A vedere le immagini di stradine che si perdono fra colline dolci verrebbe da pensare “è stato girato in Toscana”, tanto siamo abituati a vedere quel paesaggio sullo schermo. Poi compare in un’inquadratura l’inconfondibile cupola della chiesa monumentale di Sant’Eusebio a Camagna, quella progettata da Crescentino Caselli, allievo dell’Antonelli. Un attimo ed ecco indicazioni stradali che tolgono ogni dubbio: Lu M.to, Mirabello, Cuccaro. Siamo nel Monferrato.
È così insolita l’ambientazione monferrina per un film su Netflix che si stenta a credere che per il remake della pellicola “La famiglia Bélier” (2014) sia stato scelto proprio quell’angolo di Piemonte, poco avvezzo a essere set cinematografico.
L’adattamento italiano dell’opera è uscito con il titolo “Non abbiamo bisogno di parole”, con riferimento alla canzone di Ron del 1992, che funge da colonna sonora, e con un diretto rimando al tema centrale della storia: una famiglia di persone sordomute e una giovane ragazza che scopre il suo talento per il canto.
Il regista alessandrino Luca Ribuoli è noto per aver diretto molte serie tv di successo come La squadra, Il Commissario Manara, Don Matteo e, più recentemente, Call My Agent-Italia, premiata con il Nastro d’argento. La sua regia mantiene anche nel film l’approccio lineare tipico della serialità. Chi aveva visto “La famiglia Bélier” sa già cosa aspettarsi da una storia che rimane piuttosto fedele alla trama originale, chi non l’aveva visto può facilmente immaginare l’epilogo già dalle prime scene, quando si delineano le aspirazioni della protagonista a diventare cantante professionista e la non confessata attrazione per il compagno di scuola e canto. Lo stesso dicasi per il resto della famiglia, a partire dal padre che decide di candidarsi per il ruolo di sindaco del paese.
Una commedia leggera e prevedibile, che strizza l’occhiolino a un pubblico generalista nel tentativo di sospendere per un paio d’ore la drammaticità del quotidiano e regalare agli spettatori un “happy end” consolatorio anche se non è Natale.
La giovane cantante Sarah Toscano, vincitrice di “Amici” nel 2024 e qui al suo debutto come attrice, sa ben interpretare il personaggio principale. Con grande naturalezza dà volto alle incertezze di chi si trova a un bivio nella vita e deve decidere del proprio futuro a scapito di altri. Una figura che ispira empatia e rende attrattiva la pellicola per i più giovani che si possono facilmente immedesimare nelle inquietudini, nelle incertezze e nei travagli del cuore tipici dell’età.
Il regista Luca Ribuoli ha voluto ricercare l’autenticità del paesaggio di provincia girando per cinque settimane nelle campagne monferrine fra Camagna, Lu e Vignale, oltre che ad Alessandria, e ha il merito di aver portato sullo schermo il vissuto dei non udenti avvalendosi di attori sordomuti che recitano nella lingua italiana dei segni. Una differenza di fondo rispetto all’originale “La famiglia Bélier” dove erano attori udenti a recitare la parte, suscitando per questo qualche critica nonostante il successo della pellicola.



