di Maria Antonella Pratali
Liberamente ispirato alla storia di Gloria Rosboch, truffata e uccisa da un suo studente nel 2016, il film è stato presentato all’82° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (2025).

Gioia è un’insegnante di francese di mezz’età, che vive da sempre con i suoi genitori in una villetta immersa nel verde di un quartiere residenziale di Torino. La sua esistenza si dipana tra i banchi di scuola e l’assistenza assidua al padre malato di Alzheimer e alla madre, beghina e intransigente (Betti Pedrazzi).
In questa dinamica famigliare fondata sul senso di colpa e sul dovere, Gioia non sembra vivere, ma espiare. Gli unici svaghi sono i conigli d’angora, che alleva in una gabbia nel giardino di casa, e le partite della Juventus, di cui è accesissima tifosa. Dettagli apparentemente marginali, che diventano invece segni simbolici: i conigli, creature docili e chiuse in gabbia, sembrano riflettere la sua stessa condizione emotiva; il tifo calcistico rappresenta l’unica valvola di sfogo di una personalità compressa.
La osserviamo nella magistrale interpretazione di Valeria Golino, che si trasforma per lei in una figura scialba e dimessa, un’adulta-bambina che conosce la vita e l’amore solo attraverso la letteratura. La sua esistenza prende una svolta quando entra in contatto con Alessio (Saul Nanni), un allievo svogliato e arrogante, il cui unico scopo dichiarato è fare soldi e aiutare economicamente la madre (Jasmine Trinca). La donna, cassiera in un supermercato e pronta a spendere fino all’ultimo spicciolo per indumenti griffati e interventi di chirurgia estetica, avalla tacitamente la prostituzione del figlio con donne e uomini, in particolare con il losco parrucchiere Cosimo (Francesco Colella).
L’avvicinamento tra Gioia e Alessio consente allo spettatore di entrare più a fondo nelle loro vite, segnate entrambe da madri anaffettive e padri assenti: il padre di Alessio lo abbandona quando lui è ancora bambino, quello di Gioia è totalmente perso nella sua malattia. La madre di Alessio è concentrata su se stessa ed è disposta a tutto pur di avere soldi; quella di Gioia, immersa nel rigido senso del dovere e della disciplina, tratta la figlia come un’adolescente e pretende da lei ubbidienza e rispetto delle apparenze.
Qui il film tocca un nodo psicologico cruciale: entrambi i protagonisti sono figli cresciuti in un vuoto affettivo che li rende vulnerabili e affamati di conferme. Entrambi hanno bisogno di tenerezza e di amore. Ma se per Gioia l’amore è idealizzazione romantica, per Alessio è inizialmente strumento di manipolazione. Sfiorato forse da un complesso edipico nei confronti dell’insegnante, ben più anziana di sua madre, arriva, per un istante, a pensare di cambiare vita. Coinvolge in questo sogno Gioia, che, innamorata, gli affida tutti i suoi risparmi, per fuggire insieme verso un nuovo inizio. È un atto disperato di emancipazione che la espone irrimediabilmente alla distruzione.
La strada, per Alessio, è segnata da troppo tempo. Scompare con il denaro, riappare soltanto per tentare di convincerla a non denunciare, coadiuvato da Cosimo, che si finge il suo avvocato. Le vicende che seguono non porteranno a un happy ending.
Raramente capita di vedere un film interpretato così bene da tutti gli attori coinvolti, con una sceneggiatura eccellente (Premio Solinas 2021) e una schiettezza lucida sul malessere, le aberrazioni, le perversioni e le fragilità della razza umana.
“La Gioia” è un’indagine impietosa sulla solitudine, sull’analfabetismo emotivo e sul bisogno disperato di essere amati.



