le sue altre
appartenenze: è componente della IV Commissione, quella
competente per le Finanze e il Tesoro, un settore nevralgico
per la gestione dello Stato. Infine, è anche membro della
Commissione parlamentare incaricata di esprimere il parere
al governo sulle norme delegate in materia di nuove tariffe
generali dei dazi doganali, un ruolo che sottolinea la sua
competenza in ambito economico e commerciale, e la sua
partecipazione attiva alla definizione delle politiche fiscali e
doganali del Paese. Tutte queste cariche e responsabilità
delineano il profilo di un uomo politico di primissimo piano, la
cui influenza si estende su più livelli della vita pubblica
italiana.
Viene rieletto al Parlamento nel turbolento anno 1968,
inaugurando la V legislatura della Camera dei Deputati,
che si estese dal 5 giugno 1968 al 24 maggio 1972.
Furono anni di profondi sconvolgimenti sociali e politici
in Italia, segnati dal susseguirsi di governi (Leone,
Rumor, Colombo, Andreotti) e dall’emersione di nuove,
potenti forze di contestazione. È in questo clima
effervescente che prendono forma movimenti
extraparlamentari radicali come Potere Operaio e Lotta
Continua, e che si manifestano i primi, inquietanti
nuclei di quello che diventerà il terrorismo, elementi che
avrebbero lasciato sulla storia italiana un’impronta
indelebile, fallita come rivoluzione politica e
anticapitalistica ma riuscita come rivoluzione di
costume.
Nonostante le turbolenze esterne di alta emotività, la
sua attività legislativa non si arresta; anzi, proprio in
questo periodo si distingue come primo estensore della
fondamentale Legge «Nuova disciplina dei titoli e dei
marchi d’identificazione dei metalli preziosi e dei loro
lavorati», un provvedimento presentato il 14 marzo 1969
che avrebbe modernizzato e regolamentato un settore
cruciale dell’economia e dell’artigianato italiano.
Dopo questa significativa parentesi parlamentare, il
mese di gennaio del 1973 segna il suo ritorno alla
politica locale, con Luciano che viene nuovamente
designato sindaco. Sono trascorsi dieci anni dalla sua
precedente esperienza amministrativa, un lasso di
tempo considerevole in politica, eppure il suo carisma e
la sua efficacia non si sono affievoliti. I cittadini
valenzani lo amano ancora, un affetto che trascende le
ideologie e le appartenenze, dimostrando quella
particolare capacità di «piacere tanto alla gente che
piace».
Questa sua popolarità gli garantirà una permanenza
quasi ininterrotta sul trono comunale, una vera e
propria egemonia politica che si protrarrà fino al 1983.
Dieci anni di amministrazione ininterrotta che, sebbene
terminati in modo turbolento da celebrità snobbata in
disarmo (col tempo il legame con i socialisti si allenta
fino a spezzarsi e Luciano, stretto in una morsa
provocatoria, perdendo autorevolezza, finirà sulla
graticola), non furono certo di mera rappresentanza. Al
contrario, la sua gestione fu caratterizzata da una forte
centralizzazione e da un’aura di potere quasi
incontrastato, assimilabile a un’esperienza regale para-
assolutistica aiutata dall’assenza di competitori
adeguati. Un periodo in cui la sua figura acquisì un’aura
di intoccabilità.
Non a caso, del resto, durante gran parte di questo
decennio, tutti sembrano essere schierati al suo fianco,
non tanto per una reale comunanza di intenti ideologici,
quanto piuttosto nella speranza di trarre vantaggio dalla
sua influenza. Si configurano come ausiliari o
complementari, cercando di riflettere la sua luce nel
firmamento politico locale, ambendo a splendere con
lui. Ma, al di là delle opportunistiche consonanze che
contraddistinguono i rapporti con chi gli sta intorno, e
che spesso mascherano ambizioni personali, la sua
forza politica si fonda su un consenso popolare
autentico e duraturo.
Nelle varie elezioni comunali che lo videro protagonista,
dal 1956 sino alla sua ultima del 1983 – un arco di
tempo che in politica è quasi un’era geologica,
testimoniando un’impressionante longevità – egli
ottiene ogni volta un evidente e larghissimo consenso.
