Mentre al cinema l’interesse del pubblico viene monopolizzato da film di grande richiamo, passa quasi sotto silenzio la pellicola “Il mago del Cremlino. Le origini di Putin” del regista francese Olivier Assayas. D’accordo, non è un film che faccia scintille, scorre senza scossoni e senza colpi di scena, ma l’argomento di cui tratta è sufficiente per catturare l’attenzione e tenerla viva per le due ore e mezza di proiezione.
Cosa si cela dietro all’ascesa di un personaggio come Putin e alla sua capacità di mantenere il potere per più di venti anni, nonostante tutti e nonostante tutto? A spiegarlo ci ha provato un professore italiano di politica comparata come Giuliano Da Empoli con il suo romanzo “Il mago del Cremlino” (2022)dal quale il film è tratto. « Il romanzo e il film non parlano di Putin, come si crede, ma del potere in modo universale, della profonda trasformazione della politica moderna. E questo mi affascinava» confessa il regista.
Ma, nel descrivere la nascita di questo potere, è a ciò che è successo in Russia che la storia fa riferimento, partendo dal crollo dell’Unione Sovietica per passare alla debole presidenza di Eltsin quando tutto diventa possibile, quando sconosciuti senza scrupoli accumulano immense fortune e altri trovano il modo di approfittare della precaria situazione politica per costruire una nuova forma di potere.
Il mago del Cremlino è il personaggio immaginario di Baranov, ispirato alla figura di Vladislav Surkov, il consigliere di Putin, l’inventore del concetto di “democrazia sovrana”, un modello autoritario che fa leva sulla tradizione e l’identità nazionale, alternativo ai modelli democratici occidentali.
Il pregio maggiore del film sta proprio in questo, nel mettere in evidenza ciò che noi spesso stentiamo a capire e ad accettare guardando alla Russia, ragionando con i nostri parametri e sostenendo come primari i valori in cui siamo stati educati, pensando a Gorbaciov come al momento magico che i russi non hanno saputo sfruttare.
La messa in scena di una diversa prospettiva ci apre gli occhi a una realtà altra, che non ci piace ma che non si può negare. L’approccio cinico e spietato per la conquista e la difesa del potere, il fascino di chi promette di far tornare grande la Russia, nascono da quel sentimento di rivalsa individuale e collettivo di chi si è sentito impoverito e umiliato e vuole che il proprio paese torni a giocare un ruolo primario sullo scacchiere internazionale, non importa a quali costi. L’occidente con i suoi valori appare un mondo lontano, infantile, ridicolo, ingabbiato in regole diplomatiche e in deboli difese.
Il romanzo e il film inseriscono personaggi ed elementi fittizi in una storia che si sviluppa seguendo le vicende vere che ben conosciamo, dall’era di Eltsin alla campagna di disinformazione, fino alle rivolte in Ucraina, per fermarsi un passo prima dell’inizio della guerra essendo il libro uscito nel 2022.
È nel lento trascorrere di questi trent’anni che il mago della comunicazione Baranov accompagna la sua creatura, l’anonima figura di Vladimir Putin scelto come strumento da manovrare e che in breve si trasforma nel manovratore, un Putin interpretato in maniera superba da Jude Law che restituisce al pubblico una figura glaciale dallo sguardo impenetrabile, quanto mai realistica.