Questo si traduce in un dato incontrovertibile: Lenti
rimane sempre il primo tra gli eletti al Consiglio
comunale, un simbolo della sua inossidabile presa
sull’elettorato e della sua innegabile abilità politica
(elezione comunale del 1956, preferenze 952; 1960,
1.820; 1964, 2.213; 1965, 2.832; 1966, 2.637; 1972,
2.169; 1978, 1.719; 1983, 1.685).
Nel corso della sua straordinaria parabola politica e
umana, egli dimostrò una notevole capacità di
evoluzione, passando da una fase iniziale caratterizzata
da una poderosa e perentoria conflittualità, spesso
necessaria per rompere schemi consolidati, a una
condizione di maggiore distensione e mediazione.
Questa maturazione si tradusse in una costante ricerca
di soluzioni concilianti, ammorbidendo le proprie
posizioni quando opportuno e riuscendo a ridurre certe
tensioni che avrebbero potuto ostacolare il progresso.
La sua flessibilità strategica e la sua profonda
intelligenza politica gli permisero di superare ostacoli
che, a molti, apparivano insormontabili. Con lui, da
buon post-marxista battistrada della mutazione
genetica della sinistra, ciò che sembrava impossibile,
spesso si è concretizzato, trasformando visioni audaci
in tangibili realtà.
La sua impronta sulla città fu indelebile, plasmando il
volto urbano e culturale di Valenza con una serie di
interventi che ne definirono la modernità. Fu un
instancabile promotore e incoraggiatore dello sviluppo
di diverse grandi opere, fondamentali per la crescita e
l’identità della sua comunità. Tra queste spiccano la
Biblioteca civica, un faro di conoscenza e cultura per
generazioni, e il Centro Comunale di Cultura, concepito
come un crocevia di idee e creatività. Ebbe inoltre il
merito di avviare iniziative pionieristiche come la prima
Mostra del Gioiello, che pose le basi per il
riconoscimento internazionale dell’artigianato locale, e
di sostenere la realizzazione della zona Co.In.Or.,
un’area vitale per lo sviluppo economico. La sua visione
andava oltre la mera amministrazione, abbracciando
una prospettiva di lungo termine che mirava a elevare il
tenore di vita e il prestigio della città.
Al di là della sua attività politica, la sua figura si distinse
per una profonda sensibilità artistica e un vivace
interesse soggettivo e sensoriale per il mondo della
cultura. Fu un raffinato collezionista d’arte, ma
soprattutto un amico e sodale di molti maestri che
hanno segnato la storia dell’arte italiana del Novecento,
spaziando dagli esponenti del Neorealismo, agli
Astratto Concreti fino ai Nuovi Figurativi.
La sua rete di relazioni nel mondo dell’arte fu
un’inestimabile risorsa per la sua città. Per Valenza,
infatti, riuscì a ottenere in dono dal celebre scultore
Giacomo Manzù la suggestiva lapide di bronzo,
impreziosita dall’epigrafe del premio Nobel Salvatore
Quasimodo, un commovente tributo a ricordo dei
Partigiani uccisi. Quest’opera di grande valore
simbolico e artistico è tuttora esposta con orgoglio nel
Palazzo Pellizzari, storica sede del Comune.
La sua lungimiranza si manifestò anche nel supporto
alla Casa del Popolo Valentia, inaugurata il 25 luglio
1958, per la quale commissionò e ottenne le opere
pittoriche e murali dei più famosi artisti del tempo, nomi
del calibro di Motti, Sassu, Treccani, Aurelio e altri,
trasformando uno spazio di aggregazione sociale in una
galleria d’arte a cielo aperto.
La sua lunga e fruttuosa esistenza si concluse a
Valenza l’8 giugno 2007, lasciando un vuoto incolmabile
ma anche un’eredità ricchissima. Di lui si dirà, con la
saggezza che solo il tempo sa dare, che ha vinto tanto,
raggiungendo traguardi ambiziosi e lasciando
un’impronta indelebile nella storia della sua città, e che
qualche volta, come in ogni percorso umano autentico,
ha anche perso. Ma è proprio nell’alternarsi di tanti
trionfi e qualche insuccesso, nella capacità di
accrescere e di penetrare, senza coltivare vieti
nostalgismi, che risiede la grandezza di questo rilevante
condottiero locale che non si è tirato indietro ogni volta
che questa città ha avuto bisogno.



